Ma che bella città! Un'indagine linguistica
Che cosa è successo alle nostre città? Quale ignota patologia virale le ha trasformate in quel poco, eppur troppo che vediamo attraversandole? Quali sentimenti ci comunicano, e cosa continuiamo a "vedere", in questo abisso contemporaneo?
Ma che bella città! Un'indagine linguistica.
«Sorge nell'alta campagna un colle, sopra il quale sta la maggior parte della città; ma arrivano i suoi giri molto spazio fuor delle radici del monte […] dentro vi sono tutte l'arti, e l'inventori loro, e li diversi modi, come s'usano in diverse regioni del mondo.»
(Tommaso Campanella, La città del Sole, 1602)
Che cosa è successo alle nostre città? Quale ignota patologia virale le ha trasformate in quel poco, eppur troppo che vediamo attraversandole? Quali sentimenti ci comunicano, e cosa continuiamo a "vedere", in questo abisso contemporaneo?
Tutto e niente.
Continuiamo pervicacemente a dirci "cittadini" più o meno consapevoli di un destino imprevedibile in una inarrestabile deriva dicotomica: meraviglie edificate in assenza di un vero programma-progetto, etiche sabotate dalla ridondanza estetica dilagante, dunque la città non muore ma tende pericolosamente a trasformarsi in qualche ammasso informe di enorme densità formale.
La città degli ultimi due secoli, almeno, vive in uno stato di ipossia, rispetto agli splendidi disegni colorati a matita dei vecchi maestri in camice bianco, il nostro universo è simile allo scenario del più spericolato autore di fantascienza, ma quello che sconcerta gli osservatori più attenti è che "dietro la facciata principale, non rimane nulla", niente che ci riporti ad un barlume anche modesto di disegno e dunque di progetto sia pure prevedibile.
La bidimensionalità teorica e concettuale si ammanta del vestito sgargiante, di una fallibile poli-dimensionalità senza spiegazione, una complessità che scema nella complicazione inutile, un giro prolisso di parole scomposte per affermare concetti semplici, semplici: vuoti.
La teoria, la scrittura, lo schizzo improvvido, la gestione dell'errore ha lasciato il campo alle prove stereometriche patinate e prevedibili, ormai si accatastano enormi architetture che cercano di rendere meno provinciali anche le più lontane province dell'impero, gli urbanisti contemporanei, oltre a non conoscere la storia, non praticano la memoria a breve.
Viene giù lento questo cielo d'acqua
Senza respiro
Come se non fosse niente
Sopra il traffico e le luci
Che galleggiano lungo la strada
Senza respiro
E sentire poi quest'aria molle
Che mi sa di polvere da sparo
Senza respiro, ma viene giù
Anche la storia che è scritta sui muri
Si scioglie e si mischia la storia sui muri
(musica: V. Nocenzi, G. Nocenzi / testo: F. Di Giacomo, V. Nocenzi)1979
Alla città manca l'aria, non respira più e si adegua seguendo le farneticazioni modeste dell'ultimo socio-guru spettinato, che spiega a tutti che in questa realtà complessivamente distopica comunque è sempre meglio vivere che morire, poche idee ma confuse nel gioco dell'oca dell'appiattimento antropologico.
Non sappiamo nulla dei contesti, non abbiamo coscienza (e conoscenza) dei nuovi gruppi sociali, delle micro-classi frantumate, non vediamo gran parte degli abitatori dei cento segmenti/frattali di cui è composta la città, al punto che ci appare un ossimoro definirla come "un tutto" fatto di "troppe parti", dove i diversi elementi non si riconoscono a vicenda perché oltre a non capirsi neppure si conoscono.
