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Cancel culture o cancer culture?

Di Gianfranco Ferroni

24 Settembre 2021

Cancel culture o cancer culture?

Resettare il passato: in certe università ultrademocrat, negli Stati Uniti, vengono (de)formate le nuove generazioni, poco inclini allo studio, propagandando la “cancel culture”. Che sarebbe meglio definire come “cancer culture”. Risulta difficile spiegare in un ateneo la scoperta dell’America? E si parte con l’abbattimento delle statue dedicate a Cristoforo Colombo, spesso realizzate raccogliendo tanti spiccioli dagli immigrati italiani nel nuovo continente, togliendo il pane ai figli per elevare un monumento che, nelle pie intenzioni dei poveri benefattori, doveva durare almeno qualche millennio. Un disastro, questa folle “cancel culture”, che rischia di non avere limiti, proponendo un vandalismo contro l’arte che, purtroppo, rimane indifesa davanti alla violenza. Queste fabbriche di certificati che prendono il nome di università, oltreoceano, più che titoli di studio producono attestati “junk”, spendibili solo all’interno degli stessi atenei per rilevare cattedre dai nomi fantascientifici. Di libri ne sono stati bruciati tanti, non solo sotto il nazismo nel secolo scorso, ma anche nella Oxford del Seicento, quando vennero arsi i testi di Hobbes e Milton. È il potere che circola all’interno delle accademie che partorisce l’odio, magari contro un avversario al prossimo concorso per conquistare una agognata cattedra che permette di garantirsi una vita agiata senza nessuna fatica, se non quella di incitare al fanatismo. Una deriva che rischia di non finire mai, se le stesse istituzioni accademiche americane non pongono fine alle campagne della pseudo “cancel culture”. Ma si sa che tutto questo si sposa con un’altra aberrazione, quel “politically correct” che mette il bavaglio a qualsiasi opinione ritenuta fuori dal coro vincente. Anche un certo “capitalismo etico”, formula inventata per ideare un green pass da consegnare alle aziende ossequiose dei dettami dominanti, con la complicità di alcuni fondi internazionali, si atteggia a paladino dei giovani più ribelli difendendo e finanziando attività che nei fatti danno un colpo di spugna al passato, qualunque esso sia. Nuovi talebani, eredi di quelli che rasero al suolo i Buddha di Bamiyan, sono pronti a continuare a offendere la cultura del passato. L’Unesco, in tutto questo bailamme, tutela l’arte musicale dei suonatori di corno da caccia, per esempio. Beni immateriali, così vengono chiamati. Per quelli materiali, invece, la loro (r)esistenza dipende dalla benevolenza di contemporanei e posteri. Ma è normale tutto questo? Non ci resta che sperare, almeno in Italia, nell’applicazione dell’articolo 773 del codice penale, in tema di “danneggiamento al patrimonio archeologico, storico o artistico nazionale”. E nel magnifico lavoro compiuto ogni giorno dal Comando Carabinieri per la tutela del patrimonio culturale.

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