Dove va l'arte? La non facile sostenibilità del ciclo formazione/produzione artistica/mediazione culturale. Ne parliamo con Stefano Pizzi
Una voce intellettuale, intensa e indipendente di chi sintetizza nel proprio percorso tutte le dimensioni dell'arte e della cultura estetica
Stefano Pizzi, pittore, studente e poi docente all'Accademia di Belle Arti di Brera, della quale è stato Titolare di Cattedra di Pittura, Responsabile delle Relazioni Esterne e Internazionali, della Comunicazione, Vicedirettore, Membro del Consiglio di Amministrazione e Presidente del Nucleo di Valutazione. Animatore di istanze culturali e di interventi nel sociale, nel corso degli anni ’80 ha ricoperto la carica di Segretario del Sindacato Artisti, conduce a tutt’oggi una costante attività espositiva attraverso mostre personali e rassegne nazionali ed internazionali alle quali è di volta in volta invitato. L’itinerario della sua ricerca ha sempre teso a sviluppare un confronto tra la pittura e il suo supporto che tecnicamente si esplica nel dialogo tra l’iconografia dipinta e quella dei materiali sui quali opera. Questa dialettica tra soggetto e contesto, significato e significante, lo ha contraddistinto all’interno del sistema dell’arte verso il quale ha sempre assunto una posizione critica se non antagonista. LAutore di ricerca è conosciuto anche dal grande pubblico per le sue spettacolari installazioni urbane realizzate nel corso degli anni ’80 e ‘90. Oltre alla pittura si è dedicato alla grafica d’arte ed alla ceramica. Sue opere sono presenti in numerose collezioni pubbliche e private in Italia e all’estero e su diverse navi da crociera della flotta Costa. Vive e lavora a Milano.
Caro Stefano,
seguo da anni le tue multiformi attività di pittore, curatore, critico e intellettuale da sempre impegnato nelle dimensioni dell'arte e della cultura artistica. Ora che non insegni più all'Accademia di Brera mi sembri ugualmente straordinariamente attivo come sei sempre stato dopotutto. Ho saputo della stimolante mostra dedicata alle Olimpiadi invernali Milano- Cortina e che presenta una location innovativa: gli spazi del Passante di Milano. Ce ne parli?
Caro Giacomo, l’esposizione alla quale fai riferimento il cui titolo è “Neve”, si propone di offrire una visione altra del grande evento olimpico e vede la partecipazione di una serie di autori di chiara fama affiancati da artisti più in erba. Il progetto è stato curato il passato anno per lo spazio del Passante Ferroviario di Porta Venezia da Renato Galbusera, Giulia Minetti e Alessandra Attianese della Fondazione ArtePassante. Questa organizzazione senza scopo di lucro gestisce gli spazi del Passante Ferroviario nei più importanti scali milanesi: Repubblica, Porta Venezia, Garibaldi, Dateo, Vittoria e Villapizzone ideando, realizzando e coordinando una serie di attività culturali che spaziano dalle Arti Visive, al Teatro, alla Musica.
Sei sempre stato sensibile ai temi del rapporto arte-pubblica committenza. Come sai abbiamo una legge fantastica, la n° 717 del 1949 che resta in pratica lettera morta non venendo attuata nelle opere pubbliche più grandi per le quali è pensata proprio per dar spazio ai giovani artisti che dovrebbero essere selezionati e premiati (e pagati). Non pensi che si dovrebbe sensibilizzare di più le pubbliche amministrazioni sulla loro responsabilità etica e sociale verso l'arte?
