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Benedetto Croce

Husserl e le notti di Milano

Di Alfredo Tocchi

27 Dicembre 2021

Husserl e le notti di Milano

fonte: pixabay

Tratto da Undici al 17 (Husserl e le notti di Milano), Ed. Zerounoundici

“Si può sospendere il giudizio sull’esistenza del mondo, ma è evidente che esso appare alla coscienza: non posso sospendere il giudizio sul fatto che io sto pensando il mondo.” (Edmond Husserl). Con questa frase in testa, Luigi osserva le formiche. Seduto sulla panchina nell’area riservata ai cani del parco CityLife, guarda le formiche trascinare un pezzetto di croccantino. Le formiche – con i loro sensi in miniatura su scala umana - avranno una loro microscopica coscienza? Osservando il molto piccolo, o il molto grande, l’uomo impara a relativizzare. Il parco è nuovo, sorto sull’area della fiera campionaria. Le formiche avranno visto un uomo scaricare da un camion sacchi di terriccio, piantare le siepi e gli alberi, seminare l’erba, mettere la panchina: lo crederanno dio creatore? Notando altri uomini indaffarati, altri dei creatori, saranno diventate politeiste? Com’è possibile credere, se persino il miracolo più grande – il manifestarsi di dio creatore – può essere un abbaglio? “La fede non s’impone… Tommaso credette non per aver veduto Cristo risorto, ma perché già prima voleva credere… Delle prove materiali dell’al di là! Ah, che gente!” (Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov). Husserl ha ragione: la percezione sensoriale della cosa reale è sempre, essenzialmente, inadeguata. Dove finisce il mondo delle formiche? Attraversare Piazza Giulio Cesare, sempre trafficata, sarebbe un’impresa simile alle umane conquiste spaziali. Quelle formiche non conoscono – né conosceranno mai – i fiumi, i laghi, il mare, altre formiche diverse da loro: rosse, più piccole, più grandi, altri insetti, animali giganteschi come gli elefanti o le balene. Eppure, la società delle formiche - in termini di evoluzione - è più avanzata della nostra. Le formiche nascono già predisposte per il compito che dovranno svolgere nel formicaio: la regina, le operaie, i soldati… Succederà anche all’uomo? Nella Shanghai tower – un grattacielo di 128 piani alto 632 metri - lavorano circa sedicimila persone: cosa c’importa dei loro destini individuali? Cosa le distingue dalle formiche? Un tempo si sarebbe detto l’anima, ma cosa ne sappiamo dell’anima? Oggi il singolo non conta, contano le pluralità organizzate. Non si parla più del grande avvocato tal dei tali, ma dello studio legale tal dei tali, di cui nessuno conosce i soci, sostituibili. Più una società è complicata, più l’uomo dalla cultura classica, universale, arretra davanti all’uomo nuovo, altamente specializzato in qualche cosa di oscuro per gli altri ma al tempo stesso lo scopo della sua vita. Così muore l’illusione della libertà individuale, sostituita dalla necessaria interdipendenza. E comunque, noi umani quanto siamo piccoli sulla scala di grandezza dell’universo? La coscienza elabora una propria concezione di mondo in base ai sensi e la esprime col linguaggio. Tutto è relativo e al tempo stesso assoluto, perché i nostri sensi sono cinque e non ci consentono di vedere il troppo grande o il troppo piccolo e tutto ciò che potrebbe essere visto soltanto con altri sensi, non umani. Visto dallo spazio, il civico 17 è meno, molto meno di un formicaio: è un invisibile luogo sopra un pianeta blu che ruota intorno a una stella seguendo un’orbita ellittica. E gli inquilini formiche intente a percorrere – giorno dopo giorno, anno dopo anno – lo stesso brevissimo itinerario. In termini spaziali, persino la circumnavigazione del globo è un tragitto irrisorio. Un romanzo è la narrazione di quei brevi tragitti umani, di quel frenetico affannarsi a sopravvivere. E ogni vero scrittore, uomo dalla cultura classica, universale, alla fine arriverà comunque a porsi la domanda: “Perché?” e, davanti allo spaventoso vuoto di un’assenza di risposta, penserà al suicidio.
Le riflessioni sono bruscamente interrotte dall’urlo di una donna: “Aiuto!” Luigi alza la testa e vede Kant che cerca di montare l’orribile barboncina grigia spelacchiata di una vecchietta. “Kant, vieni qui!” Nulla. Luigi deve prenderlo per la coda (per fortuna robustissima) e staccarlo letteralmente dalla barboncina che guaisce. La vecchietta è in lacrime. Prende in braccio Lulù: “Lulù, piccola mia… Dimmi che stai bene, dai un bacio alla tua mamma.”
“Mi scusi signora, sonodavvero mortificato.”
“Stia lontano da me e da Lulù e soprattutto non si faccia più vedere qui all’area cani con quel mostro quando ci siamo noi.”

Di Alfredo Tocchi

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