La mostra “Roma Terzo Millennio – La scia della cometa", la capitale non è solo un museo a cielo aperto ma un ecosistema creativo
La metafora della cometa, ispirata a un disegno di Mimmo Paladino, traccia una traiettoria luminosa che ridisegna i contorni della Forma Urbis, scardinando i vecchi confini statici per rivelare un organismo in costante espansione
Si è conclusa presso lo spazio WeGil di Trastevere, l’iconico edificio razionalista progettato da Luigi Moretti nel 1933, la mostra “Roma Terzo Millennio – La scia della cometa”. L’esposizione, promossa dalla Regione Lazio e ideata dall’ambasciatore Umberto Vattani, già segretario generale del Ministero degli Esteri e presidente della Venice International University, è stata curata insieme ad Andrea Bruschi, Giuseppe D’Acunto e Rosalia Vittorini. La mostra si è configurata come un manifesto programmatico volto a rovesciare l’immagine stereotipata di Roma come semplice “museo a cielo aperto”. L’obiettivo dichiarato è stato quello di proporre una visione della Capitale non più ancorata esclusivamente al passato, ma proiettata nelle sfide della contemporaneità.
Come ha sottolineato l’assessore alla Cultura Simona Baldassarre, questo cambio di paradigma è essenziale, poiché "l’obiettivo è far conoscere la città oltre i fasti dell’età classica, del Rinascimento e del Barocco, per affermare come la moderna metropoli sia un laboratorio, un ecosistema creativo capace di trasformare il suo patrimonio culturale in un motore economico". Secondo Baldassarre, rivendicare il ruolo di Roma nel contemporaneo rappresenta una scelta strategica che "significa affermare che la cultura non è un lusso, ma un motore di sviluppo economico e di partecipazione civile".
Il cuore della mostra ha ripreso la potente metafora della cometa, ispirata a un disegno di Mimmo Paladino, che ridisegna la Forma Urbis lungo una traiettoria luminosa: la “testa” coincide con il Distretto del Contemporaneo a nord, quadrante che raccoglie eccellenze architettoniche come il Foro Italico di Enrico Del Debbio, il Palazzetto dello Sport di Pier Luigi Nervi, l’Auditorium di Renzo Piano e il MAXXI di Zaha Hadid; mentre la “scia” segue la dorsale del Tevere, attraversa l’Eur con la Nuvola di Massimiliano Fuksas e si proietta verso Ostia e il Mediterraneo, restituendo a Roma il suo destino di città di mare e porta verso le rotte commerciali del sud.
Nel percorso sono state inserite architetture religiose d’avanguardia degli ultimi venticinque anni, come la chiesa del Volto Santo di Gesù alla Magliana, con la vetrata di Carla Accardi, o San Pio da Pietrelcina a Malafede, progettata da Alessandro Anselmi. L’obiettivo era rappresentare anche il “sacro quotidiano” e tutti gli spazi vissuti dalle persone ogni giorno.
Un punto cruciale del percorso è stato il chiarimento sulla genesi della Collezione Farnesina, nata circa trent’anni fa all’interno del Ministero degli Affari Esteri in un momento storico in cui in Italia non esistevano ancora grandi musei pubblici nazionali dedicati esclusivamente al contemporaneo. Questa collezione, che oggi vanta oltre 700 opere di maestri come Sironi, Fontana, Accardi e Pomodoro, non è nata come una semplice raccolta fine a se stessa, ma come un atto di “diplomazia culturale” volto a dimostrare che l’Italia sa dialogare con il presente. Tale slancio era iniziato simbolicamente quarant’anni fa con l’installazione della scultura “La Nereide” di Emilio Greco a Londra, dando il via a una strategia che ha portato l’arte italiana contemporanea negli spazi pubblici delle grandi metropoli mondiali, da New York a Tokyo.
L’esposizione ha inoltre integrato una dimensione scientifica d’avanguardia, ricordando l’eredità del fisico Antonino Zichichi e l’applicazione della fisica dei sistemi complessi allo studio dei flussi urbani, presentando la scienza come uno strumento di civismo essenziale per la sostenibilità. In tal modo, l’esposizione è diventata un laboratorio dove la ricerca e la cultura si uniscono per affrontare i problemi concreti della metropoli, come la sostenibilità e la cura degli spazi di periferia.
Roma si rivela dunque come un territorio “poroso” dove le rovine dialogano con i mercati rionali e le nuove architetture, in un romanzo corale che, come ha ribadito Baldassarre, dimostra che "investire nella bellezza significa investire nella crescita"