Esiste ancora l'arte e la critica d'arte? Ne parliamo con un curatore appassionato e tenace lombardo-friulano: Giovanni Serafini
collezionista e critico fuori dagli schemi che da decenni si impegna per valorizzare la pittura e l'arte figurativa italiana
Giovanni Serafini (1942): fedele cultore dell'arte figurativa italiana; proviene dall’arido settore della tecnica industriale, ma è da sempre un appassionato collezionista e da un quarto di secolo si dedica attivamente al campo artistico quale ricercatore di talenti, recensore critico, curatore di mostre, con una visione intransigente, indipendente e rigorosa di ciò che considera arte, sempre subordinata a un giudizio soggettivo e in quanto tale doverosamente rispettabile.
Caro Giovanni ci eravamo conosciuti anni fa trovandoci vicini nel nostro impegno a valorizzare la tradizione pittorica italiana. Qual è lo "stato dell'arte" oggi?
Se dovessi definire in quale stato si trovino oggi le arti plastiche, direi preagonico. La crisi è dovuta a un secolo di mistificazioni, in cui qualsiasi balordaggine è stata considerata arte. Le Gallerie, asservite a un sistema mercantile falsato, vanno chiudendo e pochi sono i galleristi rimasti che abbiano una loro autonomia selettiva incurante delle mode, mentre altri si sono trasformati in rinunciatari “affittacamere”. Alle inaugurazioni di mostre e alle fiere d’arte si ritrovano in prevalenza persone di età avanzata. Il diffuso disinteresse dei giovani per le esposizioni d’arte, bombardati di immagini da onnipresenti schermi dove tutto è reperibile in tempo reale e subito dopo dimenticato, oltre a un generale scadimento scolastico-culturale, si riscontra anche in occasione di conferenze, di rappresentazioni teatrali, di presentazioni di libri. A questo si aggiunga l’impoverimento della categoria media che poteva permettersi di acquistare opere d’arte, mettendo in crisi gli artisti che faticano, salvo quelli di alto livello, a collocare la loro produzione. Non parliamo dello stato dell’architettura, che va progettando costosissimi grattacieli penduli e altre irragionevoli costruzioni in boriose gare di altezza, ideate da divinizzate archistar. Ma il peggio deve ancora arrivare, con la forzata accelerazione del digitale e della cosiddetta Intelligenza Artificiale, che minacciano di rendere superato l’artista, se non del tutto superfluo l’essere umano.
Perché è così difficile, oggi, definire in che stato si trova l'arte contemporanea?
A mio avviso non esiste l’arte contemporanea, come non esiste l’arte moderna. Contemporanei sono gli artisti nostri coevi. In ogni epoca la produzione artistica ha avuto la sua contemporanea modernità, che è un fattore di ordine epocale e non qualitativo, ed è risibile considerare una modernità prevalente su un’altra. Se davvero si tratta di arte, essa si svincola dalla sua dimensione temporale e trascende ogni convenzione nell’assumere un valore universale per durare oltre la breve vita degli uomini. Il busto di Nefertiti, il Galata morente, il Laocoonte, i Bronzi di Riace – ancorché di autori incerti – sono eternamente pregevoli e del tutto contemporanei, entusiasmando oggi come entusiasmarono migliaia di anni fa e come continuerà a succedere. Non altrettanto, credo, accadrà con la non-arte del secolo scorso, se non come testimonianza di un periodo di decadenza e di goliardiche canzonature. Ha fatto il giro del mondo l’esilarante notizia del quadro di Mondrian New York City 1, che è rimasto esposto capovolto in un museo di Düsseldorf per 70 anni. In effetti, davanti a guazzabugli di colori o a ghirigori senza senso, mi chiedo sempre come facciano i corniciai a fissare l’attaccaglia sul lato giusto del quadro. Le tanto enfatizzate avanguardie, promosse da un mercato drogato e da una critica interessata, sono ormai stantie retroguardie, ma si continua ad attribuire valore alle più stravaganti sciocchezze in veste di novità, esito di pensose sperimentazioni, mentre per fare arte è necessario imparare a disegnare, a preparare le tele, ad usare i colori con costante allenamento per affinare la propria tecnica, ma tutto questo non basta, perché occorre possedere un’individuale scintilla di genio, talento innato e raro, che non si trova in vendita nei negozi di colori.
Non trovi che esista ancora un grave deficit a danno della pittura figurativa e della scultura che non sia solo installativa ma strutturale?
