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"La libertà al singolare esiste solo nelle libertà al plurale"
Benedetto Croce

Il bisogno di lasciare l’impronta della nostra mano nella caverna, per far sapere a sconosciuti amici che siamo esistiti

Discorso di presentazione di una raccolta di racconti edita

Di Alfredo Tocchi

31 Ottobre 2021

La consapevolezza della fragilità dell’esistenza, l’accettazione della nostra condizione di uomini e il bisogno di lasciare l’impronta della nostra mano nella caverna, per far sapere a sconosciuti ami

Fonte: Pixabay

Dieci anni fa, alla presentazione di Tra un anno sarò felice (poi rinominato dall’editore – nonostante la mia perplessità per quel titolo autocelebrativo - Confessioni di un pazzo di raro talento), ero ancora un uomo appena consapevole di quanto mi era successo. Citando Emil Cioran, un autore che amo immensamente per la sua intelligenza, incominciavo a intuire che la malattia mi aveva mutato per sempre – e un po’ me ne stupivo: “Se le malattie hanno una missione filosofica, non può essere che quella di mostrare quanto sia illusorio il sentimento dell’eternità dell’esistenza e quanto fragile il sogno di un compimento della vita… Le sofferenze ci legano a realtà metafisiche che un uomo normale e in perfetta salute non capirà mai” (Emil Cioran, Al culmine della disperazione).

Dopo il risveglio dal coma, ho trascorso sette lunghissimi mesi sdraiato sopra un divano. L’operazione al cuore mi aveva reso malato, io che in verità stavo per morire perfettamente sano – a causa dell’ischemia cerebrale. Il mio cardiologo diceva alla mia prima moglie che ero soltanto depresso, colpevolizzandomi e spingendomi – al colmo della vergogna - a lasciare la mia casa, ad abdicare dalla mia vita. È facile dire una parola di troppo. Se a dirla è un luminare della medicina, quella parola viene accolta come il verbo. E il danno è fatto. Avevo perso tutto e la mia sensibilità mi faceva vibrare come una corda tesa, tutto il mio essere era sconvolto da quell’orribile perdita delle sicurezze e delle illusioni. Avevo capito di non essere padrone del mio Destino, era di una chiarezza accecante che nonostante tutti i miei sforzi per costruire la mia vita, tutto poteva essere spazzato in un istante. Se tutto può essere perso così, che valore può avere la vita? Che senso hanno le nostre conquiste, così effimere, così fragili? La letteratura mi è stata di aiuto.

Leggendo Il vecchio e il mare di Hemingway, ho riflettuto sull’estetica della lotta. Lottare ci rende uomini, soprattutto quando siamo consapevoli dell’inutilità della lotta. Io ero ancora un uomo, anzi ero più che mai un uomo, liberato dai semplicistici pregiudizi sul mondo, la fede, le passioni. Dovevo trovare una valvola di sfogo: la consapevolezza brucia. Il mio nucleo era rovente. Così, istintivamente, ho iniziato a scrivere. La scrittura ha una funzione catartica: quando il dolore è talmente forte da isolarci dal mondo, è nella scrittura che cerchiamo un rifugio. Perché scrivere ci costringe a riflettere. E cos’altro possiamo fare se non riflettere e accettare il nostro Destino di uomini mortali? Dove possiamo fuggire? Inoltre, scrivendo lanciamo un disperato messaggio nella bottiglia a un’indistinta umanità capace di comprenderci, di essere al nostro fianco, di condividere la nostra sofferenza. Ho scritto molte pagine sul dolore, non farò l’errore di citarmi. Altri hanno scritto – molto meglio – le stesse cose. Paul Auster, un autore che amo per la sensibilità così simile alla mia, ha incominciato a scrivere in prosa dopo la morte del padre. “Dal dolore, la parola.”

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