Se ci ammala di un disturbo mentale non bisogna vergognarsi. Anche di vergogna si muore. Nasce cosi’ la Fondazione di Roberto Vecchioni e il librone inchiesta Come Cristi in Croce di Antonio Esposito.
Ci sentiamo tutti come Cristo in Croce. Pazienti e familiari, vittime quanto gli stessi pazienti. Roberto Vecchioni, il celebrissimo cantautore e professore di italiano, insieme alla moglie Daria hanno dato vita e linfa alla Fondazione Vecchioni presentata a Palazzo Marino, sede del comune di Milano. “Mio figlio Arrigo ha lottato 17 anni disperatamente contro la malattia mentale e non ce l’ha fatta. Era unico, un meraviglioso poeta. Dicono che dolore passa con il tempo e il dolore che fa passare il tempo”, aggiunge commosso Roberto Vecchioni.
Affronta la malattia mentale Il libro/inchiesta del saggista Antonio Esposito Come Cristo in croce. Storie, dialoghi, testimonianze sulla contenzione, è un pamphlet, forte, di denuncia e atroci testimonianze, molto ben documentato anche con materiale fotografico. Malati incatenati ai letti per giorni, maltrattati, trattati come carne umana da macello. Una tortura da medioevo. L’autore si mette in dialogo con chi la contenzione meccanica l’ha vissuta e con chi ne ha fatto una missione per farla abolire. E le cicatrici che lasciano a livello fisico e psichico. Le fascette con cui si legano braccia e gambe, i corpetti utilizzati per bloccare il busto, lasciano ferite indelebili nelle vita di chi la subisce. In troppi casi, come quelli di Wissem Ben Abdel Latif, Francesco Mastrogiovanni, Elena Casetto, Giuseppe Casu e tanti altri, la contenzione ha portato fino alla morte di pazienti legati ai letti; donne, uomini, anziani e bambini che testimoniano questa lacerante mortificazione del proprio essere persona. Giuridicamente, non esiste, purtroppo, una norma specifica che la vieti, ma la Cassazione nel 2018 sul Caso Mastrogiovanni, ha sancito che la contenzione non può essere considerata un atto medico, ma un «presidio restrittivo della libertà personale che non ha né una finalità curativa né produce materialmente l’effetto di migliorare le condizioni di salute del paziente». A fine 2024 la Corte Europea per i Diritti dell’Uomo ha condannato l’Italia per un caso di contenzione protratta per 8 giorni in un reparto psichiatrico ospedaliero».
«La contenzione si realizza come pratica banale, un utilizzo routinario della forza che mortifica anche il lavoro degli operatori. Si legano i pazienti perché in quei reparti si è sempre fatto così, perché non esiste una formazione specifica che determini altre modalità operative, pure possibili, perché, nella pratica, ancora sopravvive il dispositivo manicomiale dell’internamento, e ancora si ripete la retorica del “è per il loro bene”, senza però mai interrogarsi davvero sulla dignità, sui diritti di chi la subisce».
Una storia esemplare: Il 28 novembre 2021, dopo una contenzione durata oltre 100 ore, Wissem muore a 26 anni legato su un letto in un corridoio del reparto psichiatrico dell’Ospedale San Camillo di Roma. Wissem era arrivato in Italia, il 2 ottobre 2021, sbarcando a Lampedusa su un barcone della morte. Sognava una vita migliore. L’incompetenza e l’indifferenza dei medici gli ha riservato una morte da Cristo in Croce.