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Gennaro

Con "Gennaro", continua la collaborazione di Alfredo Tocchi con Il Giornale d'Italia

Di Alfredo Tocchi

23 Novembre 2021

Gennaro

Ristorante (fonte foto LaPresse)

Oggi avresti compiuto ottant’anni. Sei morto da sei. Uscivo dallo studio, facevo quattro passi e venivo da te a mangiare. Avevo scoperto il tuo negozio quasi subito: una piccola salumeria lunga e stretta, insignificante. Ma la scritta sulla lavagna: “Oggi gattò di patate” mi aveva convinto a entrare. In fondo, dietro il banco, c’eri tu. L’accento, gli occhi scuri dal taglio allungato, le rughe profonde: eri il tipo di napoletano che più amo, quello tragico alla Eduardo. Il gattò era ottimo, ti avevo fatto i complimenti.

Dal modo in cui ti eri schernito, avevo capito che uomo eri: serio e rispettoso. Un uomo d’altri tempi, che sapeva stare al proprio posto con dignità e rispetto, senza l’arroganza degli ignoranti e dei malviventi che ha reso così difficile vivere oggi nella tua città – ma non solo lì. La volta dopo, mangiai il sartù di riso. Di nuovo, ti feci i complimenti: “Un sartù così buono l’ho mangiato soltanto a casa dei miei suoceri.” Mi domandasti se fossero napoletani e quando ti dissi di sì, naturalmente, tu volesti conoscere l’indirizzo. Nel giro di un mese ci salutavamo quasi con affetto. Mi chiamavi avvocato ma volevi essere chiamato soltanto Gennaro, non signor Gennaro. Un giorno, dopo una pasta e patate strepitosa, chiesi se potessimo darci del tu: “No avvocato. Lo apprezzo, ma voi siete un cliente e io vi devo portare rispetto.”

Naturalmente, non ero l’unico avvocato a mangiare da te. Soltanto da Carnelutti lavoravamo in sessanta. Per questo, quando un giorno mi sussurrasti se potevo farti la cortesia di leggere la bozza del tuo nuovo contratto di locazione, fui lusingato: ti fidavi di me e ne ero fiero. Feci due osservazioni, annotasti quello che dicevo a matita, su un bloc-notes preso in cucina e mi offristi tre porzioni di parmigiana di melanzane da portare a casa “…alla vostra signora e a vostra figlia.”

Ricordo un pomeriggio di maggio. Avevo fatto tardi e quando arrivai stavi chiudendo. Ti dissi di non preoccuparti, avrei mangiato un panino al bar. “No avvocato, non rovinatevi lo stomaco. Devo mangiare anch’io, posso farvi compagnia?” “Certamente.” Così lasciasti la saracinesca a mezz’aria, entrasti a prendere due porzioni di gattò e tornasti fuori con due sedie che sistemasti contro il muro. Seduti al sole, come due vecchi amici, chiacchierammo di tante cose. Di Napoli, prima di tutto. Ti raccontai della mia ultima visita, della cena al Circolo Italia, di quanto mio suocero amasse la sua città. Ti lasciasti andare a una confidenza, mi raccontasti che giù alla banchina Santa Lucia c’eri stato tante volte, da ragazzino, a fare il bagno. Voi scugnizzi sbirciavate i signori seduti ai tavoli del circolo. Eri nato lontano dal mare, a Spaccanapoli. Avevi fatto la quinta elementare, poi eri andato a bottega dallo zio, salumiere in via Toledo e lì avevi iniziato a cucinare. Non avresti mai smesso.

Sei morto la mattina presto, mentre ti vestivi per andare a fare la spesa. L’ho saputo dopo più di un mese: ero anch’io in ospedale. Trovai il tuo negozio chiuso, il gelataio mi diede la notizia. Non trovai nessuno a cui fare le condoglianze, eri scapolo. Oggi avresti compiuto ottant’anni, per questi ti chiamavi Gennaro: 6 gennaio 1935 la tua data di nascita. Chissà dove riposi, chissà se qualcuno porta fiori sulla tua tomba o se è spoglia come quella del netturbino Esposito Gennaro nella poesia di Totò. Non vado più a Napoli, non cenerò mai più al Circolo Italia. Evito il gattò di patate: il sapore comunque non sarebbe come quello di una volta. Lascio che i ricordi di ciò che è stato riaffiorino come relitti, anche se a volte fanno male. Oggi c’è il sole e sono qui, a dedicare cinque minuti al ricordo della nostra amicizia. Domani, chissà… Ognuno aspetta a’ ciorta, lo sappiamo bene, Gennaro.

Di Alfredo Tocchi.

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