Ci piacerebbe non credere agli Epstein Files. Le teorie del complotto sono sempre state una comoda rassicurazione sul male del mondo: siamo disposti ad accettare l’orribile nelle opere di fantasia, ma quando queste incontrano la nostra realtà vorremmo solo poterle negare.
Partiamo da un presupposto: l’intimo e necessario bisogno della specie umana si riassume nella protezione del più giovane. Sin dall’alba dei tempi, non appena l’uomo prese coscienza di sé stesso, un imperativo categorico lo separò dalle bestie: proteggere, ad ogni costo, la propria prole. Soprattutto quando è vulnerabile e indifesa, perché rappresenta la garanzia del futuro, anche in assenza dei padri. Eppure non riusciamo ad accettare né quantificare gli orrori che si consumano verso questa categoria, perché ciò va contro la nostra natura più profonda. Nei lunghi e diffusi scambi associati agli Epstein Files, i bambini sono spesso menzionati in svariate forme, talvolta attraverso linguaggi in codice perversi nella loro banalità.
Non possiamo credere che certi contenuti siano a nostra disposizione, o che siano realmente stati prodotti da qualcuno. La negazione è un meccanismo umano: consente di rendere un dolore meno intenso e di continuare a vivere nella ripetizione rassicurante dello schema quotidiano. Come si accetta la realtà se resta l’impressione di una punizione che non appare mai reale?
Il processo informativo, i media e la politica hanno infantilizzato il dibattito. Lo hanno ridotto a contenuti stressanti, emotivi e reattivi, deresponsabilizzando di fatto i destinatari. Viviamo nell’epoca in cui la democrazia caratterizza il mondo occidentale, eppure la sua espressione appare sempre più una pia illusione. Il voto, da solo, non basta, tanto è vero che l’astensionismo diventa un tumore diffuso.
Si ha l’impressione che il potere abbia solo cambiato volto, ma non sostanza. Persino le vittorie elettorali racchiudono il nichilismo democratico a cui assistiamo. Non appena il politico raggiunge le stanze del potere si trasfigura. Sembra affermare molto, ma non si constata alcun cambiamento strutturale promesso, solo dichiarazioni aggressive, simboliche, spettacolari.
Ci sentiamo intrappolati in un gaslighting intenzionale operato dai governi. L’individuo ha sempre meno spazio e viene volgarizzato da finte forme di espressione. La diffusione della pornografia, i miti di una liberazione sessuale prigioniera di vecchi dogmi, i movimenti di diritti effimeri che non guardano alla persona ma la rinchiudono in un assioma contribuiscono a una sensazione di svuotamento.
E quando bisogna parlare, denunciare, arrabbiarsi, tutto tace, e tutto sembra finto. Gli Epstein Files sono semplicemente dei file. Anche se condivisi da autorità statunitensi. Anche se persone influenti ancora in vita sono menzionate o ritratte. Ogni schema di potere pare ridursi a una banalità ordinaria. L’ipotesi finale non è la rivolta, ma il disincanto.
I social media anestetizzano la libertà. Illudono il consumatore di avere una voce e di poterla condividere, ma agiscono come mercati emotivi dove si consumano rabbia e frustrazione senza effetti reali. Le città e i loro svaghi diventano piattaforme digitalizzate, i sindaci si trasformano in content creator istituzionali, lo sdegno si perde in un sistema binario a neon.
La confusione prodotta dall’esposizione costante al flusso informativo è ciò che affatica la nostra mente. Leggere o assistere alla violenza e alla perversione non ci scuote più: tutto si esaurisce in un commento sdegnato, nell’interazione tra estranei che accresce il senso di solitudine.
La solitudine di credere nella propria intima ribellione, senza riconoscersi in nessun altro, se non nei boschi.