"A Esenin", lirica dedicata al grande poeta russo nostalgico e bucolico dalla raccolta inedita "Di motivi non taciuti"

Una poesia dedicata al poeta russo Sergey Aleksandrovic Esenin, uno degli artisti più amati e d'ispirazione del secolo scorso

Nostalgico, eccessivo figlio d’antichi usi

e votato alla vita agreste,

in te vedo le betulle d’argento della luna,

distese sterminate e boschi amici.

Vita spezzata dal dissidio,

amasti la tradizione

e una Russia rurale

contro i molti europeismi neoterici.

La vita dei suburbi ti era dentro

come un canto primordiale

di voce in voce.

Inurbato e ormai straniero

ai luoghi della tua infanzia,

più volte vi tornasti

con una fama senza fama

pari a quella desiderata.

Ribelle di fibra pertinace,

mai compromesso col nuovo potere

e le sue lusinghe che divennero capziose,

vagabondo come il vento,

ebbro di salici, aceri e cieli lindi

e alti cirri,

un corpo solo eri con la tua gente,

ma ora senza luogo

e guardato da occhiate sguince

proprio laddove crescesti.

In cammino senza più strade familiari,

allo zenit tanto annunciato

di una modernità di ferro e carbone,

caligine e frenesia.

Già correvano su strade di ferro

indomabili treni,

dove prima erano carrozze e cavalli,

pareva accorciata la distanza

ma nel cuore tuo si accresceva

come un crepuscolo

che più della notte dura.

Non era più la tua Russia di legno...

Plasmavi una poetica armoniosa

con la tua isba nel cuore

cortili polverosi, granai, pascoli

e contadine contrade,

il disegno tuo perfetto

senza penuria di sguardo.

Gli elementi della natura

erano ricamo nelle tue parole tenere,

sognanti e concrete:

la loro voce atavica

si faceva ritmo e danza di immagini

coniugate nei soli e nelle lune:

stagioni e tempi che narravano di usi e pratiche

che il tuo Paese

era sulla via del dimenticare.

La fantasia tua, dalle ginocchia sbucciate

di bimbo libero,

andava a giorni d’anfore di sole

e germogli e vita zingara.

Ma ora taceva la voce saggia e campestre

nel chiasso della futura via.

Esule nei tuoi annosi luoghi e paesaggi,

più non ti riconoscesti

se non in un nome che non spazzava via il vento

assieme a bracciate di foglie;

al costo, però, di non parlare più alla madre,

ma a una plebaglia ostile e sghignazzante.

Pioggia sottile come diluvio d’aghi

dilavava la dimora che nel ricordo tenevi,

e se in cuore portasti l’immensità,

estranea e stipata si fece la via per luoghi altri

che non ne tenevano traccia.

A Leningrado lasciasti la vita


e pochi, nudi versi di congedo.


La fine, logoro straccio tra le dita del tempo,


non più della vita pesava sul tuo passo:


la tua voce altrove continua

il suo pellegrinaggio,

altrove conduce la sua luce errante.




Di Massimo Triolo