Domanda provocatoria. Non può esistere, a mio parere, pittura o scultura che non contempli la figura. Dire pittura figurativa è tautologico, come dire che un cantante canta. Arte è comunicazione di bellezza, di un sentimento profondo, di un’intuizione geniale e per poter comunicare è indispensabile usare un linguaggio intelligibile, altrimenti l’opera resta indecifrabile, autoreferenziale, avendo l’autore inventato un “nuovo” linguaggio che lui solo (forse) conosce e di cui nessun essere razionale avverte la necessità, già esistendo la nefasta Babele di migliaia di idiomi diversi. I filosofi, gli oratori, i letterati comunicano per mezzo di parole, nella speranza che chi li ascolti o li legga conosca il loro linguaggio; i compositori si esprimono con suoni codificati; i pittori comunicano invece per mezzo della figura, che si fa immediatamente intendere senza bisogno di parole, essendo il più antico e universale medium inventato dall’uomo. Edward Hopper, che sapeva dipingere il silenzio e la solitudine, osservava: «Se potessi esprimerlo con le parole, non ci sarebbe alcuna ragione per dipingerlo». Se nelle arti plastiche venisse meno la raffigurazione, l’opera risulterebbe incomprensibile, rivelando l’incapacità comunicativa dell’autore e quindi il suo fallimento. Il pittore che pretende che il proprio ermetismo aniconico debba essere spiegato con ragionamenti per poter essere capito, dimostra di avere scelto il mezzo espressivo sbagliato. Non parliamo poi della scultura, oggetto di ogni possibile travisamento, apparentata a grottesche installazioni o a monumentali strutture scatologiche, avvilenti oltraggi a magnifiche piazze, o ancora a squallidi reperti quali televisori sfondati, cumuli di stracci, carcasse d’auto, mucchi di sassi, scarpe vecchie e ciarpame simile, che assennati addetti alle pulizie hanno in più casi frainteso, gettando tali capolavori nella spazzatura.
Ma ormai molti autori di arte astratta, concettuale, informale sono storicizzati e le loro opere si trovano nei musei.
Anche Hitler, Stalin, Jack lo Squartatore sono storicizzati, ma non per questo sono considerati soggetti da incensare. La storia cristallizza l’esistenza di personaggi noti, ma non ne determina automaticamente un giudizio positivo, ne consente se mai una più pacata valutazione. L’attribuzione di valore alle stravaganze moderniste – a partire dalle farneticazioni futuriste del “cretino fosforescente” Marinetti, come d’Annunzio lo definiva, che pure hanno prodotto qualche lavoro degno di nota, ma che hanno rubato preziosa energia creativa a grandi artisti come a un Balla e a un Boccioni, fino alle recenti buffonate dell’opera che si autodistrugge dopo un’assegnazione d’asta, delle banane incerottate alle pareti, di truculente tele cosparse di sangue, di dipinti ornati con sterco d’elefante, di opere invisibili affibbiate all’allocco di turno – dimostra la facilità con cui scaltri manovratori del mercato riescano a manipolare le menti deboli e a influenzare le scelte di esibizionisti facoltosi. I musei tradizionali, dall’atmosfera solenne e quasi sacrale, in cui sono custoditi i capolavori della più alta storia dell’uomo al fine di tramandarne l’edificante bellezza come il Louvre, il Prado, l’Ermitage, gli Uffizi, ecc., visitati da milioni di persone, vengono oggi umiliati da blasfeme contaminazioni con l’introduzione di opere di finta arte per “farle dialogare” con i capolavori del passato, sperando così di riuscire a dare credibilità e valore al nulla. Per non dire dei recenti “musei di arte moderna”, colossi architettonici dalle strutture cervellotiche in cui trovano posto le più sconfortanti assurdità, con bilanci stabilmente in rosso, fonti di disorientamento e di diseducazione collettiva.
Ci sarebbe bisogno di nuovi Premi pubblici e istituzionali?
È risaputo che i Premi, al pari delle scelte espositive istituzionali, si assegnano agli amici degli amici politicamente corretti e che i giurati si scelgono tra compiacenti addetti ai lavori. Questo vale per i Premi d’arte come per quelli del cinema, dei libri, degli attori. Riacquisire indipendenza di giudizio e onestà intellettuale da parte dei selezionatori credo sia quasi impossibile, visti i legami, le corruttele e le censorie chiusure da parte di coloro che monopolizzano da tempo l’ambiente dell’arte e non solo.
È ancora utile la funzione dei critici?
«L’arte non si spiega, si sente» recita un condivisibile aforisma. L’immediato balzo emotivo che ci investe alla vista di un capolavoro, con una sensazione di improvvisa gioia interiore, di benessere intellettuale, di empatica ammirazione nel riconoscerne la geniale intuizione e la magnificenza, è del tutto spontaneo, imperioso e non può certo essere indotto a posteriori da pur dotti esegeti, qualora l’opera lasci indifferenti. La critica d'arte, intesa come professione, si è svolta con un’ampia, plurisecolare parabola, attualmente in fase discendente. Nel secolo scorso si è purtroppo verificato un clamoroso tradimento dei “chierici”, ovvero dei critici e di vari operatori che invece di fare il loro dovere di disamina oggettiva e indipendente, si sono piegati alla vulgata di un mercato speculativo che ha cercato di imporre come artistico il brutto, l’incomprensibile, il ripugnante. Purtroppo anche personalità combattive, di spiccata intelligenza e di solida preparazione come Federico Zeri e Vittorio Sgarbi, hanno finito per cedere, almeno in parte, alle distopie delle nuove teorie. I critici militanti, svalutatasi la loro azione di avvaloramento di qualsiasi banalità, per lungo tempo imprescindibile sostegno al sistema mercantile angloamericano, si sono reinventati negli anni ’60 quali promotori di pretenziosi movimenti artistici studiati a tavolino al solo scopo di farsi notare, aggregando autori presto dimenticati, e hanno perso autorevolezza. Oggi il critico non sceglie, non rifiuta, non ha più il coraggio di vergare una stroncatura, riducendosi a retribuito agiografo, presentatore di mostre e autore di testi per cataloghi, spesso facendo uso di ampollose esposizioni in “critichese”, fumoso linguaggio iniziatico buono per qualsiasi autore (già stigmatizzato da Dino Buzzati in uno dei suoi Sessante Racconti) sostituendo l’impegnativo compito del giudizio con l’interpretazione elogiativa.
