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Benedetto Croce

My tropical friend

Con 'My tropical friend' continua la collaborazione di Alfredo Tocchi con il nostro giornale. I racconti brevi dello scrittore milanese verranno ospitati con cadenza indicativamente settimanale

Di Alfredo Tocchi

20 Novembre 2021

My tropical friend

Fonte: Pixabay

Aitutaki è un atollo corallino situato a 235 km a nord est di Rarotonga, la principale delle isole Cook. Ci sono stato due volte, la prima sedici anni fa, insieme a Paola naturalmente. Dormivamo in un bungalow sulla spiaggia. La laguna è grande e poco profonda, ideale per nuotare e per un paio di giorni ci accontentammo di starcene al sole a far niente e di passeggiare la sera intorno all’albergo. La terza mattina decidemmo di noleggiare una barca e di attraversare la laguna, fino a un motu disabitato che una coppia di neozelandesi ci aveva descritto come paradisiaco: “È l’isola privata di Roger Henry. Non c’è nulla, eccetto palme da cocco e spiagge di sabbia finissima.” Così telefonai a questo Roger Henry e presi accordi per la breve traversata. Alle undici in punto, arrivò una piccola barca con un motore idro jet. Al timone un uomo tutto vestito di bianco, con un grande cappello australiano. Io e Paola entrammo in acqua per salire a bordo e lui ci tese la mano: “Roger Henry, piacere di conoscervi.” Caricammo maschere, pinne e una borsa frigorifero e partimmo verso il centro della laguna. Dopo un centinaio di metri, Paola domandò se fosse possibile fermarsi un attimo per fotografare l’isola dal mare e Roger le rispose con un sorriso: “Certamente.” Mentre Paola scattava la sua fotografia, io osservavo il fondale sabbioso e scambiavo qualche parola con Roger. Mi raccontò che era inglese, aveva lavorato per molti anni in un’agenzia di pubblicità internazionale a Londra. Aveva scoperto le isole Cook cinque anni prima e, dopo due visite da turista, aveva deciso di trasferircisi. Ripartimmo e a causa del vento e del rumore del motore restammo in silenzio. Una ventina di minuti più tardi, avvistammo un ciuffo di palme. Roger puntò la prua verso una spiaggia di sabbia bianca e io mi sporsi per guardare il fondale. Negli atolli corallini, la sabbia è composta da frammenti di conchiglie e dalla digestione dei coralli da parte dei pesci: l’acqua è perfettamente trasparente nonostante il fondale sabbioso.

“All’interno della laguna non ho visto molti pesci.”

“In realtà ce ne sono moltissimi, ma si raggruppano su quelle che gli isolani chiamano patate, una sorta di grandi rocce ricoperte di vegetazione marina.”

Sbarcammo. Roger gettò l’ancora ma assicurò anche la barca a una cima saldamente legata a una palma. Poi, togliendosi il cappello e facendoci un sorriso, disse: “Benvenuti sulla mia isola.”

Gli domandai quale fosse il punto migliore per immergersi e lui m’indicò una pass tra il suo motu e quello accanto.

“Mi raccomando, fate attenzione al sole. Sarebbe meglio che nuotaste con la maglietta, per non scottarvi la schiena e vi ungeste bene di protezione solare gambe e braccia.”

“Ci sono pericoli?”

“Quasi nessuno. Soltanto, non raccogliete le conchiglie. Alcune conidi lanciano un dardo velenoso.”

“Squali?”

“Qualche volta s’incontra un pinna nera del reef, ma non sono pericolosi.”

Così io e Paola, camminando sulla spiaggia, andammo verso la pass, mano nella mano. Roger intanto prese dalla barca una canna da pesca e iniziò a montare una lenza.

Le pass sono i punti dove la laguna entra in comunicazione col mare aperto. A volte sono larghe e profonde, come a Rangiroa. Allora vi nuotano mante, squali e interi branchi di pesci. Ma questa era larga sì e no tre metri e profonda un paio, cosa che da un lato mi tranquillizzò, dall’altro mi fece un po’ paura, perché incrociare uno squalo – seppure un pinna nera – in una simile strettoia poteva essere spiacevole. A me e Paola era capitato più volte, la prima in Australia, a Lizard Island. Per il resto, dato che eravamo nuotatori giovani ed esperti, la corrente non ci spaventava, anche perché portava all’interno della laguna. Così ci immergemmo senza problemi e nuotammo a lungo. Fotografai pesci Picasso, pesci chirurgo, pesci farfalla, qualche aguglia e tanti altri pesci tropicali: nulla di eccezionale. Poi fotografai Paola dal fondo e mentre scattavo, pensai a quanto ci amavamo. La baciai senza neppure togliere la maschera ed ebbi voglia di far l’amore nell’acqua, nonostante l’avessimo già fatto nel bungalow quella mattina.

Roger intanto pescava. Andai da lui mentre Paola si sdraiava all’ombra di una palma e vidi che aveva preso una sogliola.

“In Inghilterra sarebbe un pesce prelibato, qui sono l’unico sull’isola a mangiarla.”

“Le manca Londra?”

“No, no davvero.”

Si tolse un attimo il cappello per grattarsi la testa e i suoi capelli brillarono al sole, rossi e ricci.

