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L’elezione di un Presidente RE-pubblicano, affare di pochi roditori in un mondo di formaggio

Storia di fiabe, antichi vezzi, realpolitik, e gentil-uomini che furono

Di Montel-L'opinione

12 Gennaio 2022

L’elezione di un Presidente RE-pubblicano, affare di pochi roditori in un mondo di formaggio

Un ritratto di Edward de Vere, lord gran ciambellano dal 1562 al 1604 (Fonte:wikipedia)

Monsieur le President. Non c’è che dire, pronunciato in francese ha un’allure vagamente più araldica: Monsieur le Baron, Monsieur le Duc, Monsieur le President… Certo, in italiano “Signor Presidente” porta l’immaginazione a cariche più commerciali che istituzionali (secondo l’orecchio di chi vi scrive, sia chiaro); qualcosa che mi fa pensare al Presidente della Fiat, per intendersi, o al Presidente del consorzio-granaglie; ma questo potrebbe dipendere dal fatto che l’Istituzione, in Italia, così come l’Istituto, ancorché sia di Credito, per me è solo un edificio arcigno, in stile neorinascimentale, talvolta a foggia San Siro-Babilonese,  gremito di tecnocrati affetti da vari gradi di ostilità e accidia i quali, sbaccellati dalla sorte nella culla giusta (quella del figlio di qualcuno che conosce qualcun altro, fosse pure il nipote del bidello della scuola dove ha studiato un sottosegretario al ministero del Nulla Cosmico) i quali, dicevo, spendono le loro giornate camminando fra lunghissimi corridoi, uffici polverosi e salette dove consumare meritatissime pause caffè. Burocrazia, non per nulla, non significa “meccanismo semplificante” ma “potere dell’ingranaggio”, laddove siamo tutti granelli di sabbia fra le mole di una macchina che vive di un potere etero-imposto, quasi nato per partenogenesi.

Del tutto ovvio, dunque, che il Presidente di un simile Istituto non possa incarnare (agli occhi di chi vi scrive, se non altro) nulla che sia paragonabile allo charme dei grandi uomini di Stato; arrivo a dire che perfino una figura drammatica, profondamente patetica di Capo di Stato come lo fu, per dire, Luigi Capeto, sedicesimo in ordine di comparizione sulla scena dei Borbone di Francia, lui, coi suoi orologi e le sue serrature, lui che cercava nella perfezione del minuscolo il corrispettivo dell’ordine celeste, lui che era stato edotto sui principi dell’ermetismo originario, lui che non seppe comprendere quando era il momento di concedere al popolo, non brioche, sia chiaro!, ma semplice farina, anche lui me lo immagino guardare i nostri presidenti da altezze siderali.

Sì, perché seppure anche i nostri Presidenti si ritengano intoccabili come il Capeto, al punto che una norma ad hoc sancisce l’inviolabilità dell’Aura Presidenziale (il Vilipendio), il sopracitato Capeto riteneva sacra la sua persona in quanto frutto di una precisa volontà divina, il che gli imponeva strette osservanze liturgiche afferenti alla morte e alla dannazione eterna, mentre i nostri si considerano intoccabili in virtù del suffragio di un manipolo di elettori i quali, ben lungi dall’agire di concerto con la propria coscienza o con il mandato ricevuto dal voto che li ha messi dove stanno, inciuciano e mercanteggiano, ciascuno a proprio futuro vantaggio, per esprimere un nome che sia il più adatto a perpetuare il sistema che gli dà da mangiare. Insomma, trattasi sempre della solita storia: la greppia sempre piena di buon foraggio.

