Anziani e giovani sotto lo stesso tetto, il cohousing diventa risposta sociale all’invecchiamento: case condivise, meno solitudine e nuovo welfare di comunità

Appartamenti privati e spazi comuni per vivere insieme: il modello unisce generazioni, previene isolamento e fragilità e trasforma immobili pubblici in reti di sostegno quotidiano

L’Italia sta invecchiando, ma continua a progettare case come se fosse giovane. È questa la contraddizione silenziosa che attraversa il dibattito sull’abitare e che oggi riemerge con forza nel piano sul cohousing intergenerazionale. Da un lato, 5,8 milioni di anziani che vivono soli, un numero destinato a crescere; dall’altro, città pensate ancora per nuclei familiari standard, mentre aumentano solitudini, fragilità e giovani adulti sospesi tra precarietà e affitti fuori scala.

Il cohousing fra generazioni diverse non nasce come esperimento romantico di condivisione, ma come risposta strutturale a un problema demografico ed economico insieme. Non è solo “vivere insieme”: è ridisegnare l’uso dello spazio abitativo come leva di welfare leggero, prevenzione sanitaria e integrazione sociale. In altre parole, meno assistenza ex post e più organizzazione ex ante della vita quotidiana.

I modelli europei mostrano che la questione non è ideologica, ma di architettura sociale. In Svezia, nei progetti sviluppati a Stoccolma e dintorni, gli appartamenti restano privati, ma una parte rilevante della vita si sposta negli spazi comuni: cucine condivise, sale per attività, aree di incontro. Giovani e anziani convivono non per necessità emergenziale, ma dentro un disegno che promuove autonomia e relazione. Il risultato non è la fusione forzata delle generazioni, ma una prossimità organizzata che riduce l’isolamento senza cancellare la privacy.

In Spagna, esperienze nate in contesti urbani come Barcellona hanno integrato al cohousing anche funzioni ibride: spazi di lavoro, aree per servizi, ambienti progettati per rispondere a bisogni diversi, dall’anziano autosufficiente al giovane lavoratore mobile. Qui l’abitare diventa piattaforma: casa, rete sociale e, in parte, infrastruttura di servizi.

Il punto chiave è che il cohousing intergenerazionale sposta il baricentro dell’assistenza. L’anziano non è più solo destinatario di cure quando il problema esplode, ma parte di un ecosistema che rallenta l’isolamento e ne sostiene l’autonomia. La socialità quotidiana, anche minima, diventa fattore di salute pubblica. Non sostituisce il sistema sanitario, ma ne riduce la pressione a monte.

In Italia, il tema entra ora nell’agenda istituzionale anche attraverso il riuso del patrimonio pubblico inutilizzato. Ex caserme, immobili dismessi, strutture sottoutilizzate possono diventare nodi abitativi misti, dove la leva immobiliare incontra quella sociale. È un passaggio cruciale: trasformare spazi fermi in infrastrutture di comunità significa trattare l’immobile non come costo da mantenere, ma come asset da attivare.

Naturalmente, non è una soluzione miracolosa. Il cohousing funziona solo se progettato: regole chiare, gestione professionale, selezione degli abitanti, equilibrio tra spazi privati e comuni. Senza governance, la condivisione diventa conflitto; con una regia solida, diventa rete di sostegno informale che alleggerisce famiglie e servizi pubblici.

C’è poi un elemento culturale che pesa quanto quello tecnico. L’Italia ha costruito il proprio immaginario sull’idea di casa come fortezza privata e familiare. Il cohousing chiede un passo diverso: non rinunciare alla casa, ma accettare che parte della qualità della vita nasca da una prossimità scelta e organizzata. Non è un modello per tutti, ma può diventare un segmento rilevante dell’offerta abitativa, soprattutto dove solitudine e fragilità sono già oggi un costo sociale enorme.

In un Paese che invecchia e fatica a tenere insieme welfare, conti pubblici e coesione sociale, l’abitare condiviso tra generazioni non è un vezzo nordico importato, ma una delle poche risposte che tengono insieme numeri, spazi e persone. La vera sfida non è se farlo, ma farlo bene: prima che l’emergenza demografica trasformi la solitudine in una questione ancora più costosa, umanamente ed economicamente.