Amico mio, dopo anni di impegno e di relativo sconforto, ho smesso di pensare. Viviamo in un Paese la cui classe politica, pur cosciente che sul proprio territorio vengono custoditi (e non certo al meglio) i due terzi del patrimonio artistico ed architettonico mondiale, non ha mai mostrato interesse ad elargire un veritiero sostegno agli artisti ed agli operatori delle arti visive in generale. La legge n° 717 del 1949, ha funzionato nel bene e nel male fino ai primi anni ’70. Da allora in poi, causa le diverse successive modifiche, la non applicazione o la mala applicazione, si è rivelata un problema per le amministrazioni pubbliche e ha determinato scontento sia nel contesto dei costruttori che in quello degli artisti. Le ultime modifiche che risalgono al 2017 hanno prodotto qualche buon risultato ma, come è noto, non viene per lo più applicata. Ed è decisamente una macchia nazionale, perché questa legge che abrogò, sostituendola, la precedente legge Bottai dell'11 maggio 1942, fu promulgata con l’intento di favorire e promuovere l’arte contemporanea e in base ad essa le pubbliche amministrazioni, che provvedono alla costruzione o alla ristrutturazione di edifici pubblici, dovrebbero destinare una quota non inferiore al due per cento della spesa totale prevista dal progetto all’inserimento di nuove opere d’arte negli edifici stessi. Dovrebbero.
Ci parli del "Centro Brera" che ha sede nella canonica di San Carpoforo di cui ti stai occupando? Che storia ha questo luogo culturale e come stai operando in esso?
Il Centro Internazionale di Brera fu fondato nel 1973 da Bettino Craxi ed altri giovani artisti e intellettuali, con l’intento di promuovere nel quartiere di Brera un luogo di produzione socio culturale con particolare attenzione alle nuove produzioni cinematografiche. Nel corso degli anni ’70 sono passati dal Centro i più importanti registi nazionali ed internazionali. Il Direttore e principale animatore delle varie attività fino agli anni ’90 è stato Cornelio Brandini coadiuvato inizialmente dallo scenografo Sauro Tomassini e in seguito dall’architetto Ettore Pasculli. Attualmente il Centro i cui spazi sono stati ridimensionati, in una parte di esso è subentrata la Fondazione Mondadori, è una biblioteca storica del ‘900, custodisce gli archivi dell’Avanti e di Critica Sociale e gode dell’Alto Patronato della Presidenza della Repubblica. E’ presieduto dal giornalista Stefano Carluccio eletto da un Direttivo di sette membri del quale faccio parte in qualità di esperto degli ambiti di ricerca culturali ed artistico visivi. Trattandosi di una realtà autofinanziata, ci diamo da fare per produrre varie iniziative ed eventi quali mostre, conferenze, presentazione di libri, concerti, performances, seminari di attualità politica, sociale ed ambientale.
L'anno scorso hai ricordato Raffaele De Grada (che conobbi in rapporto a Piero Leddi) al Palazzo della Permanente. Non ci sono più i grandi autori oppure sono solo occultati da media più interessati agli eventi-spot piuttosto che alla ricerca e all'intellettualità?
Raffaele De Grada, detto il Raffaelino in quanto figlio omonimo del pittore De Grada, è stato un grande critico e storico dell’arte nonché comandante partigiano e politico del nostro Paese, ma soprattutto mio amatissimo mentore e stimatissimo professore all’Accademia di Brera dove ha insegnato numerosi anni elargendo, con la sua affabile oralità, perle di sapere e saggezza a diverse generazioni di allievi. No caro Giacomo, non ci sono più i grandi autori, gli esimi studiosi e tampoco i critici militanti: è finita un’epoca, siamo entrati nell’era della curatorialità che curiosamente, al posto di curare, riesce spropositamente ad aumentare i nostri acciacchi causando brividi estetici ed intellettuali inenarrabili.
Oggi manca una continuità organica nel passaggio generazionale? Eppure l'Accademia di Brera continua a vivere come un ciclo continuo fra studenti che diventano artisti e artisti che diventano professori, come nel tuo caso.
Mancano molte cose, ma soprattutto manca quel particolare comportamento, che contraddistingueva i decani maestri di Brera, che gli umani chiamano etica. Le Accademie sono ormai scuole come tante altre e i loro direttori svolgono le stesse funzioni dei dirigenti scolastici delle secondarie: non è un caso che su 25 accademie statali e 17 private, regolarmente riconosciute dal MIUR, nessun direttore sia un grande artista di chiara fama. Certo il passaggio generazionale permane, ma la compromissione con l’attuale sistema dell’arte ha stravolto quella specifica, quanto genuina, comunicazione tra maestro e allievo che gli orientali definiscono “da cuore a cuore”.
