Joseph De Maistre illuminista e progressista? Sì, avo del relativismo attuale, esaltatore del Papa come re più che come guida spirituale
Un difensore del “Papa Re” che resta massone…Eccentrico, no? Ma non è questo il motivo principale della mia diffidenza e della sua ambiguità ma il basso livello delle sue argomentazioni intellettuali che non coglievano la radice gnostica della rivoluzione e si limitavano a celebrare il Papato come fosse un feticcio da idolatrare
Joseph De Maistre è considerato comunemente l’alfiere più intransigente del tradizionalismo monarchico e cattolico e l’intellettuale che più ha difeso con tenacia le ragioni dell’Ancient Regime contro gli orrori della rivoluzione francese. Ma è davvero così? Ho sempre diffidato delle figure elevate a idoli o feticci e mi ha sempre sorpreso che questo autore non abbia mai criticato la Massoneria alla quale era affiliato né abbia mai pubblicamente abiurato a questa sua appartenenza. Un difensore del “Papa Re” che resta massone…Eccentrico, no? Ma non è questo il motivo principale della mia diffidenza e della sua ambiguità ma il basso livello delle sue argomentazioni intellettuali che non coglievano la radice gnostica della rivoluzione e si limitavano a celebrare il Papato come fosse un feticcio da idolatrare. Un Papa esaltato e ammirato più come re e potente capo di stato che come guida spirituale. Essere “più realisti del re”, si dice, appunto e questo di solito non è mai sinonimo d’intelligenza. Ho letto attentamente poi un suo testo: Cinque paradossi e ho avuto amara conferma della debolezza intellettuale di questo pensatore le cui idee possono convivere benissimo con ogni tipo di rivoluzionarismo e materialismo come in ogni famiglia lo zio conservatore non farà mai nulla contro il nipote trasgressivo. E’ proprio ridendo e facendo sorridere che i pensatori abbassano le proprie difese mentali e rivelano la loro vera natura: illuministica nel caso del sussiegoso intellettuale savoiardo. Mi riferisco al quarto e al quinto paradosso. Ne bastano i titoli: “Il bello non è che convenzione e abitudine” e: “La rinomanza dei libri non dipende né punto né poco dai loro pregi”. Due titoli che esprimono chiaramente una mentalità di tipo conformista, nominalista, sociologica, materialista e del tutto prona ad accettare i diktat della società di massa che allora muoveva i suoi primi passi sulla scia del pensiero dominante: lo scetticismo anglosassone alla Locke e alla Hume; cioè nulla di più lontano dalla dottrina cattolica.
Confermo la mia idea: non si tratta di pezzi ironici ma di riflessioni assolutamente serie. Mentre il primo paradosso (Il duello non è un reato) è una simpatica espressione di riuscita ironia contro l’irrealismo della dottrina del “contratto sociale” di Rousseau e il secondo appare una semplice piaggeria cortigiana verso le dame di allora (pre-femminismo da salotto tipico del pensiero libertino) il terzo e il quarto pamphlet esprimono in modo serio, argomentato e assertivo quello che allora stava succedendo: l’imporsi delle mode, dell’idolo dell’opinione pubblica. In una parola: il formarsi di quella società di massa il cui riduzionismo verso la mediocrità e l’infimo oggi ha raggiunto livelli neppure qualificabili, sub-antropici. Ascoltiamo la sua voce salottiera dal Quarto paradosso: "una cosa è certa ed è che in tutte le arti, ciò che viene chiamato l'effetto deriva da una folla di circostanze collaterali e risulta molto più dalle disposizioni di chi lo prova che da certi principi naturali messi in opera dall'artista...”. Pensiero che giunge fino a noi con le “banane appese al muro” spacciate per arte. Si tratta del medesimo “effettismo” pragmatista e senz’anima che ha sapientemente stigmatizzato Angelo Crespi nel suo stupendo e ironico saggio ermeneutico: Ars Attack, demitizzandolo a “sgunz” cioè sostanzialmente: “non arte”. Questo pessimo e banale pensiero che cerca di sostenere non esiste l'arte in sè stessa ma l'ermeneutica e l'uso sociale prevalgono sul principio di realtà e su ogni base di oggettività rappresenta un grosso errore filosofico che già anticipa il marxismo quale spietata “filosofia della mera prassi”. Altrochè “alfiere della trascendenza”. Dal Quinto paradosso: "mille circostanze del tutto estranee ai meriti di un libro ne assicurazione la riputazione" (c’è poco da rallegrarsi, quindi) e ancora: "per concludere Signora il merito dei libri assomiglia alle qualità del corpo; le quali non risiedono propriamente nel corpo ma nel nostro spirito che ne riceve le impressioni". Pensiero sottoscrivibile da qualsiasi materialista in tema di conoscenza quale esperienza quasi solo sensoriale dove gli aspetti spirituali dell’umano sono collocati sempre in una posizione ancillare, passiva, secondaria, postuma. Infine: "se tutti gli uomini avessero l'itterizia anche la neve sarebbe gialla...". Sembra proprio Voltaire: l’inventore del moderno relativismo, matrice prima del nichilismo di massa attuale. Un intellettuale cattolico legittimista e reazionario avrebbe dovuto opporsi con radicalità a tale degenerazione de-qualificante e di massa, non adeguarsi imitando lo stile vuoto e futile dei fatui libertini salottieri. Che De Maistre sia un “Voltaire di destra” non lo rende più simpatico o più utile ma ugualmente vano, confusionario e dannoso. Il credere che ogni prassi e opinione umana (compreso il senso della bellezza) sia un mero frutto di abitudini, caso, condizionamenti e tendenze effimere è un pensiero vuoto, debole e affetto da un radicale relativismo. Rispetto per il pensiero di tutti ma mi appare sempre insopportabile l’ipocrisia di chi si spaccia per chi non è…Dal sedicente e presunto difensore della Tradizione (ma quale in realtà?) ci aspetteremmo un livello maggiore di questo: l’uso agisce prodigiosamente sui nostri gusti in tutti i campi. Come mai questa birra che mi diede il voltastomaco la prima volta che l’assaggiai è ora diventata per me bevanda gradita? Effetto dell’abitudine…
Di Giacomo Maria Prati