82esimo Anniversario delle Fosse Ardeatine: un caso storico ormai chiarito, ma che ancora oggi suscita interrogativi distopici
Il 24 Marzo di 82 anni fa 335 persone furono giustiziate e trucidate dalle forze di occupazione nazista a Roma. L'eccidio delle Fosse Ardeatine resta tutt'oggi una delle piaghe più profonde nelle oscure pagine del nazifascismo in Italia, e continua a interrogare su ciò che fu: l'antefatto partigiano, la figura di Herbert Kappler, le responsabilità mai accertate di comandi superiori
L’eccidio delle Fosse Ardeatine rappresenta una delle ferite più profonde e dolorose impresse nella storia italiana durante l’occupazione nazista. Questo massacro, avvenuto a Roma il 24 marzo 1944, non fu solo un atto di violenza bellica, ma un’operazione di rappresaglia calcolata che segnò per sempre la memoria collettiva della capitale e dell’intera nazione. Ancora oggi è sensato chiedersi - senza ovviamente che questo sminuisca il crimine di guerra per mano degli occupanti tedeschi e dei loro complici italiani fascisti: l'attentato dei partigiani che generò la rappresaglia fu un atto comunque irresponsabile e pesantemente controproducente? Ma soprattutto: il principale colpevole condannato e messo in carcere nell'immediato dopoguerra fu un vero e proprio capro espiatorio, mentre i colpevoli peggiori restarono impuniti?
L'antefatto di via Rasella
Tutto ebbe inizio il 23 marzo 1944. Un gruppo di partigiani dei GAP (Gruppi di Azione Patriottica) organizzò un attentato contro l’11ª compagnia del terzo battaglione del Polizeiregiment Bozen, un reparto di polizia militare tedesca composto soprattutto da coscritti sudtirolesi. Mentre i soldati marciavano in via Rasella, l’esplosione di un ordigno nascosto in un carrettino da spazzino causò la morte immediata di 32 militari (un altro morirà nelle ore successive).
La risposta tedesca fu immediata e altrettanto irresponsabile. Hitler, informato dell’accaduto e preso da una crisi quasi isterica, ordinò inizialmente una punizione esemplare che prevedeva la distruzione di un intero quartiere di Roma e una rappresaglia nell'ordine di 50 italiani da fucilare per ogni vittima tedesca. Successivamente, lo stesso comando tedesco suggerì una rappresaglia basata sulla proporzione di dieci italiani uccisi per ogni militare tedesco perito nell'attentato e Hitler emise il verdetto.
Il massacro nelle cave di pozzolana
Il compito di compilare le liste dei condannati fu affidato dai suoi superiori a Herbert Kappler, ufficiale delle SS, capo de facto della SD, della SiPo e della Gestapo a Roma. L’elenco fu composto attingendo dai detenuti del carcere di Regina Coeli e di via Tasso, includendo prigionieri politici, partigiani, ebrei e civili rastrellati casualmente soprattutto nella zona dell'attentato.
Il 24 marzo 1944, a sole 24 ore dall’attentato di via Rasella, le vittime furono condotte presso le cave di cenere pozzolana per edilizia sulla via Ardeatina. Qui, i prigionieri vennero fatti entrare a gruppi di cinque e uccisi con un colpo alla nuca. Le esecuzioni andarono avanti per ore ed ore. Per un errore nel conteggio dei tedeschi, furono giustiziate 335 persone, ovvero cinque in più rispetto alla quota stabilita dalla spietata contabilità nazista. Al termine dell’esecuzione, le mine fecero saltare l’ingresso delle cave, sigillando i corpi sotto le macerie nel tentativo di nascondere l’orrore.
Le 335 vittime appartenevano a ogni classe sociale e fascia d’età. Tra loro figuravano operai, intellettuali, commercianti, nobili e militari. L'età dei caduti variava dai 14 anni di Michele Di Veroli ai 74 anni di Mosè Di Consiglio. Il gruppo più numeroso era quello dei prigionieri politici, circa 250 persone, mentre 75 erano di religione ebraica. Molti di loro erano membri del Partito d'Azione e di Bandiera Rossa, organizzazioni attive nella Resistenza romana.
Gli sviluppi postbellici e i processi
Dopo la liberazione di Roma nel giugno 1944, iniziarono le operazioni di esumazione e identificazione delle salme, un compito straziante coordinato dal medico legale Attilio Ascarelli. Solo allora la città comprese l’entità della tragedia.
Negli anni seguenti, dal punto di vista giudiziario, la vicenda ha avuto un iter lungo e complesso. Herbert Kappler fu condannato all’ergastolo da un tribunale militare italiano nel 1948, ma la sua fuga dall’ospedale militare del Celio nel 1977, probabilmente organizzata dagli stessi Servizi Segreti italiani su mandato del governo come merce di scambio per un cospicuo prestito fornito dal governo tedesco, scatenò accese polemiche nazionali ed internazionali.
Solo negli anni Novanta si giunse alla condanna degli ufficiali SS Erich Priebke e Karl Hass, entrambi coinvolti direttamente nella gestione dell'eccidio. Priebke, estradato dall'Argentina nel 1995, fu condannato all’ergastolo e trascorse gli ultimi anni di vita agli arresti domiciliari a Roma, morendo nel 2013 a cento anni compiuti. Il dibattito sul piccolo dettaglio che Kappler fosse solo l'esecutore materiale, o meglio amministrativo, della strage mentre i suoi comandanti superiori non furono mai neanche inquisiti si perse nelle more della politica del dopoguerra e soprattutto nella cattiva coscienza di un'Italia che aveva a sua volta numerosi criminali di guerra da mettere sotto il tappeto e non sotto i riflettori.
La verità storica oggi è stata accertata, e la figura di Herbert Kappler, pur nella sua atroce funzione non essendo certamente stata neanche in qualche modo riabilitata, per lo meno è stata inquadrata con maggiore precisione all'interno degli eventi. Certamente per evitare o comunque limitare una simile strage, Kappler avrebbe potuto (e probabilmente dovuto, anche per un qualunque militare tedesco di quell'epoca, ma non bisogna dimenticare che era un militare delle SS, imbevuto di dottrina nazista) elaborare una soluzione particolarmente creativa per effettuare una sorta di simulazione, probabilmente facendo fucilare solo una parte dei condannati e manipolando poi il numero finale presentato ai superiori.
Tale soluzione apparrebbe impossibile a molti commentatori sprovveduti, ma non certamente agli storici militari, e soprattutto a degli storici militari proprio di estrazione militare, poiché chiunque abbia una esperienza in questo settore può comprendere la difficoltà nella organizzazione di una strage di tale entità, e la confusione che ne deriva, sia nella gestione burocratica che nella esecuzione materiale. Kappler resta quindi una figura emblematica della Seconda guerra mondiale e della tragedia umana che ne derivò e che ne deriva. Purtroppo anche in questo caso senza troppo aver insegnato ai posteri, come le stragi delle guerre contemporanee, nel 2026, dimostrano senza eccezioni.
Ma almeno oggi le Fosse Ardeatine ospitano un imponente sacrario inaugurato nel 1949, uno dei primi esempi di architettura contemporanea dedicata alla memoria in Italia. Il sito è meta costante di visite scolastiche e istituzionali, restando un richiamo contro la assurdità dei peggiori istinti umani.