“Qui nel Pacifico la vita ha ancora un senso, perché è ridotta alla sua essenza: nascere, crescere, imparare un mestiere che consenta di sopravvivere, innamorarsi, riprodursi e terminare il ciclo serenamente, senza porsi troppe domande sul significato profondo dell’esistenza. I bisogni indotti dalla voglia di emulazione e dalla pubblicità iniziano a arrivare, ma per ora – e la nostra vita è ora – non sono un problema. Non creano stress, frustrazione o depressione. Le differenze sociali esistono, ma non sono neppure paragonabili a quelle nel nostro mondo occidentale: un poveraccio che abiti in periferia e lavori a Londra deve farsi due ore sui mezzi tutti i giorni: sempre stanco, in un ambiente squallido, in mezzo a altri poveracci come lui, topi impazziti a causa della densità abitativa. Qui ogni mattina ci si sveglia al canto degli uccelli e basta guardare dalla finestra per vedere il mare.” Fece una pausa, poi il viso coperto di efelidi e gli occhi azzurri si illuminarono quando mi disse con orgoglio, indicando le palme: “Sono un uomo felice. In fondo, ho coronato il sogno di ogni bambino inglese: ho la mia isola. E lo scorso anno mi sono sposato con una ragazza stupenda: tra due mesi avremo un figlio.”

Gli feci i complimenti e mi domandò da quanto tempo fossimo sposati e se avessimo figli: “Cinque anni, ma per ora Paola non vuole figli. È una stilista, ama il suo lavoro e non vuole rinunciarvi.”

“Già, Milano è la capitale della moda.”

In quel momento abboccò una razza troppo grande che spezzò la lenza, così raggiungemmo Paola con la borsa frigo e ci mettemmo a mangiare: pesce crudo polinesiano, marinato nel lime e nel latte di cocco, per tutti.

Dopo pranzo, restammo sdraiati a riposarci per un’ora. Roger si mise in disparte, per lasciarci soli e soltanto quando mi vide in piedi venne verso di me con un cocco e un machete in mano. Mi fece vedere come si apre – la cosa più difficile è liberare il frutto dall’involucro vegetale che lo avvolge – e, una volta rotto il guscio, ci porse la noce perché potessimo berne il succo fresco. Decidemmo insieme di visitare una piccola isola usata dai pescatori locali come base per le uscite in mare aperto, ma prima, con qualche pezzetto di cocco, Roger entrò in mare e fu subito circondato da una miriade di piccoli pesci colorati. Lo fotografai così, con la macchina subacquea immersa per metà, inquadrando lui, i pesci e la sua isola sullo sfondo: un uomo dai capelli rossi che ride felice in un mare limpido quanto un acquario.

Il ricordo di quelle ore insieme a Roger mi è stato mille volte di conforto. Ci sono semplici frasi che si scolpiscono nella memoria e: “Sono un uomo felice”, per me è una di quelle. “La vita può essere meravigliosa, la sua bellezza dipende anche da noi”, pensavo nei momenti più difficili. E immancabilmente mi rivedevo insieme a Paola e Roger in un angolo di paradiso.

Così due anni fa, quattordici anni dopo il primo viaggio, tormentato dal dubbio che la vita fosse orribile o meravigliosa a caso, senza un perché e senza che io potessi farci nulla, sentii il bisogno di tornare indietro, almeno per qualche giorno, a quella semplice felicità. Con gli ultimi risparmi comprai un biglietto per Auckland e da lì per Aitutaki. Certo, Paola non c’era più. Ma forse l’incantesimo di un mondo perfetto, incontaminato, avrebbe funzionato di nuovo.

Purtroppo - se c’è una certezza - è che le isole peggiorano sempre, imbruttite dall’uomo. Ora, al posto dei vecchi bungalow, c’era un albergo di lusso. Così ebbi fretta di andare sul motu di Roger e domandai di lui alla reception. Nessuno lo conosceva. Era come se non fosse mai esistito. Ma cosa potevano sapere quelle ragazze di vent’anni? Stizzito, noleggiai un motorino e andai fino alla chiesa, perché era domenica. Sono agnostico, ma amo le piccole chiese delle isole sperdute nell’Oceano Pacifico: sembra di vedervi ancora i missionari predicare la parola di Dio a una folla di uomini e donne vestiti a festa – le donne con magnifici cappelli – pronti a cantare con voci tonanti i loro inni polifonici.

Ma questa volta giunsi tardi. I primi fedeli già uscivano e il prete stringeva a ciascuno di loro la mano. Stavo per andarmene quando scorsi una donna alta, vestita di bianco, accanto a un ragazzino coi capelli rossi ricci e gli occhi azzurri, tutto suo padre. Così attesi che tutti se ne andassero, mi avvicinai al prete e gli domandai: “Padre, quel ragazzo era il figlio di Roger Henry?”

Mi strinse la mano e rispose di sì.

“Suo padre è ancora sull’isola?”

Mi fissò senza dire nulla. Poi alzando la mano con un gesto lento e solenne, indicò il piccolo cimitero.

Compresi e riuscii a dire soltanto: “Mi dispiace. Era un mio amico.” Poi, ripensando a Roger, così fiero del suo motu, sussurrai una famosa frase: La terra non appartiene agli uomini, sono gli uomini che appartengono alla terra (Toro Seduto).

Di Alfredo tocchi

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