PAC, riarmo e crisi europea: come l’Unione sacrifica agricoltura, sovranità e sicurezza alimentare

I tagli alla Politica Agricola Comune, il Green Deal e la priorità data al conflitto ucraino ridisegnano un’Europa più fragile, dipendente dall’esterno e politicamente eterodiretta.

La PAC come architrave dell’Europa

Tornare sulla Politica Agricola Comune non è esercizio settoriale, ma riflessione sulla sopravvivenza europea. L’agricoltura è stata il collante dei primi progetti d’integrazione e la PAC, ancora oggi, assorbe circa un terzo del bilancio UE. Tagliarla di 90 miliardi significa colpire il cuore materiale del continente, non una sua periferia amministrativa.

Dal sostegno alla punizione

La programmazione post-2027 segna una svolta radicale: dai criteri basati sulla superficie coltivata si passa a un modello performance-based, legato a parametri ambientali stringenti. In astratto virtuoso, in pratica punitivo. Senza fertilizzanti e fitofarmaci molte colture non sono economicamente sostenibili. L’Europa rinuncia così all’agricoltura intensiva, unica in grado di garantire autosufficienza alimentare su larga scala.

Destrutturazione e concorrenza interna

La maggiore autonomia decisionale concessa agli Stati membri avviene però su fondi ridotti. Il risultato prevedibile è una frammentazione delle politiche agricole e una corsa agli aiuti di Stato, che favorirà i Paesi con più spazio fiscale. Germania e Nord Europa reggeranno; Italia, Grecia e Balcani pagheranno il prezzo. È una destrutturazione competitiva, non una riforma.

Guerra, bilancio e priorità

La coincidenza tra i tagli alla PAC e le risorse destinate a Kiev non è casuale. La Commissione parla di riallocazioni tecniche, ma l’obiettivo reale è preservare la credibilità finanziaria dell’Unione dopo scelte azzardate sul fronte bellico e industriale. Agricoltura e manifattura diventano bancomat per il riarmo e per una transizione verde che spesso coincide con deindustrializzazione.

Gli effetti sociali nei Paesi membri

In Francia, primo beneficiario della PAC, migliaia di aziende zootecniche rischiano la chiusura. In Italia, le stime parlano di perdite miliardarie tra cereali e olivicoltura. In Europa orientale, dove i sussidi sono spesso l’unica linea di galleggiamento, l’impatto sarà un dramma sociale. Il tutto mentre si aprono i mercati a prodotti ucraini esentati dagli standard europei.

Dipendenza strategica e isolamento

Tagliando la produzione interna, l’Europa si condanna a una dipendenza crescente da importazioni USA, Mercosur e Ucraina, proprio mentre le rotte commerciali sono instabili. Il raffreddamento dei rapporti con Russia e Cina, mercati naturali per l’export agricolo europeo, aggrava una vulnerabilità costruita con le proprie mani.

Ucraina e squilibrio strutturale

Un futuro ingresso di Kiev nell’UE, alle condizioni attuali, sarebbe insostenibile per il bilancio agricolo. Anche restando fuori dalla PAC, l’Ucraina rimarrà un fattore destabilizzante: non solo per la concorrenza sui prezzi, ma per la qualità e la tracciabilità dei prodotti in un mercato già deregolato.

Il nodo italiano e il vincolo esterno

Nel quadro nazionale, l’insistenza sul riarmo e sui “sacrifici necessari” riflette una linea che risponde più a vincoli esterni che a un mandato popolare. Da anni l’Italia subisce scelte calate dall’alto in nome di mercati, alleanze e automatismi europei. Il risultato è una compressione della sovranità democratica e una politica ridotta a ratifica.

Astensione come sintomo

Quando maggioranza e opposizione convergono su politiche percepite come impopolari e inevitabili, l’esito naturale è l’astensione. Non disaffezione, ma sfiducia in un sistema che chiede sacrifici senza offrire prospettive. Senza un ripensamento profondo delle priorità – pace, produzione, autonomia – l’Europa rischia di scoprire troppo tardi che la sicurezza inizia dai campi, non dai cannoni.