Siamo oltre Metropolis, con l'aggravante che il "Controller di latta" non si vede e si nasconde dietro molte sembianze diverse, dando all'ignaro cittadino, l'illusione di avere tutta la libertà a portata di mano, con l'enorme possibilità di fruire di mezzi che dopo essere stati inventati non ci ricordiamo più perché: la digitalizzazione ci ha regalato "la libertà nell'ubiquità", siamo milioni di post-Hermes, incatenati e illanguiditi dal flusso inarrestabile delle informazioni (inutili perchè false, false perchè inutili).
Nella città ogni parvenza di comunità è bandita, ogni momento di condivisione è alterato da bisogni altri, superiori, ignoti, abitiamo in un vuoto consapevole stabilizzato, attraversiamo il disagio senza neppure accorgercene, in attesa di ulteriori invenzioni che, considerano il pensiero e l'antica autodeterminazione dell'individuo, un gadget costoso e noioso.
Non è dunque un problema pensare al futuro delle nostre città quando il vero problema è la libertà di pensiero, lo slancio progettuale, la creazione di nuove condizioni di vivibilità minime: salubrità dell'aria, "ultra ricchi e ultra-poveri", cibo, materie prime, acqua potabile, catastrofi assortite: terremoti, eruzioni vulcaniche, frane, valanghe e maremoti (tsunami) alluvioni, inondazioni, uragani, cicloni, tornado, tempeste e grandinate siccità, ondate di calore, desertificazione, epidemie, pandemie, infestazioni.
Tutto questo non può prevedere un qualsivoglia intervento pianificatorio, in questo contesto non è possibile progettare, tanto ci pensa il Fondo per noi.
È una specie di partitura quasi impossibile da suonare, dove "le parti della composizione" oltre ad essere in contrasto, neppure sembrano essere consequenziali, non osservano alcuna regola, non conoscono, come nella musica atonale, neppure una gerarchia di suoni , di spazi e di tempi, un "magma informe" che assomiglia sempre di più ad una materia che si modifica continuamente in maniera totalmente imprevedibile.
È questa la metafora più alta dell'anti-materia.
Con buona pace degli analisti, dei filosofi e soprattutto degli architetti smarriti di fronte a troppe variabili, che osservano i fenomeni dopo che si sono manifestati, senza alcuna possibilità di poterli prevedere e dunque pianificare.
...deridere l'urbanistica come simbolo professionale fino a estinguerla,demolendola col nostro disprezzo per coloro che pianificavano aeroporti,new towns,città satellite,autostrade,edifici a torre,infrastrutture e ogni prodotto della modernità.Testi sulla(non più)città.Rem Koolhaas.Quodlibet.2021
Non è morta dunque solo l'urbanistica, ma anche l'architettura è diventata un esercizio stilistico senza nessuna volontà di aderire a qualsiasi principio di integrazione urbana,che si compiace della propria insopportabile vitalità formale, un gioco costosissimo senza alcuna valenza etica, dove la presenza dell'uomo-cittadino-user è solo un dettaglio ininfluente.
Questa deriva è sicuramente esplosa negli ultimi decenni ma è riuscita a diventare un dogma, l'assioma vincente, la "città istantanea" è un conglomerato che riproduce ad ogni latitudine, piani astratti che diventano reali, forse solo come in altrettanti videogiochi, da nord a sud e da est a ovest: la storia è adesso
Ma anche la mitologia dei centri storici, imbellettati come artificiose e museografiche architetture sempre meno realistiche, serve a cristallizzare un passato che, diventa falso perchè deve essere tecnologicamente contemporaneo, "il brutto" abbandonato, diroccato, deve trasformarsi in "rovina-parco giochi", in maniera che tutto sia, appunto attuale, contemporaneo e risponda alle esigenze minime della percezione omogeneizzata.
Non è sicuramente invidiabile tutta una categoria che si deve confrontare con queste realtà e si trova a dover dare un senso profondo a un universo che questo senso lo ha perduto da tempo, e non ne sente la mancanza, l'attualità persistente, continua , non ha bisogno del passato se può semplicemente re-inventarlo all'uso neo-merceologico e neo-commerciale.
