Gli agricoltori europei hanno ragione: perché l’accordo UE-Mercosur è economicamente rischioso per l’Europa

Uno degli argomenti più ricorrenti a favore di Mercosur è il presunto beneficio per i consumatori, sotto forma di prezzi più bassi e maggiore scelta. Anche questo è un mito che non regge a un’analisi economica seria.

STRASBURGO - Il rinvio dell’accordo di libero scambio UE–Mercosur alla Corte di giustizia dell’Unione europea segna una svolta politica che pare riallinearsi alle proteste degli agricoltori che avevano infiammato Bruxelles dicembre scorso. Ci troviamo di fronte ad un necessario riconoscimento: l’intesa presenta criticità strutturali, economiche e democratiche tali da rendere necessaria una verifica di compatibilità con i Trattati. Per la prima volta dopo oltre venticinque anni di negoziati, il processo di ratifica subisce una vera battuta d’arresto. Ed è un segnale che arriva in un momento in cui il consenso sociale intorno alle politiche commerciali europee è sempre più fragile.

A festeggiare sono soprattutto gli agricoltori europei, da tempo in prima linea contro un accordo percepito come una minaccia diretta alla loro sopravvivenza economica. Ma ridurre il nodo Mercosur a una protesta corporativa sarebbe un errore. Il punto è più profondo: l’accordo, così come concepito, espone l’Unione europea a un rischio economico sistemico, fondato su una concorrenza asimmetrica, su benefici concentrati e costi diffusi, e su una concezione del libero scambio che ignora le condizioni reali di produzione.

L’accordo UE–Mercosur è spesso presentato come uno dei più grandi trattati commerciali al mondo: due blocchi che insieme rappresentano circa un quarto del commercio globale, con l’obiettivo di ridurre o eliminare i dazi su una vasta gamma di beni. Per l’Unione europea, l’intesa promette maggiori esportazioni industriali, automobili, macchinari, prodotti chimici e farmaceutici, mentre il Mercosur ottiene un accesso privilegiato al mercato agricolo europeo.

Ma dietro questa simmetria apparente si nasconde uno squilibrio profondo. L’impatto macroeconomico complessivo stimato è modesto, nell’ordine di pochi decimali di PIL nel lungo periodo. Al contrario, l’impatto settoriale è tutt’altro che marginale: i vantaggi si concentrano in alcune grandi filiere industriali orientate all’export, mentre le perdite si distribuiscono lungo territori, settori agricoli e comunità locali.

Questo è il primo problema economico dell’accordo: non crea crescita diffusa, ma redistribuisce valore all’interno dell’Unione, spostandolo da settori regolati e radicati territorialmente verso settori più concentrati e globalizzati.

Il settore agricolo è il vero punto di frattura dell’accordo. L’intesa prevede quote preferenziali per l’importazione di prodotti sensibili, in particolare la carne bovina, ma anche pollame, riso e miele. Volumi sufficienti a destabilizzare mercati già fragili.

Gli agricoltori europei operano all’interno di uno dei sistemi normativi più stringenti al mondo. Norme ambientali, requisiti sul benessere animale, limiti all’uso di pesticidi e antibiotici, standard sanitari elevatissimi: tutto ciò ha un costo, che si riflette nei prezzi finali. I produttori del Mercosur, pur dovendo formalmente rispettare i requisiti di sicurezza all’importazione, non sono soggetti alle stesse condizioni di produzione.

Il risultato è una concorrenza strutturalmente distorta. I prodotti importati possono essere venduti a prezzi inferiori non perché più efficienti, ma perché realizzati in un contesto normativo meno oneroso. In queste condizioni, parlare di libero mercato è fuorviante: si tratta piuttosto di un meccanismo che spinge fuori dal mercato i produttori europei più piccoli e medi, accelerando la concentrazione e la desertificazione agricola.

Dal punto di vista economico, questo significa perdita di reddito, riduzione dell’occupazione rurale e indebolimento della sicurezza alimentare europea. Un costo che non compare nelle statistiche sull’export, ma che si manifesta nel tempo in modo irreversibile.

