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Pnrr, non potrà trasformare un'economia ferma: ecco l'unico modo per abbracciare le sfide del futuro

E' nell’interesse del Paese che sia approvato, ma non sarà un piano di investimenti pubblici a trasformare un'economia ferma da 40 anni. Ci vuole una trasformazione profonda... Ecco come

Di Roger Abravanel

16 Maggio 2021

mario draghi

Il PNRR è un piano di investimenti pubblici che l'UE in parte ci regala e in parte finanzia a tassi agevolati. E’ ben strutturato in base alla linee guida della UE e ben comunicato ed è nell’interesse del Paese che sia approvato non solo per i fondi che porta, ma per l’instabilità politica che provocherebbe la sua non approvazione. Deve però essere chiaro che non sarà un piano di investimenti pubblici a trasformare un'economia ferma da 40 anni. Ci vuole una trasformazione socio-economica profonda che richiede tempo e azione politica.

Come ho raccontato in “Aristocrazia 2.0 , la nuova elite per salvare il Paese”, la nostra economia è ferma perché le sue imprese private non sono state in grado di approfittare della transizione da industriale a post industriale e poi a quella economia della conoscenza che verrà peraltro accelerata dal Covid. E’ rimasta ancorata a un paradigma economico fatta di PMI industriali e non ha prodotto quelle grandissime imprese innovative ( e le startup per le quali “piccolo è brutto“) che sono sempre più i veri motori della innovazione.

E’ vero che la green economy e la digitalizzazione del PNRR sono temi innovativi, ma non saranno gli investimenti pubblici che li sfrutteranno per trasformare la economia. La green economy crea crescita economica se lo Stato ha soprattutto un ruolo di creatore di incentivi (per esempio le tariffe delle fonti rinnovabili) per le imprese private che vogliono crescere e diventare grandi (come la Veolia e la First Solar). Lo stesso vale per la digitalizzazione i cui motori saranno sempre più le grandi aziende private che si tratti delle big tech digitali o di grandi imprese industriali o di servizio più capaci delle piccole di sfruttare la digitalizzazione per trasformarsi post Covid. Ben venga la digitalizzazione della PA come opportunità di efficienza e miglioramento della qualità del servizio pubblico ed è anche possibile che possa “trainare“ l’innovazione digitale privata come committenza pubblica innovativa ma difficilmente sarà un motore chiave della economia della conoscenza. D’altronde Il PNRR non può contenere altre opportunità di committenza pubblica innovativa. Non possiamo contare sulla difesa tecnologica israeliana o americana, clienti pubblici chiave per l’innovazione privata in quei paesi e la eccellente struttura sanitaria italiana  che produce spinout biotech in ospedali di ricerca come il san Raffaele non appare nel PNRR per la scelta europea di imporre solo i due temi chiave della green economy e digitale. L’unico progetto di investimento chiaramente “trasformazionale“ sono i 6 modi di investimento del PNRR nella la banda larga che però sono una piccola parte del totale e richiedono investimenti anche  da parte di società private come TIM e Open Fiber.

E’ sicuramente vero che l’enorme quantità di denaro pubblico che il PNRR riverserà sull’economia nei prossimi anni darà un  contributo alla ripresa sia in termini degli stessi investimenti, sia per le probabili ricadute laterali generate dall’ottimismo che produrrà sulle imprese private. Il PNRR lo stima in 10-12 punti di extra PIL entro il 2026. Purtroppo però cullarsi nell’idea che la spesa pubblica ci porti una ripresa resiliente è un grave errore e sarebbe una replica di quanto avvenuto negli anni 80 quando la spesa pubblica (e l’aumento del debito da 25 % a 100 % del PIL) drogò la crescita economica, nascondendo un progressivo deteriorarsi della competitività del sistema di PMI industriali che erano state alla base del “miracolo economico“. Quando, nel 1993, la crescita della spesa pubblica dovette inevitabilmente bloccarsi, il paese arrivò sull’orlo del fallimento Rispetto agli anni 80, la  situazione è oggi molto più grave per due ragioni: 1) l'economia della conoscenza sarà accelerata dal Covid - pensiamo all’ecommerce - e il nostro paese è in ritardo come si è visto dopo la crisi della finanza mondiale di 10 anni fa, quando la nostra economia non si è mai ripresa veramente dopo la crisi; 2) avremo più del doppio del debito di allora che a un certo punto dovrà cercare finanziatori sul mercato e faticherà a trovarli se il paese non riesce a dimostrare una crescita “sana“ fatta di investimenti privati, esportazione e imprese innovative globali e non solo di investimenti pubblici.

L'UE ha probabilmente chiaro che non saranno i 200 mdi di euro di investimenti pubblici a trasformare la nostra economia. Prova ne sia che richiede anche le famose “riforme“. Solo che gli eurocrati di Bruxelles vedono le “riforme” secondo gli stereotipi con cui ci guardano da sempre: gli italiani non hanno voglia di lavorare, per cui ci vogliono le “riforme” che li obblighino a farlo. Sbloccare gli appalti gestiti da burocrati fannulloni, fare lavorare di più i magistrati dando loro più risorse e informatizzandoli. Per questo nel PNRR sono apparse le 40 pagine in più di “riforme“.