Molte accademie si sono piegate ai criteri della cosiddetta modernità: hanno ancora un’utile funzione?
Da quando il sistema-arte è passato nelle mani della cupola “mafiosa” (definizione di Sgarbi) che se ne è prepotentemente appropriata, pare incredibile che in una società utilitarista, dove per qualsiasi professione è richiesta una dimostrazione di preparazione, di competenza, di maturata esperienza, solo in campo artistico venga preso per buono lo scadente operato di qualsiasi improvvisato, maldestro sedicente artista. Buona parte di colpa di tale incapacità va attribuita al decadimento delle accademie, dove un tempo venivano chiamati a insegnare gli artisti più capaci, mentre oggi i docenti sono per lo più degli inetti che, non potendo insegnare quello che non sanno fare, inculcano negli allievi fuorvianti teorie. Così dalle accademie escono giovani a cui sono stati rubati soldi e anni di vita, che non hanno imparato a dipingere né a scolpire, costretti a rivolgersi ad artisti affermati per farsi insegnare almeno i rudimenti di quelle discipline. Diversa, e molto migliore sotto questo aspetto, è ancora la situazione delle scuole d’arte in Russia, Ucraina, Moldavia, Cina, Giappone, dove gli aspiranti artisti hanno modo di imparare attingendo da una solida tradizione; ma ormai in tutto il mondo, perfino nei Paesi islamici e comunisti, va incistandosi il nichilistico cancro modernista che Sigfrido Bartolini denunciava come “La grande impostura” per l’opportunistico assoggettamento dei cattivi maestri (insegnanti, critici, storici, direttori di musei), con il complice conformismo di molti galleristi, curatori, editori di riviste, operatori istituzionali, perfino preti e alte cariche ecclesiastiche.
Ci fai alcuni esempi di pittura e scultura che ami e promuovi?
Cerco di promuovere quella che considero arte. Cosa sia l’arte, nessuno l’ha ancora saputo definire in modo chiaro ed univoco. Secondo Ernst Gobrich l’arte non esiste, mentre esistono quelli che noi consideriamo artisti. Si tratta di un atto creativo di un uomo offerto al giudizio di un altro uomo, il quale lo riconoscerà come artistico se proverà istintiva attrazione, piacere, commozione, desiderio di possederlo. Può essere riduttivo, ma la sostanza è questa. E il giudizio dell’opera non potrà che essere soggettivo, poiché ciascuno ha un’età, esperienze di vita, grado di cultura, gusti del tutto personali. “Con buona pace dei becchini che l’hanno data per morta molte volte (…) lei se la ride”, ha trionfalmente scritto Maurizio Bottoni sul cartiglio della geniale tavola Teschio con sessanta mosche, rivolgendosi a quei sempliciotti che ritengono che la fotografia abbia determinato il funerale della pittura. La pittura e la scultura sono invece vivissime e come sempre capaci di appassionare; bisogna solo scoprire gli artisti veri lasciati in ombra, che non sono mai numerosissimi come il drogato sistema mercantile dominante pretende di farci credere. Non è questa la sede per redigerne un esaustivo elenco ma, tra i primi nomi di artisti viventi che vengano alla mente, spiccano quelli dei pittori Maurizio Bottoni, Odd Nerdrum, Mario Donizetti, Guillermo Muñoz Vera, Andrea Martinelli, Stefan Zec, Dino Valls, Armodio, Giuseppe Modica, Licio Passon, Matteo Massagrande, Doriano Scazzosi, Saturno Buttò, Elena Monaco, Patrizia Masserini, Andrea Mazzoli, Giuliana Susterini, Fulvio Rinaldi e degli scultori Federico Severino, Giuseppe Bergomi, Peter Demetz, Giuseppe Tirelli, Paolo Schmidlin, Carlo Previtali, Elena Mutinelli, Ugo Riva e si potrebbe utilmente continuare, pur nella distinzione dei rispettivi livelli di perizia e di notorietà. Onore e riconoscenza a questi autori, insensibili alle sirene della moda e del facile guadagno, che in silenzio nei loro studi vanno tenacemente creando capolavori nel rigore della più nobile tradizione, impegnandosi in una continua ricerca di verità e di bellezza, unica possibilità di riavvicinare un pubblico stanco di mediocrità e di provocazioni, consapevoli che l’arte è una cosa seria.