Dall’Iran a Davos: l’Occidente-corporazione, il potere senza limite e la nuova frontiera della sovranità globale

Tra escalation militari, narrazioni morali e finanziarizzazione della natura, l’Occidente mostra il volto di un sistema che non esporta valori ma estende controllo, mercato e dominio.

Il teatro delle contraddizioni

C’è un’immagine che riassume bene il nostro tempo: icone della rispettabilità globale che parlano di diritti e sostenibilità mentre, sullo sfondo, si addensano flotte e bombardieri. La contraddizione non è episodica, è strutturale. L’Occidente contemporaneo vive di una retorica etica che copre decisioni di forza, interventi armati e pressioni sistemiche che poco hanno a che fare con la tutela dei popoli o della pace.

L’Occidente come sistema di potere

Al di là delle singole amministrazioni, ciò che emerge è un modello di civiltà trasformato in apparato. Non più un insieme di nazioni, ma una corporazione diffusa, capace di agire simultaneamente sul piano militare, finanziario, culturale e informativo. Il potere non persegue un fine superiore: si autoalimenta, si espande, neutralizza ciò che non gli somiglia.

Disgregazione interna, aggressività esterna

Questo modello agisce su due fronti. All’interno, dissolve legami comunitari, identità collettive, strutture solidali, sostituendole con individui atomizzati e dipendenti. All’esterno, ha storicamente imposto la propria egemonia: talvolta con il soft power, spesso con la forza. La lista dei Paesi colpiti, direttamente o indirettamente, è lunga e attraversa continenti e decenni.

L’Iran come snodo geopolitico

Oggi l’attenzione si concentra sull’Iran, non per caso. Teheran rappresenta un crocevia energetico e strategico, indispensabile per contenere l’ascesa cinese e ridefinire gli equilibri euroasiatici. L’eventuale destabilizzazione iraniana non sarebbe un evento regionale, ma un passaggio chiave nello scontro tra mondi.

Il Moloch finanziario-militare

Ciò che inquieta non è solo la potenza militare, ma la sua integrazione con la finanza globale. Guerre, sanzioni, ricostruzioni: tutto diventa voce di bilancio. Popoli, territori, risorse si trasformano in variabili di mercato. L’Occidente Inc. non combatte per ideali, ma per stabilità dei flussi e rendimenti.

Il consenso delle masse

Ancora più inquietante è il consenso interno. Ampi settori dell’opinione pubblica accettano – o giustificano – distruzioni e conflitti in nome del progresso, dei diritti, della modernità. È il risultato di una pedagogia permanente, che ridefinisce il bene e il male secondo le necessità del sistema.

Davos e la nuova alleanza

In questo quadro si inserisce il Forum di Davos, laboratorio ideologico più che semplice luogo di dibattito. La convergenza tra grande finanza e Big Tech non è un dettaglio, ma un salto di qualità: controllo dei capitali e controllo delle informazioni diventano un unico meccanismo di governo globale.

La finanziarizzazione della natura

Le recenti proposte di integrare il cosiddetto capitale naturale nei bilanci aziendali segnano un’ulteriore soglia superata. Aria, acqua, suolo, ecosistemi: ciò che era bene comune viene tradotto in asset, valutato, scambiato. Non è ambientalismo, è appropriazione contabile dell’esistenza.

Dal sacro alla merce

Quando persino ciò che rende possibile la vita viene ridotto a valore economico, non siamo di fronte a una svolta “verde”, ma a una metafisica del mercato. Il soffio vitale, ciò che molte tradizioni chiamano spirito, viene svuotato e reso proprietà. È il trionfo della Tecnica sull’Essere.

Una lettura alternativa

Da osservatore russofilo ma non ideologico, va detto: esistono modelli alternativi, imperfetti ma orientati alla sovranità reale, al primato della politica sul mercato, al limite come principio. Il mondo multipolare non è una minaccia: è una necessità storica per impedire che un solo centro decida il destino di tutti.

La questione non è difendere o attaccare l’Occidente in quanto tale, ma riconoscere cosa è diventato. Un sistema che pretende di salvare il mondo mentre lo contabilizza, lo frammenta e lo consuma. Capirlo è il primo passo per immaginare un futuro che non sia solo gestione del dominio, ma ritorno al senso, al limite e alla pluralità delle civiltà.