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Benedetto Croce

Come la barbarie dei tempi ci sta allontanando perfino dalla letteratura

Incompatibilità fra buone letture e politiche governative

Di Montel

09 Gennaio 2022

Come la barbarie dei tempi ci sta allontanando perfino dalla letteratura

fonte: pixabay

Sono uno scrittore, o per lo meno lo ero. La mia “missione”, se vogliamo immaginare che quanto facciamo risponda a un demone tutelare, era quella di trascinare chi ami leggere lontano dalla sua realtà. Odio dilungarmi, e quindi non enumererò le diverse forme di divertimento previste dalla lettura. Semplifichiamo dicendo che ciascuno, ogni creatura mortale che zampetti sul pianeta per un tempo dato ma non noto, ogni volta che abbandona il corpo per inseguire le immagini scaturite dall’incontro fra i simboli sulla pagina e il suo particolare vissuto ha le sue ragioni e i suoi speciali obbiettivi.

Ma…è possibile abbandonare il Qui-e-Ora nel quale tutti viviamo quando il farlo sia tanto pericoloso da mettere sotto sequestro l’idea stessa della vita? Sarebbe saggio sciogliersi nell’ebbrezza delle storie iperuraniche quando il proprio corpo sia sotto minaccia? Mettiamola in altro modo: voi dormireste sereni se sapeste che in casa girano degli estranei e che, mentre godete il riposto creativo dei sogni, qualcuno avvicina una lama al vostro collo?

Insomma, non c’è che dire, sono rimasto senza lavoro.

Poco male, sia chiaro! Non sono Omero, né Balzac né Szymborska, e quindi il mondo perde proprio poco; eppure, per nulla che fosse la qualità dei miei scritti, essa era senz’altro il sintomo di una realtà preziosa: gli uomini, perlopiù, potevano abbandonare il loro corpo nella dimensione contingente, chiamiamolo “presente” per comodità, per vagare in vari spazi occulti, certi del fatto che la porta della camera era chiusa, e che i Lupi Mannari, i cattivoni che, lo sappiamo, non possono cessare di esistere, se ne stavano chiusi fuori.

Ora non più: ora i Mannari sono in casa, e ci privano della sola libertà che caratterizza l’anima umana: lo svago della lettura; perché certo, chi potrebbe negare che ogni piccione, o lombrico, o scarafaggio sia più libero di qualsiasi uomo di fare ciò che gli detta l’estro? Eppure, eppure!, eppure la vera libertà dell’animale mortale chiamato Uomo è quella di immaginare. Non è dato saperlo per certo, ma a quanto pare nessun altra creatura viva, sul pianeta, sa immaginare altro da ciò che già conosce (sogna, ama, soffre, ma non può concepire un mondo diverso da quello di cui ha fatto una diretta esperienza).

Ecco…si potrebbe dire che gli scrittori (non io, ma quelli davvero bravi sì) si prendano l’onere di dimostrare questo fatto: raccontando una storia, possono ipnotizzare chi la legga e trascinarlo là dove né il suo corpo, né la fiction, potrebbe mai portarlo.

Riassumendo, ero uno scrittore, e catalizzavo l’attenzione di quanti volessero uscire da sé e volare con me, nella mia fantasia, prestandomi la loro.

Ma oggi, come potremo più farlo?

Un passo indietro. In molti, dopo la diffusione della notizia dei campi di concentramento nazisti, si posero la questione: “E’ ancora possibile scrivere narrativa di intrattenimento in un mondo che ha concepito Aushwitz”?

Ci sono volute generazioni di romanzieri guidati da un impegno iper-verista, vocati alla narrazione di storie piccole-piccole immerse nel flusso della grande vicenda-di-uomini-mortali che noi per comodità sintetica chiamiamo Storia, prima che si potesse tornare a narrare l’insignificante, il minuscolo, senza tenere un occhio aperto e puntato sulla serratura che bloccava fuori casa i Mannari del calibro di Stalin, Hitler, Pol Pot, Himmler, Mussolini, Franco eccetera ad infinitum. Sono state generazioni di scrittori che hanno prodotto e praticato solo vicende di crudezza assoluta, anche fosse una crudezza patinata, s’intende, e che avevano un unico comune obiettivo: quello che i Lupi stessero fuori per sempre.

A questo scopo, costoro, e gli intellettuali loro contemporanei, hanno inventato speciali serrature anti Lupo Mannaro: le Costituzioni. Si devono esser detti: «Vedi mai che prima o poi arrivi il giorno in cui uno sia così stanco o sbadato da dimenticarsi di chiudere la porta di casa e le finestre del pianterreno!». E allora giù a studiare, insieme a tutti quelli che erano sopravvissuti all’ultima incursione di Orridi Mannari, giù a studiare questi chiavistelli pressoché inespugnabili, le cui matrici furono poi gettate in un lago profondissimo, proprio perché non arrivasse mai il ladruncolo di turno che fosse capace di sgrimaldellarle ad arte e razziare la casa.

