Pasolini, cinquant’anni dopo: liberare l’antesignano dal mito del profeta
Nel giorno del cinquantesimo anniversario della morte di Pier Paolo Pasolini, il 2 novembre 1975, occorre liberarlo dall’iconografia rituale del “profeta” e restituirgli la forza civile e provocatoria dell’artista che anticipò la frattura culturale del nostro tempo.
Il torto della consacrazione
Pier Paolo Pasolini ha subìto, dopo la morte, un torto sottile ma profondo: quello di essere esposto come un trofeo o come un profeta, di essere cioè reso innocuo, assimilato, “commestibile”. È la sorte di chi ha scandalizzato il proprio tempo: viene neutralizzato per essere reso esemplare. Ma Pasolini non fu un profeta, né un santino civile. Fu un artista e polemista che fece della contraddizione la sua lingua e del dubbio la sua forma di conoscenza. Recuperarlo oggi significa sottrarlo alla museificazione, alla retorica delle celebrazioni che ne disinnescano la forza.
Precursore, non profeta
Il volume collettaneo Pasolini antesignano (Marsilio, a cura di Giulio Ferroni e Maura Locantore) ricorda che l’artista fu, appunto, un antesignano: un soldato schierato in prima linea, non un vate. Nelle pagine dei saggi raccolti si interroga la capacità di Pasolini di anticipare i nodi della modernità: il rapporto fra lingua e potere, fra cultura popolare e industria culturale, fra realtà e rappresentazione. Come scrive Ferroni, la sua figura è divenuta «mito mediatico riconosciuto al di là della conoscenza effettiva della sua opera». Eppure l’unico modo per onorarlo è leggerlo, non citarlo.
L’arte come vita
Per Pasolini non esiste separazione tra arte e vita: ogni film, poesia o saggio è un frammento del suo corpo politico e personale. Il suo sguardo attraversa la lingua, dal friulano di Casarsa alle borgate romane, con la stessa attenzione etica. In questo senso la lingua è per lui territorio di battaglia: non solo strumento di comunicazione, ma materia viva, sociale, radicata. Come ricordava Franco Buffoni, Pasolini «era poeta prima che regista», perché ogni volta che si opera sulla lingua si interviene anche sui rapporti sociali. La sua ricerca linguistica è un atto politico, non accademico.
Il friulano e Dante: la lingua come identità
Negli anni Quaranta, il giovane Pasolini rivendica il diritto di fare poesia in una lingua non ancora scritta, il friulano di Casarsa. In ciò si richiama a Dante Alighieri, che nel De vulgari eloquentia aveva riconosciuto al volgare dignità letteraria. Pasolini ne raccoglie l’eredità: anche lui vuole dare voce a chi non l’ha mai avuta. Il parallelo con Dante torna negli ultimi anni della sua vita, nella Divina Mimesis, riscrittura moderna della Commedia. Ma l’inferno che attraversa non è ultraterreno: sono le borgate romane, il sottoproletariato, le vittime della società dei consumi. Il suo viaggio è quello di un poeta che discende tra i vivi, non tra i morti.
La discesa negli inferi contemporanei
Nella Divina Mimesis, Pasolini mette in scena se stesso come Virgilio e Dante insieme, guida e dannato, osservatore e testimone. Il suo “inferno” è fatto di omologazione, di perdita dell’identità linguistica e morale. Non c’è più il mondo contadino da salvare, ma un’umanità marginale da ascoltare. In questa operazione risiede la sua modernità: dare voce all’altro, al diverso, al dimenticato. Il poeta capisce che la vera barbarie non è nei bassifondi, ma nella superficie patinata della società di massa, che spoglia l’uomo della sua verità per rivestirlo di consumo.
Oltre il mito
A cinquant’anni dal suo assassinio all’Idroscalo di Ostia, le celebrazioni rischiano di ridurlo a icona immobile. Mostre, volumi, retrospettive ne moltiplicano l’immagine ma non la comprensione. Il vero modo di ricordarlo è opposto: riattivare il suo sguardo critico, riscoprire la scomodità delle sue domande. Bisogna sfuggire alle due derive: quella di chi lo trasforma in simbolo ideologico, e quella di chi lo usa come status-symbol culturale. Pasolini chiedeva onestà intellettuale, non consenso.
Pasolini come interrogazione permanente
Pasolini non si legge per trovarvi risposte, ma per imparare a formulare domande. Che cosa significa oggi parlare una lingua “viva”? Esiste ancora un popolo, una realtà da rappresentare? La sua eredità è un gesto di resistenza: non accettare l’omologazione, restare in ascolto del reale. Il cinquantenario non deve essere un rito funebre, ma un’occasione per riprendere il dialogo con un artista che non cercava applausi ma coscienza. Le sue opere restano lì, come macigni nel presente, pronte a turbare ancora chi non si accontenta delle certezze.