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Quattro giorni d’autunno, il ritorno a casa in una piovosa mattina di novembre

Con Quattro giorni d'autunno (parte seconda), continua la collaborazione de Il Giornale d'Italia di Alfredo Tocchi

Di Alfredo Tocchi

12 Novembre 2021

Quattro giorni d’autunno, il ritorno a casa in una piovosa mattina di novembre

Fonte: lapresse.it

Squilla il telefono. Non ho voglia di rispondere. Lo metto su silenzioso, mi volto e cerco di ritornare nel sogno. Ero a Montecarlo, passeggiavo con Celeste bambina. Io e Ingemar Stenmark la tenevamo per mano e la facevamo saltare: un deux trois, saut!
La stanza è in piena luce, mi sono dimenticato di tirare giù la tapparella. Ero completamente ubriaco. Ho ricominciato a bere appena tornato dal lago, quella sera stessa. Oggi è l’8 novembre, sono già passati quasi due mesi.
Piove. Metto la testa sotto il piumone e decido di restare così, a letto, tutto il giorno. Devo andare in bagno. Sussurro: “tumore alla prostata; soluzione definitiva”.
Capelli e barba sono lunghissimi, non vado dal barbiere da quasi tre mesi. Li pettino indietro, fare la riga di lato è impossibile. Guardo chi mi abbia chiamato: Anatomopatologo, chissenefrega. Accendo la luce, tiro giù la tapparella, sprimaccio i cuscini e li rimetto al centro del letto matrimoniale. Torno a letto, chiudo gli occhi e cerco di sognare Paola. Vorrei tanto sognare Paola, avrei tanto bisogno di sognare Paola. Il mese scorso, ho fatto l’amore con Mila, la cameriera bulgara: è stato bello, dolce e tristissimo come sono gli incontri tra esseri umani disperati, che annegano tutta la loro solitudine in quegli attimi di reciproca consolazione No, non era amore: era compassione. Sesso e compassione sono uno strano binomio, persino pericoloso: entrambi ci siamo alzati dal mio letto un po’ più tristi, malinconici e depressi.
Ricomincio da dove sono stato interrotto: i garage dell’Annonciade, io, Stenmark e Celeste.
“Forza Ingo, ancora un saltone!”.
Il telefono vibra sul comodino. Lo prendo tentato di lanciarlo lontano, poi leggo: Cristina. Rispondo.
“Giulio, come stai?”.
“Bene, tu?”.
“Mi hai fatto prendere uno spavento… Poco fa mi ha telefonato il Maresciallo Gaetani. Mi ha detto che l’anatomopatologo ti ha chiamato, ma tu non hai risposto. Voleva accertarsi che il numero fosse quello giusto”.
Mi sfugge un’imprecazione: “Con questi telefonini uno non può più neppure andarsene in bagno senza che qualcuno gli rompa i coglioni”.
“Spero di non averti rotto i coglioni, allora. Richiamalo”. Tossisce più volte.
“Cristina, sappiamo tutti e due che quelle ossa sono di Viola. Chiudiamo questa storia una volta per tutte. Dimentichiamocela, finalmente”.
Resta in silenzio. Tossisce di nuovo, sembra che abbia il fiato corto.
“Scusami. Forse hai ragione”. Ansima. Non so se stia piangendo o sia la tosse.
“Tu piuttosto, hai una brutta tosse”.
Resta un istante in silenzio: “Covid. Ho fatto il tampone l’altro ieri”.
“Chi c’è lì con te?”.
“Nessuno, chi vuoi che ci sia?”.
“Chi ti fa da mangiare, la spesa? Non potevi chiamare uno dei tuoi figli”.
Si arrabbia. Forse è la prima volta che la sento gridare: “Ora sei tu a rompere i coglioni. Sono sola, come al solito, come sono da anni”. Piange, questa volta la sento piangere.
“Scusami. Ti prego, scusami. Sono preoccupato. Faccio la valigia e arrivo. Ti curerò io”.
“Non dire sciocchezze, vuoi prendertelo anche tu?”.
“L’ho già avuto, ho fatto le mie due dosi di vaccino e alla fine me ne fotto, una malattia vale l’altra, se non sarà Covid sarà tumore alla prostata. Tanto il punto di arrivo è quello, per tutti”.
Si calma. “Non devi farlo”,
“Lo voglio fare”.
“Per favore, no”.
“Non hai la peste nera. Hai il Covid. L’ho avuto anch’io e sono guarito. Devi soltanto startene a letto tranquilla e avere qualcuno che ti porti da mangiare”.
“Come vuoi”. Fa una pausa: “Sarebbe bello riaverti qui”.
Tiro fuori la valigia dalla cabina armadio. Quante volte l’ho riempita per andarmene dall’altra parte del mondo… Quanto dovrò restare? Due settimane? Prendo anche la sacca. Non dimentico il computer, la ricarica del telefono e il libro di Dürrenmatt che voglio restituire a Cristina. Allaccio al polso l’orologio del nonno, appena revisionato e lucidato a nuovo da Orologeria Duomo. Chiudo la casa, indosso il mio British Warm sopra una giacca di tweed e chiudo la porta. Scendendo le scale, dimentico l’anatomopatologo, il Covid di Cristina e non riesco a pensare che a una cosa: sto tornando a casa.
Guido ascoltando Urban Hymns dei Verve. Nel traffico di Milano, un uomo con una testa da barbone al volante di una Cadillac canta Bittersweet symphony
No change, I can change
I can change, I can change
But I'm here in my mold
I am here in my mold
But I'm a million different people
From one day to the next
I can't change my mold
No, no, no, no, no
Sono vivo, vigile. A volte triste, a volte allegro, come tutti. Ho sessant’anni, ma sono ancora capace di cantare i Verve a squarciagola ed emozionarmi.
Sono vivo, vigile. Così diverso da questa vecchietta inacidita milanese che mi fissa dalla sua Audi.
Ho conosciuto il dolore e per questo riconosco la gioia, perché gli esseri umani ragionano per opposti. E’ stata una lezione dolorosa, ma ho imparato.
Così, in una piovosa mattina di novembre, sono felice perché sto tornando a casa.
Ripenso al sogno, alla dolcezza di quel ricordo. In questa piovosa mattina di novembre, senza un motivo preciso, all’improvviso, dopo avere cercato invano – per tutta la mia vita - di dimenticare, ho compreso che per sopportare il dolore è necessario ricordare.
25.

Di Alfredo Tocchi

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