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Prezzi olio di girasole alle stelle (+66%). Prandini (Coldiretti):"Produzione nazionale di mais ridotta di 1/3 negli ultimi 10 anni"

Importazioni nazionali di olio ridotti al 46% dopo il blocco navale dall'Ucraina. Prezzi dei prodotti alimentari: in media +9,6% a luglio

16 Agosto 2022

Prezzi alle stelle dell'olio di girasole (+66%). Prandini (Coldiretti):"Produzione nazionale di mais ridotta di 1/3 negli ultimi 10 anni"

fonte: pixabay

Secondo l'analisi della Coldiretti, sulla base dei dati Istat, l’olio di semi di girasole è il prodotto alimentare che ha fatto registrare in Italia il maggior incremento di prezzo, ovvero il 66%. A far schizzare il costo, il blocco navale dall’Ucraina che ha ridotto fino al 46% le importazioni nazionali di olio. Lo studio della Coldiretti, infatti, viene pubblicato in riferimento all’arrivo nel porto di Monopoli (Bari) del primo carico di 6mila tonnellate di olio di semi di girasole destinate all’Italia, con la nave Mv Mustafa Necati partita dal porto ucraino di Chornomorsk.

La mancanza di olio di girasole si è fatta sentire in Italia dove numerose catene che sono state costrette a razionare le vendite mentre molte industrie alimentari hanno dovuto modificare le ricette dei proprio prodotti. Oltre che tal quale per le fritture, l’olio di girasole, ricorda Coldiretti, viene impiegato infatti dall’industria alimentare per la produzione di conserve, salse, maionese, condimenti spalmabili e la ripresa delle forniture può significare risparmi economici per le imprese costrette a rifornirsi con prodotti alternativi piu’ costosi.

Prezzi prodotti alimentari: in media +9,6% a luglio

La ripresa delle spedizioni è destinata ad avere effetti anche sull’inflazione, con i prezzi dei prodotti alimentari che sono aumentati in media del 9,6% a luglio, trainati proprio dagli oli di semi di girasole (+66%), dal burro (+31,9%) e dalla farina (+21,5%) che salgono sul podio dei prodotti maggiormente rincarati. Dalla ripartenza delle navi di cereali dell’Ucraina dipende l’arrivo in Italia di quasi 1,2 miliardi di chilli di mais per l’alimentazione animale per latte e carne, grano tenero e olio di girasole. L’Ucraina, infatti, con una quota di poco superiore al 13% per un totale di 785 milioni di chili è – continua la Coldiretti – il secondo fornitore di mais dell’Italia che è costretta ad importare circa la metà del proprio fabbisogno per garantire l’alimentazione degli animali nelle stalle.

Il blocco delle forniture dall’Ucraina ha determinato preoccupazioni per gli approvvigionamenti ma anche forti rincari in una situazione in cui i costi di produzione nelle stalle italiane sono cresciuti del 57% secondo il Crea mettendo in ginocchio gli allevatori nazionali. L’Ucraina – precisa la Coldiretti – garantisce invece appena il 3% dell’import nazionale di grano (122 milioni di chili).

Ettore Prandini (Coldiretti): "Negli ultimi 10 anni gli agricoltori hanno dovuto ridurre di quasi 1/3 la produzione nazionale di mais"

“L’Italia è costretta ad importare materie prime agricole a causa dei bassi compensi riconosciuti agli agricoltori che hanno dovuto ridurre di quasi 1/3 la produzione nazionale di mais negli ultimi 10 anni”, afferma il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare l’importanza di intervenire per contenere il caro energia ed i costi di produzione con misure immediate per salvare aziende e stalle e strutturali per programmare il futuro.

“Occorre lavorare da subito per accordi di filiera tra imprese agricole ed industriali con precisi obiettivi qualitativi e quantitativi e prezzi equi che non scendano mai sotto i costi di produzione come prevede la nuova legge di contrasto alle pratiche sleali ma – conclude Prandini – serve anche investire per aumentare produzione e le rese dei terreni con bacini di accumulo delle acque piovane per combattere la siccità, contrastare seriamente l’invasione della fauna selvatica che sta costringendo in molte zone interne all’abbandono nei terreni e sostenere la ricerca pubblica con l’innovazione tecnologica a supporto delle produzioni, della tutela della biodiversità e come strumento di risposta ai cambiamenti climatici”.

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