La vera realtà è che gli italiani sono meno fannulloni sia nel privato sia nel pubblico di quanto pensa la UE e le “riforme” da fare sono molto più complesse di quanto pensa la UE. In due mesi non si definisce una strategia recuperare il terreno perduto nella economia della conoscenza. Le 40 pagine del PNRR sono un primo passo e i titoli dei capitoli sono quasi tutti quelli giusti, ma c’è ancora molto lavoro da fare.

Evitare lo statalismo di ritorno post Covid  e fare nascere un nuovo capitalismo migliore di quello familista che abbiamo da sempre in Italia richiede uno stato  “magnete di talenti” di un capitalismo innovativo come i fondi Venture Capital , “ ristrutturatori”, ”growth”, infrastrutture ecc, in cui lo stato è più creatore di incentivi e policies / regulation  che “imprenditore“. Cosa sino ad oggi difficilissima in uno stato che non brilla nei salvataggi delle imprese in difficoltà, perché rimane nella azienda per decenni e rischia di creare 400 Alitalia nei prossimi anni.

Recuperare il terreno perduto dalle nostre università nella ricerca che si sono chiamate fuori dalla competizione per il sapere  dell'economia della conoscenza  richiede  distruggere  antichi tabù che rifiutano la idea che  gli atenei non siano tutti eguali. La meritocrazia e competizione non nascono facilmente in istituzioni che sono diventati i bastioni del nepotismo. Questo drastico  cambiamento di mentalità non si otterrà con le idee del MIUR esposte nel PNRR, alcune nuove e interessanti e altre  rispolverate per l’occasione: i TLC (teaching and learning centers), i DEH (Digital education hubs ), i fondi pubblici per progetti di ricerca tipo ERC, i hubs inter-atenei di ricerca nazionali su tematiche di R&S, i 12 “ leader territoriali di R&S“. Proposte che non affrontano il problema di fondo: come scegliere e finanziare pochi atenei con i fondi necessari per competere a livello globale, ottenendo la giusta autonomia per selezionare, retribuire e promuovere i migliori phd, post doc e docenti sul modello dell’ITT e dei migliori atenei di ricerca del mondo.

Riformare la PA e combattere la burocrazia anti-crescita non significa rimettere di nuovo mano al codice appalti e semplificare le norme che  richiedono “27 autorizzazioni per aprire una pizzeria “( comunque se ne aprono tante ma tante anche poi chiudono). Ne’ quello di rendere più competente il personale ( in più “fannullone”). Per questo riformare la magistratura non vuole dire, come proposto dal ministero nel PNRR, digitalizzare uffici del processo che esistono da 10 anni e non funzionano ,  né  modificare il processo civile, ma fare sorgere una giustizia per la crescita, ripensandone obbiettivi e comportamenti.

1. Fornire un servizio efficiente al paese che aiuta lo sviluppo e attrae gli investimenti: tempi brevi e prevedibilità dei giudizi.  Iniziando dalla giustizia civile dove oggi esiste una misura trasparente e obbiettiva della performance dei 140 tribunali civili che dimostra chiaramente come essa dipende solo e unicamente da chi li guida (nel bene e nel male) e non dal numero di cancellieri e dal livello di informatizzazione.

2. Combattere la cultura del sospetto verso gli amministratori pubblici e  le grandi imprese che sono viste come delle associazioni a  delinquere, causando una paralisi decisionali del personale della PA che più che di “ fannulloni “ è pieno di vittime spaventate.

3. Eliminare favoritismi e protezioni delle piccole aziende (accettare evasione fiscale. "abusivismo di necessità", trattamenti di favore nei conteziosi alla “parte debole “, ecc...

4. Rendere la giustizia accountable verso i cittadini chiarendo che essere "indipendente dalla politica" non significa essere la più  autoreferenziale d’Europa, come ampiamente dimostrato da studi europei. Il potere giuridico da noi è diventato  spropositato grazie alla profonda mancanza di fiducia degli italiani nella PA e nella politica (la credono più corrotta di quanto i i nigeriani e i russi considerino la loro). Come farlo? Per esempio ridando potere alla struttura giuridica nella valutazione dei magistrati e togliendola all’ ANM e alle correnti, ripensando la composizione del CSM, aumentando il ruolo reale del potere legislativo ed esecutivo e facendo un enorme sforzo di trasparenza sulla performance dei magistrati.

Se, dopo aver ottenuto dall’Europa il più grande piano di aiuti dai tempi del piano Marshall, gli italiani smettessero di guardare al passato dei successi della loro economia industriale di piccole imprese e imbracciassero davvero la sfide del futuro, potremmo lasciarci alle spalle non solo il Covid, ma quarant’anni di occasioni sprecate.

Questa è la versione originale del pezzo di Roger Abravanel, director emeritus di Mckinsey & Co, "Rendere il PNRR veramente resiliente" uscito in data 15/05/2021 sul Corriere della Sera, largamente basato sulle idee di "Aristocrazia 2.0, la nuova élite per salvare il Paese".

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