A Pirelli HangarBicocca apre “The House That Jack Built”, retrospettiva di Rirkrit Tiravanija a cura di Lucia Aspesi e Vicente Todolí

 Il progetto espositivo riunirà per la prima volta la più ampia selezione di opere architettoniche realizzate dall’artista, molte delle quali sono ispirate a edifici iconici firmati da grandi maestri, legati al Modernismo

A Pirelli HangarBicocca apre “The House That Jack Built”, retrospettiva di Rirkrit Tiravanija a cura di Lucia Aspesi e Vicente Todolí.La mostra vuole portare all’attenzione del pubblico la trentennale ricerca dall’artista intorno alla pratica spaziale e architettonica.

 Il titolo fa riferimento alla celebre filastrocca inglese ottocentesca, strutturata come una narrazione ripetitiva e cumulativa: pur chiamandosi La casa che Jack ha costruito, non racconta la storia della casa né di chi l’ha edificata. Piuttosto, rivela come essa sia indirettamente connessa e interagisca con tutte le altre persone o cose che la circondano. Evocandola, Tiravanija vuole mettere in luce il suo rapporto con le questioni di autorialità, da sempre presenti nella sua poetica, concependo gli edifici come piattaforme il cui valore è determinato dall’uso e dalle persone che li abitano, non dalla loro forma né da chi li ha progettati.

 Il progetto espositivo riunirà per la prima volta la più ampia selezione di opere architettoniche realizzate dall’artista, molte delle quali sono ispirate a edifici iconici firmati da grandi maestri, legati al Modernismo, come Sigurd Lewerentz, Le Corbusier, Rudolf Michael Schindler, Frederick Kiesler, Jean Prouvé e Philip Johnson.

 Attraverso queste strutture, Tiravanija rilegge le icone moderniste alterandone la funzione originaria mediante attivazioni collettive e inserendole in contesti radicalmente diversi, aprendo così nuove possibilità di uso, relazione e significato.

Come delle sequenze cinematografiche che si dispiegano lungo l’intera esposizione, la mostra proporrà un susseguirsi di scenari in cui il visitatore diventa protagonista. In molte installazioni, infatti, tra i materiali indicati compare la dicitura “a lot of people”. Affidarsi a “tanta gente” per dare vita all’opera significa accettare la possibilità di interruzioni e imprevisti: ciò che accade potrebbe non corrispondere a ciò che esisteva fino a quel momento. La mostra non si propone dunque come un mausoleo di opere emblematiche del passato, ma come un formato partecipativo attivo in cui le forme vengono riattivate ogni volta da presenze e circostanze diverse.

Rirkrit Tiravanija: l’artista

 Rirkrit Tiravanija (Buenos Aires, 1961; vive e lavora tra New York, Berlino e Chiang Mai, Thailandia) ha cambiato profondamente la prospettiva e il modo con cui oggi ci si approccia all’arte grazie alla sua constante messa in discussione dell’opera.

Dagli anni Novanta, Tiravanija ha modellato la sua pratica intorno all’impegno sociale, spesso incoraggiando i visitatori a interagire e a partecipare attivamente nei suoi lavori. Le sue installazioni, performance, fotografie, film, sculture e disegni si spingono oltre i confini convenzionali, ridefinendo le categorie tradizionali e promuovendo un ambiente dinamico in cui il coinvolgimento e la collaborazione sono parte integrante dell’opera.

 I progetti di Tiravanija emergono da una profonda indagine dell’identità culturale ed esplorano le strutture globali sottostanti, mettendo in discussione la realtà e l’immaginazione dei luoghi.

Riproducendo attività del quotidiano – come mangiare, dormire o giocare – l’artista reinventa lo spazio espositivo, rifiutandone qualsiasi idealizzazione e trasformandolo in realtà tangibile, in cui le differenze etiche e culturali sono messe in discussione, analizzate e problematizzate. L’opera diviene così un processo aperto, uno strumento di dialogo e trasformazione che stimola l’incontro e la costruzione di una comunità viva.

 Al centro della pratica di Tiravanija si colloca un duplice obiettivo: da un lato, una critica ai meccanismi delle istituzioni occidentali che producono e legittimano la conoscenza mediante pratiche espositive; dall’altro, la ricerca di forme artistiche in grado di riattivare il contesto e l’uso degli oggetti, restituendo loro la linfa vitale spesso attutita dalle istituzioni. Emblematica è l’introduzione dell’aspetto comunitario, come quello del cucinare e consumare il cibo in una dimensione pubblica, come strumento artistico.