UBS, il ceo Ermotti pianifica le sue dimissioni per il 2027; rimane aperto il nodo dei $24 miliardi con Berna sulle riserve patrimoniali

Il Presidente Colm Kelleher mira a una transizione "morbida" e ad un passaggio di poteri indolore; tra i possibili candidati alla direzione dell'azienda, Aleksandar Ivanovic, Iqbal Khan, Robert Karofsky e Bea Martin

UBS, Ermotti pianifica le sue dimissioni per l'aprile 2027, anche se rimane aperta la sfida con il governo di Berna, il quale spinge per un incremento delle riserve patrimoniali di circa 24 miliardi di dollari. Una richiesta criticata da UBS, la quale ha esercitato una pressione negativa sulle quotazioni azionarie, offuscando in parte i successi ottenuti sul fronte operativo.

Ermotti, rientrato nel 2023 per gestire la delicata fusione con Credit Suisse, lascerà l'incarico una volta completata l'integrazione tra i due giganti bancari. Sotto la sua leadership, il titolo UBS ha raddoppiato il proprio valore, consolidando la sua posizione di CEO più pagato del continente (circa 16 milioni di euro nel 2024).

Tensioni con Berna e nodi regolamentari

L'uscita di scena arriva in una fase complessa del dialogo con le istituzioni elvetiche. Il governo svizzero spinge per un incremento delle riserve patrimoniali di circa 24 miliardi di dollari, una richiesta che UBS ha criticato duramente, sostenendo che possa compromettere la competitività del gruppo. Questa disputa ha alimentato persino dubbi sulla permanenza della sede centrale in Svizzera e sarà una delle sfide principali che il successore di Ermotti dovrà ereditare.

I favoriti per la successione

Il Presidente Colm Kelleher mira a una transizione "morbida", ispirandosi al modello di stabilità adottato da Morgan Stanley. Al momento, la rosa dei candidati interni è ricca di profili, anche se Aleksandar Ivanovic, responsabile dell’asset management di Ubs, pare oggi uno dei dirigenti più accreditati a succedere a Ermotti. Tra gli altri candidati figurano i co-responsabili del wealth management, Iqbal Khan e Robert Karofsky. Iqbal Khan, ex manager di Credit Suisse di origini pakistane, è da tempo considerato un probabile successore di Ermotti. È entrato in Ubs dopo uno scontro con il precedente istituto di credito e con l’allora ceo Tidjane Thiam, accusando la banca di aver assoldato investigatori che lo avrebbero pedinato per Zurigo. Khan aveva poi raggiunto un accordo con Credit Suisse e si era trasferito a Hong Kong nel 2024 per assumere la guida delle attività di Ubs nell’area Asia-Pacifico. Parallelamente, Karofsky, allora responsabile dell’investment banking, era stato nominato Head of the Americas. Anche Bea Martin, nominata chief operating officer della banca lo scorso ottobre dopo aver guidato l’unità Non-core e legacy di Ubs, è considerata una possibile erede.

 Il dopo-Ermotti

Sebbene il consiglio di amministrazione di UBS non abbia ancora ufficializzato le tappe del passaggio di consegne, rendendo le date ancora suscettibili di variazioni, al suo rientro nel 2023, Sergio Ermotti aveva prospettato un mandato di durata compresa tra i tre e i cinque anni (prevedendo di lasciare la carica tra il 2025 e il 2027). La sua missione era triplice: traghettare la banca attraverso la fusione con Credit Suisse, tracciare le linee guida per la crescita del nuovo polo bancario e individuare una rosa di eredi interni all'altezza del ruolo. Secondo alcune indiscrezioni, Ermotti potrebbe tornare in futuro come Presidente della banca.

Il Presidente di UBS, Colm Kelleher, è l’architetto della transizione. Per il dopo-Ermotti, Kelleher intende replicare la strategia adottata dalla sua precedente banca, la Morgan Stanley. L’obiettivo è quello di un "passaggio di poteri indolore", simile a quello avvenuto nel 2023 quando James Gorman lasciò la guida del colosso americano potendo contare su una solida rosa di candidati interni.

Il bilancio della gestione e il nodo del capitale

Il bilancio dell'operazione di salvataggio è finora positivo. Nonostante l'eredità di pesanti contenziosi legali e criticità burocratiche provenienti da Credit Suisse, l'integrazione è proceduta senza scossoni significativi, portando il valore del titolo a raddoppiare sotto la gestione Ermotti. Tuttavia, l'ultima fase del mandato è stata segnata dalle forti frizioni con le istituzioni di Berna. La pretesa del governo svizzero di innalzare le riserve patrimoniali di 24 miliardi di dollari ha innescato una disputa pubblica che, secondo gli esperti di mercato, ha esercitato una pressione negativa sulle quotazioni azionarie, offuscando in parte i successi ottenuti sul fronte operativo.