Suvvia, a conti fatti non sarebbe nemmeno grave. È la Realpolitik, bellezza. Non sarebbe grave perché solo i bambini credono alle favole, e solo nelle favole il Re è grasso, buono, coi baffi a manubrio, viene sì magari gabbato da una strega che getta un maleficio sul suo pacifico regno ma alla fine, con l’aiuto di una buona fata e per mezzo della spada dell’erede al trono che in tal modo si guadagna l’investitura alla successione, alla fine, dicevamo, il buon Re ha la meglio sui cattivi e il reame torna a prosperare, nel bene e nel male, come in ogni luogo della terra delle fiabe; perché anche là ci sono i briganti, s’intende, ma essi vengono acciuffati e messi in gattabuia; e ci sono anche i bambini capricciosi che fanno malandrinate, neanche a dirlo!, ma le mamme li sgridano a dovere e poi, alla fine, quando sono certe che essi abbiano compreso la lezione, dànno loro una carezza sulla testa; c’è perfino il Gran Ciambellano, ricco come Creso e dotato di ogni bene, che ciò nonostante si insuperbisce e comincia a rubare dalle imposte che il Re esige dai paesani per tenere accesi i lampioni e far pulire le strade, ma quando a palazzo si scoprono i suoi raggiri costui viene espropriato di tutto il maltolto, privato di ogni onore e lasciato a se stesso, sulla pubblica via, perché nei mondo delle favole non c’è bisogno di mettere in galera i ladri (neanche in Italia, comunque!): nel mondo delle favole è così umiliante essere colti a rubare (specialmente il superfluo!) che basta che tutti sappiano che sei un mariuolo perché tu sia mortificato a vita e indotto a riguadagnarti la stima altrui con buone azioni e opere di misericordia. Non sarebbe grave, quindi, che il nostro Presidente non fosse buono, né giusto, né equanime, né sincero, perché lo sappiamo tutti che agli uomini di stato non si può chiedere di essere persone davvero perbene, almeno perbene come vorremmo che fosse il beccaio (perché non ci desse carne vecchia) o il barbiere (perché non ci tagliasse un orecchio o la gola), o il maestro di nostro figlio (perché gli insegnasse a essere buono, a rispettare gli altri, e a non mentire per le cose importanti giacché, in effetti, contare piccole frottole innocue non ha mai fatto cadere il naso a nessuno); lo sappiamo tutti, a un certo punto della vita, che lo Stato è canaglia, che l’impiegato statale è quasi sempre ostile («Vorrei poterla aiutare ma il Sistema non me lo permette, il pc è offline e comunque sta cominciando la mia pausa»), e sappiamo anche che il Governo è profondamente iniquo; però, però!, però diamine!...questa tarantella trimestrale delle elezioni dell’Inviolabile, dell’Invilipendibile Super Capo Supremo della Fazione più Potente (quella con le mani sulle chiavi del forziere), questa brodaglia grigiastra, torbidissima, della quale vediamo solo la superficie lucente di grassi indigesti (perché di quel che accade sotto, fra i pezzi di pollo pieno di ormoni e le verdure cresciute nella Terra dei Fuochi a noialtri non è dato sapere nulla), questa sagra della salsiccia servita su piatti di Ginori alla Bouvette, be’, dovrebbero proprio risparmiarcela!

Noi, sia chiaro, noi ormai siamo più che avvezzi ai reality game e non manchiamo a un Confessionale, a una Nomination con relativa Expulsion ma, che durante la più colossale e autoprodotta e automontata crisi sanitaria del secolo, con milioni di famiglie ridotte sul lastrico dal gioco a premi “Lockdown oggi, per morire di fame domani”, con i brandelli della Costituzione rifilati a dovere e usati come block-notes dai pizzottari di Via del Corso e da tutti i cortigiani di Palazzo, fedelissimi a nulla che non sia La Voce del Padrone, mentre infuria questa bagarre di galline tutte intorno a un galletto che è sì agé ma ancora canta e strepita ben oltre l’ora dell’alba, essere costretti ad ascoltare i Menestrelli di Corte che 24 su 24 ci urticano il sistema nervoso centrale con le loro compilations sui “presidenziabili”, con i contributi televisivi, sempre opinabilissimi, sempre fantasiosi e autocelebrativi, dei soliti trenta noti (quelli con occhialini, labbroni, stetoscopi, facce da chiulo, cravatte impossibili, capelli scarmigliati), sempre preceduti da una «Veda, mia cara» o da un «Al punto in cui siamo giunti» o da un «Non ci sono alternative, a ben guardare»…ebbene, tutto questo ci pare troppo.