Forse l'artista viene colto più nei suoi aspetti tecnici o comunicativi e meno nello spessore culturale e linguistico?
Ciò a cui mira oggi un giovane artista accademico è innanzitutto il successo, mentre la questione che dovrebbe approfondire maggiormente è quella del proprio ruolo all’interno del contesto sociale, cui dovrebbe seguire la formulazione di un proprio linguaggio espressivo. Certo è che se il docente non pone questi argomenti difficilmente il discente evolverà con coscienza critica rispetto a un sistema basato esclusivamente sull’economia.
Milano sta davvero attraversando un momento di crisi identitaria come grande città (condannata ad essere creativa) oppure è un luogo comune retorico e non stiamo vedendo abbastanza il nuovo già presente?
Ciò che resta della grande capitale industriale e morale è sotto gli occhi di tutti: i velocissimi salti tecnologici imposti dal secolo breve hanno avviato la trasformazione della città che ha visto sparire la classe operaia e crescere una miriade di attività e di servizi. Milano oggi è una vetrina internazionale, la coda dell’Expo, la moda, il design e la moltitudine di eventi di ogni tipo attira nuovi residenti, soprattutto esteri; il recente rapporto di Henley & Partners del gennaio u.s. presenta la città come una delle più alte concentrazioni di milionari al mondo: 1 ogni 12 residenti; gli altri 11 però non se la passano bene per niente. La condanna, pertanto, non è quella di continuare a essere creativa, ma di perdere la propria identità se non si prendono nell’immediato drastiche misure.
E' finita l'epoca delle "grandi mostre"? Non sarebbe utile tornare ai "grandi premi" istituzionali che fecero grandi un Pellizza, un Segantini e un Longoni? Le Istituzioni possono tornare mecenati illuminati e strategici per l'arte contemporanea?
Le grandi mostre istituzionali sono nate e presto finite nei primi anni ’80, le rassegne epigone, prevalentemente storiche e periodiche le famose “da…a…” continuano ogni tanto a fare capolino in sedi istituzionali ma prodotte soprattutto dalle case editrici alle quali, ca va sans dire, interessa soprattutto la vendita dei biglietti d’ingresso, dei cataloghi e dei relativi gadgets. I grandi premi si sono consumati soprattutto nella prima metà del ‘900, penso a rassegne come i Premi Brera, Cremona o Bergamo, nel dopoguerra si sono sviluppate realtà come il Lissone, il Michetti, tutt’ora sporadicamente longevi ma bene o male legati al sistema dell’arte contemporanea, o il Marche da poco risorto che sinceramente mi appare come una realtà indipendente e scientificamente più equilibrata. Delle grandi rassegne nazionali quali la Biennale di Venezia, la Quadriennale di Roma o la Triennale di Milano è inutile parlare in quanto rispecchiano la realtà del mercato o della scena contemporanea, più o meno internazionale, massacrandoci il sistema nervoso con delle linee di tendenza che spaziano dalla questione di genere, alla condanna del colonialismo occidentale, formulando una revisione arbitraria della storia che compiace soprattutto chi la compie. Avremmo bisogno di far rinascere, ma non una tantum, esperienze indipendenti da apparati ministeriali, regionali o civici, penso per esempio alla Biennale di Milano la cui ultima edizione risale agli anni ’90 organizzata da commissioni indipendenti di artisti con il coordinamento della Società per le Belle Arti ed Esposizione Permanente. Gli interlocutori ideali per organizzare nuovamente questa rassegna, considerata soprattutto la realtà territoriale, potrebbero essere degli imprenditori illuminati costituiti in un pool o un istituto bancario locale quale la Cariplo attraverso la propria fondazione, la Popolare di Milano o la Mediolanum. Si darebbe vita finalmente a una grande rassegna indipendente, scevra da sottomissioni e clientelismi nonché foriera di un rinnovato spirito meneghino all’interno di un mondo dell’arte ormai viziato da influenze improprie, ipertecnologiche e globallizzanti.