Certo, di Mannari in azione se ne sono contati anche nei tempi recenti: il Nipotino della Corea del nord, per citarne uno, o il Sultano turcomanno, o i vari amichetti che si tengono bordone dai salotti allemanni, o fiamminghi, o di qualsiasi altro luogo ove si creda che gli uomini sono formiche che devono camminare in fila indiana, ordinatamente, e che quando ciò non avviene nulla di grave a “spruzzare un po’ d’insetticida”.

Ed eccolo, l’Alibabà di nostrana fattura, eccolo il furbetto che entra in casa della gente con una cesta di vimini piena di torroni e salami (Ci fate caso? Sembrano doni, ma possono essere usati anche per pestare duro, o sodomizzarvi a dovere), eccolo col suo sorrisetto untuoso che vi distrae, usa giochi di prestigio, bum! pam! bef!, fumo e scintille, e mentre voi dite «Wunderbaaar!» infila un chiodo nella serratura magica e la distrugge, in un solo gesto, assicurandosi di tornare a notte fonda, quando dormite, mentre magari ancora leggete un bel romanzo.

Tutto chiaro, miei ex lettori?

Insomma, io resto senza lavoro, non c’è dubbio, ma anche voi non state messi meglio. Perché, diciamolo, credevate di avere le dita unte di cacciatorino, o appiccicose di miele e mandorle, ma in verità vi ritrovare il salotto pieno dell’orrida bava dei Mannari che, nel frattempo, si sono messi comodi nel vostro salotto, al di qua e al di là dello schermo televisivo, e ora si servono delle derrate comprate da voi, coi soldini risparmiati per i tempi duri. Ma guarda! Strano, eh?! Quelle per insinuarsi in casa vostra erano finte, cartone puro, e servivano solo a…servivano solo a…a praticarvi quella noiosa visitina che tocca a tutti gli uomini, una volta ogni paio d’anni, dai cinquanta in su.

Cinquanta, numero magico! Per ora, s’intenda! Perché cinquanta sono i nuovi quaranta!

Cinquanta, ad oggi, è la soglia della galera. Dopo i cinquanta, la libertà non esiste più. Ci viene detto che è giusto così, perché noialtri, scrittori o medici o avvocati o idraulici, noi popolino di formiche non abbiamo mai preso un’aspirina da par nostro, no!, mai!, e mai nemmeno un antibiotico, s’intende, mai avuto a cuore la nostra salute, macché!, mai abbiamo guardato la strada prima di attraversare, oh no!; insomma ci viene detto che sia una violenza “buona”, questa, come i castighi dell’asilo che ci hanno resi più mansueti, perché siamo tutti come bambini un po’ imbecilli che vogliono infilare le dita nella presa della corrente; ci viene detto che serve a tutelare la nostra salute (sul fatto che tuteli quella altrui, sono tutti d’accordo nel dire «Bubbole!»); ma, mi domando, perché nessuno impedisce al tabagista di fumare le sue trenta sigarette al giorno nel tavolino accanto a quello dove dei frugoletti bevono le loro bibitine gassate? Perché nessun gendarme si prende la briga di eliminare le bottiglie di liquore dalle rastrelliere dei bar dove si rifocillano i camionisti prima di mettersi al volante, all’alba? «Caffè corretto, Rosalba: doppia sambuca!». Perché mai nessuno spiega ai genitori dei bimbetti obesi, in coda al supermercato, che non sarebbe proprio il caso di comprare tutta quella pattumiera satolla di zuccheri e grassi, e che per i corpi mortali dei loro cucciolotti è di molto maggior nocumento l’assunzione continuata di quel liquame di quanto lo sarebbero due giorni in casa con un briciolo di influenza?

Ah, certo! E’ per la libertà! Era per la libertà, almeno.

No no, decisamente ho perso il mio sciocco, garrulo lavoro. L’ho perso perché non scrivo abbastanza bene, dopotutto, da sentire l’imperativo a non privare le future generazioni, quelle che leggeranno di nuovo, dei prodotti del mio piccolo cervello pieno di frasi vezzose; l’ho perso perché non so immaginare come un mortale ingegnoso, di quelli che si dilettavano con le pie buffe pirlate, possa allentare lo stato di guardia quando il corpo dei suoi cari, e il suo corpo stesso, siano a pochi millimetri dai denti a sciabola di quell’Alibabà che si finge Mannaro (oh sì, per capitanare la sua squadretta di sciacalli parassiti, che lo seguono per mangiare i suoi scarti) ma in verità è serpente a sonagli (“Gli occhi non sanno mentire!” M.M.).

Ma soprattutto l’ho perso perché questo non è il tempo per le bagatelle, no!, questo non è tempo per ciò che non sia attinente al lavoro del fabbro. Questo è il tempo per armarsi di frusta e sgabello, circensi!, e sbattere fuori di casa il venefico serraglio, e rimettere in funzione la serratura manomessa, assicurandoci di tagliare le zampe lorde di quei farabuttelli che stanno cacando sui nostri tappeti, pisciando sulle frange dei nostri divani (per chi non si sia convertito alla contemporaneità di Dormeuse&Dormeuse) e che ci tengono in uno stato di terrore continuo, un’allerta incessante: quello stato in cui l’uomo non può più abbandonarsi, leggendo, e glorificare la natura unica della sua anima che sa immaginare un mondo ignoto, magari senza mostri.

di Montel

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