Uno dei principi base dell’economia politica è che le politiche sostenibili sono quelle in cui benefici e costi sono percepiti come equamente distribuiti. L’accordo UE–Mercosur viola questo principio. I benefici sono chiaramente identificabili: grandi gruppi industriali, settori già competitivi sui mercati globali, imprese in grado di sfruttare economie di scala e catene del valore internazionali.

I costi, al contrario, sono frammentati: migliaia di aziende agricole, intere regioni rurali, consumatori che nel lungo periodo vedranno ridursi la varietà e la qualità dell’offerta locale. Questa asimmetria genera instabilità politica e sociale, perché crea la percezione, spesso fondata, che le politiche commerciali europee siano progettate per pochi, a scapito di molti.

Non si tratta di una semplice redistribuzione, ma di una perdita di capitale produttivo. Quando un’azienda agricola chiude, non scompare solo un reddito: si perde know-how, presidio del territorio, resilienza della filiera. Sono costi che il mercato non recupera automaticamente.

Uno degli argomenti più ricorrenti a favore dell’accordo è il presunto beneficio per i consumatori, sotto forma di prezzi più bassi e maggiore scelta. Anche questo è un mito che non regge a un’analisi economica seria.

Nel breve periodo, l’impatto sui prezzi al dettaglio è limitato. Le riduzioni tariffarie incidono solo marginalmente sul prezzo finale, che dipende in larga parte da trasformazione, distribuzione e margini commerciali. Nel medio-lungo periodo, invece, l’uscita dal mercato dei produttori europei riduce la concorrenza interna, aumentando la dipendenza da fornitori esterni.

Meno concorrenza significa maggiore vulnerabilità a shock esterni, fluttuazioni dei prezzi e crisi geopolitiche. Il consumatore non guadagna oggi e rischia di pagare di più domani, in termini di prezzi, qualità e sicurezza dell’approvvigionamento.

Lato ambientale, l’accordo presenta un’altra criticità economica spesso sottovalutata: la delocalizzazione delle emissioni e dei danni ambientali. L’Unione europea impone ai propri produttori regole climatiche sempre più stringenti, che aumentano i costi di produzione con l’obiettivo dichiarato di ridurre le emissioni globali.

Ma importare da Paesi in cui deforestazione, agricoltura intensiva e uso massiccio di input chimici sono ancora parte integrante del modello produttivo non riduce l’impatto ambientale complessivo. Lo sposta. Le emissioni cambiano latitudine. Dal punto di vista economico, questo equivale a penalizzare la produzione interna senza ottenere il beneficio ambientale globale.

È una strategia inefficiente e controproducente, che mina la credibilità stessa delle politiche climatiche europee e alimenta la percezione di un doppio standard.

L’accordo UE–Mercosur viene spesso giustificato in nome della cosiddetta autonomia strategica europea e della necessità di diversificare le catene di approvvigionamento. Ma anche qui il quadro è meno lineare di quanto venga raccontato.

Aprire il mercato agricolo europeo in cambio di vantaggi industriali e di accesso a materie prime significa accettare una nuova forma di dipendenza. L’Europa rinuncia a capacità produttive essenziali, come l’agricoltura, per rafforzare settori già forti, aumentando al contempo la propria esposizione a fattori esterni.

Il rinvio dell’accordo alla Corte di giustizia riporta al centro anche una questione di metodo. L’ipotesi di un’applicazione provvisoria dell’accordo, prima della piena ratifica parlamentare, è stata duramente criticata perché percepita come una forzatura democratica.

La legittimità delle politiche è un fattore cruciale. Senza consenso sociale, anche le misure teoricamente efficienti falliscono. Un accordo che viene percepito come imposto dall’alto, senza una reale valutazione degli impatti territoriali e settoriali, è destinato a generare resistenza e instabilità.

Il rinvio alla Corte di giustizia è quindi più di un ostacolo procedurale: è un’opportunità per ripensare una politica commerciale che torni a mettere al centro l’interesse degli europei, fatto di lavoro, produzione e coesione sociale.