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Benedetto Croce

In nome del bisnonno: tutti i giorni, leggeva Il Giornale d’Italia

Con 'In nome del bisnonno' continua la collaborazione di Alfredo Tocchi con Il Giornale d'Italia

Di Alfredo tocchi

21 Novembre 2021

In nome del bisnonno

Fonte: lapresse.it

Invitato da Luca, Giovedì 18 novembre ho partecipato alla festa per i 120 anni de Il Giornale d’Italia, a Palazzo Visconti, pieno centro di Milano. I miei racconti vengono pubblicati con cadenza settimanale da cinque mesi (forse persino letti da qualcuno!) e dunque posso vantarmi a pieno titolo di essere un collaboratore esterno.

Nelle sale affrescate, in mezzo a ospiti illustri, timido come sono, mi sono appartato accanto a un ingrandimento di una pagina del 1901 e ho iniziato a leggere. A pochi metri, altre pagine storiche: le ho lette tutte.

Il mio bisnonno Piero Colombo, Professore alla Bocconi, liberale, fu tra i pochi che si rifiutarono di aderire al Partito Fascista e per questo perse la cattedra. Uomo colto e arguto, alla morte lasciò tutti i libri alla biblioteca comunale di Canzo. Nel testamento, si scusò con gli eredi a modo suo, scrivendo: “Tanto, nessuno di voi li ha mai letti”.

Tutti i giorni, leggeva Il Giornale d’Italia. Dopo la guerra, fu tra i rifondatori del Partito Liberale. Ho avuto la fortuna di conoscere due grandi liberali (ciascuno a suo modo, naturalmente): Mauro della Porta Raffo (il Gran Pignolo) e Renato Altissimo. Tra i vecchi liberali, circolava una battuta: “Se alle elezioni prendiamo più del 2% dei voti, significa che abbiamo sbagliato qualcosa”. Chi è elitario, non può essere popolare, come ha imparato, a sue e forse nostre spese, Mario Monti.

In quelle pagine ingrandite, ho letto articoli di Benedetto Croce e Luigi Pirandello (per limitarmi a due nomi che metterebbero soggezione a chiunque). Un malessere quasi fisico, mi ha portato accanto a uno dei tavoli dove venivano serviti i rinfreschi. Pensando al mio bisnonno, ai suoi eredi che non leggevano, alla perfezione degli articoli che avevo appena letto, al prestigio antico, nobile de Il Giornale d’Italia e al legame con la mia famiglia, ho iniziato a pensare: non sum dignus.

Agnostico, proprio come il mio bisnonno, non temevo il suo giudizio: non è lassù a leggermi, non credo che la nostra vita terrena abbia un sequel. Tuttavia, verso il sesto dei dodici spritz che avrei bevuto (Campari, non Aperol), ho incominciato a rivolgermi a lui, a domandargli perdono per la mia inadeguatezza rispetto a quei giganti. Non deve stupire che io mi rivolgessi a un morto - cioè, per me che non ho fede, a nessuno - è il dramma di ogni scrittore iniziare un dialogo in assenza d’interlocutore.

Al decimo spritz, come capita a pochi ma certamente illuminati uomini (penso a Charles Bukowski, non osando pensare a Ernest Hemingway), ho avuto una sorta d’illuminazione:

“Mai scrivere ciò che vuole la massa, mai modulare un articolo, o un racconto, sui gusti della maggioranza”.

Così, al dodicesimo spritz, ho incominciato ad aggirarmi felice, sorridendo a Luciano Fontana e alle altre celebrità in quelle sale e pensando:

“Non sum dignus, bisnonno, ma forse ho ereditato un briciolo del tuo coraggio: ora abborderò una signora sola e terminerò la serata consolandomi tra le sue braccia”.
Purtroppo, non l’ho trovata.
(Ma questa è un’altra storia!).

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