La neo-polis, è un progetto che non riconosce le pre- esistenze, anzi le schiaccia col potere evocativo delle immagini patinate, un immenso catalogo di apparenti meraviglie che hanno poco senso col luogo, col tempo e con lo spazio.
Sospese in un "presente permanente" senza correlazioni con tutte le infinite categorizzazioni e sovrapposizioni temporali, non c'è continuità, quella attuale non è conseguenza di "qualcosa" che è già esistita "ieri", ma è solo un'idea auto generativa che ha dimenticato la sua origine, potremmo affermare spericolatamente che la bella città è nata per partenogenesi.
Poi gli abitanti saranno in grado di adeguarsi, sempre, di chiamarla col nome che ci fa battere il cuore, e trasformare ogni spazio artificiale nel luogo di una sequenza di origini, non sono nato qui, ma forse ne ho una percezione sfuocata, lieve, dove una comunità è fatta di un singolo abitante, moltiplicato per milioni di identità altrettanto uniche e sole.
Solitudini che non si cercano, e quindi non possono in nessun caso trovarsi.
Una condizione distopica ormai diffusa ed accettata,e anche il pensiero non ci sostiene in questa analisi, troppo distratto da device assortiti.
Ci fa tenerezza l'ultimo teorico che continua a slittare su un territorio scivoloso dove tutto sfugge, tutto di elide, tutto si nasconde dentro altre categorie dello spirito , dove abitiamo?
In quale contesto crediamo di vivere? chi sono quelli che casualmente attraversano i nostri tracciati pubblici o privati?
Naturalmente nessuna risposta a queste e altre mille domande che erano alla base di quella che un tempo veniva spacciata per scienza (urbanistica), ed oggi è diventata meno di una performance artistica, non si pianifica, non si costruisce semplicemente i pochi apprendisti stregoni rimasti, hanno preparato un ultimo trucco per pochi o tanti boccaloni pronti a farsi sedurre ancora una volta.
Dentro questa città tutto è possibile perchè e niente è realmente condiviso, in una rincorsa all'autoproclamazione del mistero e dello stupore, col demiurgo che dalla cattedra è salito sul trono , dunque l'urbanistica immobiliare è tutta scritta nel catalogo delle ambizioni di una società che non vuole più nulla se non sbarcare il lunario, con buona pace dei sognatori di un'epoca remota che era ancora capace di sognare senza dover usare un render.
Bastava la parola, bastava il linguaggio a descriverci, a renderci compatibili, la pianificazione immaginava mondi possibili e la politica, la buona politica li rendeva "atti", ma questo è successo molte ere fa, quando il pensiero ci definiva, quando le percezioni ci spingevano verso qualche idea di futuro auspicabile.
La memoria e la nostalgia non ci possono salvare dalle responsabilità che il mondo professionale tutto, ha distrattamente guardato implodere, è morta una scienza intera: l'urbanistica, ha perso il diritto di sedersi al tavolo regale delle techné, svuotata dei significati reconditi che sono nati all'atto della sua fondazione teorica.
non è necessario analizzare le patologie urbane perchè non siamo capaci di curarne le degenerazioni; ogni malattia ha una cura, conosciuta o ancora sconosciuta, ma la città prospera anche nei miasmi estetici, un nosocomio in continua evoluzione e non siamo così convinti che voglia essere sanificata. Maurizio de Caro "lenire le ferite urbane . Mi Senti? Trattato sull'architettura come comunicazione umana .Il quadrante.2017
In questa società istantanea e brutale, la perdita della memoria collettiva è il vero progetto mirabile, e tutti insieme ci avviciniamo all'indifferenza delle idee etiche o estetiche perchè nella bella città ,senza l'affanno intellettuale dell'urbanistica, non serve vivere davvero basta credere di farlo, tutti insieme
"Gli altri creano perché non hanno potere. Io, invece, non ho bisogno di un'opera: io vivo…",Albert Camus, Caligola (Caligula, 1958)