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Benedetto Croce

120 anni del Giornale d’Italia: "C'era una volta..."

La recente rinascita in versione online, costruita a Milano da un gruppo di validi imprenditori e giornalisti è vorticosa come all’origine

Di Pierfranco Faletti

19 Novembre 2021

120 anni del Giornale d’Italia: "C'era una volta..."

C’era una volta, in una Roma papalina senza Papa, un signore di media statura sulla cinquantina, nato in quella città, figlio di un commerciante ebreo e di una signora britannica. Era entrato nella carriera diplomatica passando da Madrid, a Vienna, a Berlino e a San Pietroburgo. 

Divenne poi giornalista e quindi politico, nella destra moderata.

Verso la fine del secolo, fu ministro delle Finanze e del Tesoro e poi Capo dell’opposizione parlamentare.

Era di idee liberali, promotore, fra l’altro, delle leggi sui contratti agrari,  che colpivano i latifondi a favore dei coloni. Si chiamava Sidney Sonnino.

C’era una volta, nella stessa Roma, un suo contemporaneo di nome Antonio Salandra, più alto di lui, che veniva da Foggia ed era docente universitario, anche lui un liberale moderato. Entrambi divennero in seguito anche Presidenti del Consiglio e Sonnino un famoso Ministro degli Esteri.

La città di Roma non era allora né carne, né pesce.

Il Papa, con l’unificazione dell’Italia, era traslocato dal Quirinale al Vaticano, ma tutta la coorte che lo aveva circondato per secoli era ancora lì, salda nei propri privilegi, nei propri vizi e nel proprio potere.

Erano Principi, Duchi, Marchesi, Conti e Baroni, grandi proprietari terrieri latifondisti, la cosiddetta nobiltà nera, tanto per capirci.

Il Re “Savoia” Vittorio Emanuele II, l’artefice dell’Unità d’Italia, era formalmente insediato a Roma, ma preferiva passare il suo tempo a caccia sulle   montagne della Valle d’Aosta o soggiornare alla Mandria, vicino a Torino, coccolato dalla bella Rosina.

Il suo successore Umberto I, a sua volta, prediligeva i lunghi soggiorni nella adorata Villa Reale di Monza, dove trascorreva le giornate con la Marchesa Eugenia Litta, sua storica amante.

I due erano sempre stati considerati corpi estranei dalla nobiltà romana del tempo e nulla avevano ottenuto le sfarzose feste organizzate al Quirinale dalla moglie di Umberto, la mondanissima Regina Margherita, per cercare di propiziarsi i potentati romani.

Ognuno imperterrito continuava per la propria strada.

A Milano, il passaggio dalla dominazione austriaca al regno italiano piemontese era stato pressoché indolore. La borghesia ed i nobili erano rimasti gli stessi, con l’agricoltura, gestita in modo imprenditoriale, che trainava l’economia ed il benessere.

L’unica differenza rispetto al passato era l’indirizzo dove affluivano le tasse, che da Vienna si era spostato a Roma, il che non tranquillizzava certo i milanesi.

Nella capitale lombarda, all’inizio del Novecento, primeggiava un giornale chiamato “Corriere della Sera”, che in pochi anni aveva scalzato la supremazia del “Secolo”, il giornale milanese per antonomasia.

Rappresentava la voce libera della borghesia, fatta di operatività, pragmatismo ed aperta alle regole del mercato e della concorrenza.

Nella palude del generone romano di allora, Sonnino e Salandra, due liberali moderati, autorevoli ed intelligenti, decisero che per dare una mossa a quella Roma decadente e a quell’Italia sottomessa a Giovanni Giolitti, bisognava partire da una sferzata culturale.

Fondarono nel 1901 il “Giornale d’Italia”, prendendo a modello i quotidiani di Milano: veridicità dell’informazione e valori politico culturali liberaldemocratici, che nella Roma post papalina avevano scarsa cittadinanza: abolizione delle caste e dei privilegi, priorità della cultura, uguaglianza dei punti di partenza e meritocrazia.

Non a caso il primo Direttore fu Alberto Bergamini, brillante giornalista del Corriere della Sera, insieme a Domenico Oliva, Alberto Albertini e Ugo Ojetti. Furono degli innovatori. Fu loro l’idea della “terza pagina”, tutta dedicata alla cultura, diretta da Mario Missiroli e Alfredo Bellonci, capifila dei migliori scrittori ed intellettuali dell’epoca, che comprendevano Gabriele d’Annunzio e Benedetto Croce.

In pochi anni, la testata raggiunse il quarto posto nella vendita dei giornali nazionali.

Poi il silenzio durante il fascismo, la ripresa nel dopoguerra ed il declino negli anni Settanta.

Quindi, la recente rinascita in versione online, costruita a Milano da un gruppo di validi imprenditori e giornalisti e vorticosa come all’origine.

“Lavoreremo alla conciliazione degli animi, a ravvivare i sentimenti di solidarietà, a rialzare, col minore attrito possibile, le condizioni morali ed economiche delle classi più disagiate, dalla cui redenzione dipende l'avvenire d'Italia”.

Queste le parole di esordio, nell’editoriale del primo Direttore Alberto Bergamini. Lo stesso spirito di oggi, a distanza di centoventi anni.

Auguri al Giornale d’Italia!

Di Pierfranco Faletti

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