Dal 31 gennaio al Wichita Art Museum apre la mostra di Alex Katz, con scenografie e schizzi inediti di oltre due dozzine di produzioni

Alex Katz è la testimonianza di come la sua freddezza, non sia mai distacco e critica, ma un modo di filtrare le tante scorie che ogni epoca accumula e dare l’essenza, l’invisibile, il sogno

Arti performative e arti visive si fondono nella mostra di Alex Katz in programma al Wichita Art Museum dal 31 gennaio, la prima esplorazione completa delle collaborazioni giocose e creative di Katz con coreografi, danzatori e membri di ensemble teatrali d’avanguardia nell’arco di sei decenni. La mostra, organizzata dall’American Federation for Arts e dal Colby College Museum of Art, espone rari materiali d’archivio, importanti scenografie e dipinti, e schizzi inediti provenienti da oltre due dozzine di produzioni. Alex Katz è una grande icona americana, ne rappresenta la grande anima immaginaria, che si rapporta ai riti e ai gesti della quotidianità, rivelandone tutta la potenza espressiva, seppure con strumenti minimali che risentono di tutta una trasformazione poetica, che ha fatto della semplificazione l’elemento caratterizzante di un modo di interpretare la modernità, di un paese continente, in cui il futuro delle metropoli, spesso sconfina con l’immobile tradizione della provincia. Alex Katz investe la sua pittura di un ruolo rivelatore, facendone un mezzo di conoscenza della realtà, che per il suo essere in piena luce, rischia l’invisibilità, in quanto esprime la ricchezza e la immediatezza di tutti i giorni, di tutto ciò che, per troppa vicinanza, rischia di sfuggire ad ogni percezione. La sua arma segreta è la semplicità, fatta di toni bassi, di immagini laminari, che si stagliano su un fondo orizzontale, come simboli di una parata mediatica, appartenenti alla tribù della pubblicità, che comprende tutti, che interessa tutti quelli che vivono la strada, che è metafora universale, che divide e collega in modo ambiguo, sia quelli dei quartieri alti, sia quelli degli slums. Le immagini fotografiche, con la loro immobile commedia, si alternano al tripudio dei video, sempre più preda di sfalsature e squadrature grottesche, influenzando le nostre ore vissute tra gli altri durante il lavoro, durante il relax e le nostre solitudini, entrando di prepotenza anche nei sogni. Alex Katz si è posto di fronte ad essi, ricavandone il genio delle sue Reflections che fanno della sensibilità immediata, l’arma segreta di luci, colori e forme, proiettando i dubbi e le speranze della sua attraversata in mezzo secolo di trasformazioni, che appartengono alla storia di tutti noi, codificando il definitivo passaggio della tradizione del Lei alla trasgressione del Tu, decretando la crisi della cravatta e ergersi la cometa del giubbotto. Il suo artificialismo serigrafico, non deve trarre in inganno, non è un ripiegamento sulla pellicolarità dei volti, delle figure, dei paesaggi, ma coinvolge tutta la loro spettacolarità in un minimalismo materico, rendendone tutti i termini di leggerezza, in cui ognuno possa riconoscersi senza timore di rivelare un proprio codice segreto. Si attraversano le sale di questa pittura con un senso di gioia, nel vedere che anche in questa nostra modernità ci può essere una chiave di lettura, per quanto provvisoria, si possa immaginare e sempre disponibile ad aggiungere o sottrarre qualche particolare, che ne faccia cogliere il senso di identità, che è implicito in questo modo di vedere, che è anche espressione di un modo di sentire e di un modo di essere, che non è tramontato, come tramontano le mode e fenomeni emotivi del momento. L’elemento organico di questa pittura è quello di saper cogliere il soffiare di uno spirito del tempo, di un trentennio almeno, in cui molte cose andavano in frantumi, inducendo ad un pessimismo assoluto, mentre in lui traspare un ottimismo compassato, fatto di tanta vita privata che regala a quella pubblica, tesori di sorrisi e di senso corale, perché in fondo la società di massa è fatta di singolarità che influenzano la pluralità e la connotano, sia nel bene che nel male. Alex Katz, che porta in sé i momenti più creativi che sono stati della beat generation, dei suoi scambi energetici con Andy Warhol e tutti i vitalismi della pop art, è la testimonianza di come la sua freddezza, non sia mai distacco e critica, ma un modo di filtrare le tante scorie che ogni epoca accumula e dare l’essenza, l’invisibile, il sogno.