Cosa sarebbe meglio? Ah, certo, nel mondo delle fiabe, un mondo con un Presidente al posto del Re Buono e Giusto, per intendersi, in quel mondo, intanto, quel Presidente direbbe in modo chiaro e irremovibile che per nessuna ragione al mondo, nemmeno per il mantenimento dello Status Quo dal quale è stato eletto e del quale è garante, accetterebbe di ricoprire ancora quel ruolo, anche nel caso in cui i suoi fedelissimi sgherri decidessero di forzargli la mano. Poi, certo, sempre in quel paese di fate, anziché fare nomi a caso, giusto per colorire la pochade della quale si conosce già l’epilogo, i Menestrelli di Regime spenderebbero la loro credibilità per raccontare ai telespettatori quali differenze comporterebbe l’elezione di un candidato/a piuttosto che dell’altro/a. Perché è del tutto ovvio, lapalissiano direi, che se il nome e l’orientamento e la cultura e la storia del candidato non facessero la differenza, non avremmo bisogno di un’elezione quanto di una lotteria. «And the winner is….Gianni, l’uscere simpatico della porta su piazza Montecitorio

E invece il nome conta, eccome! Ma se conta, perché conta? Perché non è affatto vero, come ci viene raccontato a scuola durante le ore di educazione civica, che il Presidente è il Garante della Costituzione, e dello Stato di Diritto, e del corretto funzionamento del CSM (perché diversamente la Costituzione sarebbe ancora in vigore e lo Stato di Diritto sarebbe ancora in Essere, mentre moltissimi esimi giuristi ci hanno spiegato che non è più così e, soprattutto, il CSM non sarebbe il fortino di ******* che è). Quindi, se il nome conta, conterà perché quel signore/a, chiunque egli sia, non vigilerà soltanto oh nooo ma piuttosto governerà, oh sììì, di volta in volta con il Gran Ciambellano che gli garbi di più, in barba agli esiti elettorali e al principio di equanimità. E se governerà, be’, dal momento che non è un Capeto e non è nato da regina e noi non gli si potrà mai staccare la testa dal collo, alla bisogna, «C’est pas chic!», sarebbe forse il caso che costui fosse l’espressione del volere del Popolo, no? Intendiamoci: non è credibile immaginare che l’asino sia il miglior arbitro in fatto di padroni col frustino, ma è pur vero che se ciascun ciuchino potesse scegliersi il cavaliere che gli pesa sulla groppa, non avrebbe almeno di che lamentarsi del peso che deve portare negli anni a seguire.

Insomma: Grandi Ciambellani che vogliono diventare Re ma hanno firmato un contratto che, dal punto di vista delle date, non funziona; Re che vogliono andare in pensione ma non desiderano scontentare il Gran Ciambellano di turno, che ha pur diritto ai suoi progetti, suvvia! Quante elezioni sono che va così? Da quanti anni ci viene imposto un Capeto-senza-corona, incriticabile («Orsù si taccia, lei, che sennò questo è Vilipendio!»), perfino ingiudicabile, che con la scusa della vecchiezza si arroga toni e contenuti che difficilmente sarebbero stati tollerati dal Consiglio della Corona se, per ipotesi, li avesse osati Elisabetta I, che era regina per “diritto divino” ma non poteva trattar tutti come scarpe vecchie?

Morirò, tra parecchio tempo, spero!, col rimpianto di Pertini Presidente. Non perché lui fosse perfetto, giacché la perfezione è prerogativa dei numeri, e dell’amore, ma perché lui, senza dubbio, fu un Monsieur le President, coi suoi pregi e difetti, un Gentil-uomo, a suo modo, come in fondo lo era stato il Capeto, seppur mal consigliato e sprovveduto, e al quale pure tagliarono la testa. Che questa cosa sia di monito per qualcuno?

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