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"La libertà al singolare esiste solo nelle libertà al plurale"
Benedetto Croce

I mille volti della Linea Rossa di Milano

Due racconti. Due personalità. La stessa linea della metropolitana. Continua la collaborazione tra Alfredo Tocchi e Il Giornale d'Italia

Di Alfredo Tocchi

21 Ottobre 2021

Metropolitana

Fonte: Unsplash

1 Georges Prêtre

Era una sera di fine febbraio. Verso le otto, appena uscito dallo studio, in via Gesù 17, al termine di una lunga giornata di lavoro, camminavo in direzione di via Montenapoleone per andare in piazza San Babila a prendere la metropolitana. Davanti all’hotel Four Seasons, un gruppo di persone occupava tutta la strada. Distrattamente, pensai che aspettassero l’apparizione di qualche celebrità: un’attrice, un divo del rock, o magari un calciatore. Mi feci largo a fatica, a testa bassa e sbucai davanti all’ingresso dei garage. Una BMW nera aspettava qualcuno col motore acceso. L’autista scese proprio mentre ero davanti al cofano e aprì la portiera posteriore. Dal buio sbucò un signore molto anziano, elegantissimo. Incuriosito, mi fermai a meno di un metro dall’auto e lo osservai. Indossava un cappotto scuro di taglio impeccabile, camicia bianca, papillon (bianco!), scarpe nere perfettamente lucide. I radi capelli candidi perfettamente pettinati. Lo fissai negli occhi e, istintivamente, gli rivolsi un sorriso e un inchino del capo. Rispose al sorriso con occhi azzurri di una straordinaria vivacità e il suo gesto fu tanto rapido, cortese e naturale che rimasi fermo, come incantato, a guardare l’auto che usciva piano dall’albergo, la folla che riconosciuto il suo beniamino lo applaudiva discretamente e subito iniziava a disperdersi. Non sono un grande appassionato e purtroppo non ho nessuna istruzione musicale, ma riconobbi quel gran signore. Era Georges Prêtre (Waziers, 14 agosto 1924), il celebre Direttore d’orchestra francese. Più tardi, in metropolitana, ripensai al suo sorriso. Era il sorriso di un uomo di 91 anni ancora bello ed elegante, sereno, soddisfatto di sé e della vita. Era il sorriso di un artista che sa di avere lasciato una traccia.
La vita, per qualcuno di noi, può essere meravigliosa.

2 Patrizia Valduga
Venerdì sera, poco dopo le sette. Il vagone della metropolitana è affollato, ma non troppo. Salgo in San Babila, come sempre. Dietro di me sale una signora esile, abito nero, cappello a tesa larga, scarpe rosa confetto. Non è tanto alta, ma ha belle gambe dritte, dalle caviglie sottili. Non riesco a scorgere il viso, è voltata dall'altra parte. La osservo, non visto. L'abito è di taglio perfetto, senza tempo, Il cappello è assurdo in quel contesto. Le scarpe rosa confetto, un vezzo. C'è qualcosa di raro in questa sconosciuta, è diversa da tutti noi. Non soltanto per ciò che indossa, per come si muove leggera come un origami, dritta senza essere rigida. Intorno a lei persone normali, stanche dopo una giornata di lavoro, non trasandate ma neppure lontanamente somiglianti alla perfezione con cui lei compie ogni gesto. Un'attrice? Dal cappello, potrebbe essere... Ammiro l'eleganza, ma detesto ogni ostentazione (e il cappello è davvero teatrale). Chi si cuce addosso un personaggio vestendosi in maniera riconoscibile, di solito m'ispira compassione. La scrittura è il mio modo di esprimermi, non ho bisogno d'altro. Termino questa riflessione e finalmente si volta: è Patrizia Valduga.
Le perdono ogni eccentricità. Mentre scende, penso che lei è Patrizia Valduga e Patrizia Valduga è così. "Io sono sempre stata come sono / anche quando non ero come sono / e non saprà nessuno come sono / perché non sono solo come sono.”
"Il vero artista è colui che crede assolutamente in se stesso, poiché egli è se stesso." (Oscar Wilde, De Profundis).

Di Alfredo Tocchi

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