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Piero

Ho imparato il mestiere da mio nonno Joseph. Mi piaceva stare con lui, a Nizza, in laboratorio. Era bravissimo a fabbricarmi con le sue mani giocattoli di legno...

Di Alfredo Tocchi

21 Settembre 2021

Piero

fonte: pixabay

Ho imparato il mestiere da mio nonno Joseph. Mi piaceva stare con lui, a Nizza, in laboratorio. Era bravissimo a fabbricarmi con le sue mani giocattoli di legno. Ho ancora un Pinocchio e un trenino e li conservo sopra una mensola, nella mia stanza. Vicino al vecchio porto, ci sono molti antiquari. Lui lavorava per loro, tutta la sua vita ha restaurato mobili antichi. Non si è mai arricchito. Forse, era troppo modesto per farsi pagare quanto avrebbe dovuto. Forse, aveva capito che in fondo i soldi non sono tutto, nella vita.
Ricordo un pomeriggio di gennaio: faceva freddo, come oggi. Erano soltanto le cinque del pomeriggio, ma era già buio. Me ne stavo seduto sopra una seggiolina che aveva costruito per me e dipinto con i colori della bandiera francese e giocavo con il mio Pinocchio.
Entrò Lazard, l’antiquario più importante di Nizza. Era venuto per ritirare un trumeau Luigi XVI. Nonno Joseph l’aveva già sistemato vicino all’ingresso, coperto sotto un vecchio lenzuolo: gli piaceva quel tocco teatrale di scoprire il mobile all’ultimo istante, davanti al cliente. I suoi occhi brillavano, era impaziente di stupire Lazard. E, naturalmente, lo stupì. Era un restauro semplicemente perfetto. Lazard non disse nulla. Ordino ai due ragazzi che lo accompagnavano di caricare il trumeau sul furgone, fece un assegno al nonno, gli strinse la mano e se ne andò, augurandogli una buonasera.
Nonno si mise in tasca l’assegno e restò un momento a fissare la porta. Poi, inaspettatamente, perché era un tipo taciturno, mi disse:
“Hai visto Piero? Non ha detto una parola. È ammutolito davanti a un lavoro fatto a regola d’arte. Impara a trarre piacere dalle piccole cose, piccolo mio, perché saranno in pochi a dirti bravo quando te lo meriterai!”
Fu nel laboratorio del nonno, che incominciai a scolpire. Ero ancora un bambino, incominciai per gioco. Poi, a poco a poco, gli adulti scoprirono le mie sculture: un delfino, un gabbiano, un soldatino... Mi incoraggiarono, mi dissero che avevo talento, così nonno Joseph mi porto a Vallauris e imparai a lavorare la ceramica. Facevo le solite cose, finché un giorno una signora italiana portò a restaurare un teatrino di Lucio Fontana: lo copiai, identico. Mi feci regalare libri sulle sculture dei grandi maestri del Novecento, imparai a fare copie persino di ceramiche di Pablo Picasso. Avrei potuto diventare un falsario, uno dei tanti capaci di realizzare falsi d’autore (qualunque cosa voglia dire...).
A diciassette anni mi mantenevo da solo, continuando a fare il liceo. A diciannove anni, partii per Parigi. Fu bello e triste allo stesso tempo: lasciai mia madre (mio padre non l‘ho mai conosciuto), nonno Joseph e nonna Clementine, la Costa Azzurra, il mare per andare a vivere in rue de Vaugirard, in una soffitta.
Fu la mia bohème, frequentavo altri giovani arrivati da lontano, m’innamorai di Sylvie, padre francese e madre ivoriana, un metro e settantotto di bellezza. Iniziai a scolpire lastre di alluminio da un amico carrozziere, con la fiamma ossidrica: volti scavati nel metallo, spesso uno accanto all’altro.
A diciannove anni feci la mia prima mostra personale, alla galleria Paoli. Fu un successo, vendetti sette lastre e una vecchia ceramica portata da Nizza. Potevo essere felice, firmare un contratto con la Signora Paoli, darle un’esclusiva e vivere del mio lavoro. Invece iniziai a essere ossessionato dal cosa fare dopo, quali opere realizzare per lasciare una traccia — la mia traccia — nel mondo dell’arte.
Avevo capito perfettamente che soltanto chi sia davvero originale, chi crei un’opera inconfondibile, si guadagna una menzione sui libri d’arte. Avevo talento, o forse soltanto una buona tecnica - ora non so più cosa pensare — ma non avevo ancora quel tratto che fa riconoscere anche a uno sguardo distratto un Concetto spaziale di Lucio Fontana, una sfera di Arnaldo Pomodoro o una donna di Amedeo Modigliani.
A Montecarlo incominciavano a esporre sculture nei giardini del Casino, mandai una lastra di alluminio. Mi ringraziarono per il dono (l’avevo regalata al Principe Ranieri), ma non la esposero: troppo simile a un quadro, non abbastanza tridimensionale, più adatta a una parete che a un giardino pubblico.
Ero giovane, ma non ero più un ragazzino. Quel primo insuccesso non era poi una tragedia, avrei potuto riprendermi. Invece no, iniziai a bere. Mi ubriacavo fino a stordirmi, fino a vomitare agli angoli della strada.
Una notte, in pieno inverno, svenni sul marciapiede davanti a casa. Mi portò dentro a braccia uno sconosciuto, ero quasi assiderato.
Sylvie continuava a venire da me, ma litigavamo sempre. Lei m’invitava ad avere pazienza, ad attendere che mi venisse un’idea, continuando a ripetere i lavori che sapevo fare e che vendevo.
Mi odiavo per la mia incapacità di diventare un vero scultore, per la mia incapacità di essere quello che sentivo di essere, di vivere il mio Destino. L’alcol ti priva di ogni energia, t’impedisce di fare qualsiasi cosa eccetto bere. Sobrio o ubriaco, passavo giornate intere sdraiato sul letto a pensare cosa scolpire.
Iniziai a farmi di cocaina. Arrivai ad avere bisogno di quattro grammi al giorno. Quando ero fatto, ero certo che prima o poi avrei avuto la mia intuizione. Poi, cadevo nelle peggiori depressioni della mia vita, tutto diventava insopportabile, persino mangiare, passare alla galleria o chiamare al telefono mamma o nonno Joseph.
Sylvie se ne andò a vivere a Montpellier con un deficiente: un avvocato da quattro soldi, un mezzo uomo.
A un certo punto, i soldi finirono. Ero troppo orgoglioso per tornare a casa. Mi cacciarono dall’appartamento, per quasi un mese dormii per strada.
Alla fine dell’inverno, quando ormai mangiavo alla mensa dei poveri, chiedevo l’elemosina per comprarmi una bottiglia e non pensavo ad altro che buttarmi nella Senna, una ragazzina coi capelli rossi, alta poco più di una bambina, scese da un’automobile e mi regalò un giaccone. All’inizio, rifiutai, ma lei insistette, così lo indossai. È li nell’armadio, lo conserverò tutta la vita.
Per un paio di giorni, continuai a pensare a quel piccolo gesto, così semplice, spontaneo. Ero un uomo di merda, un fallito che dormiva per la strada, eppure un altro essere umano aveva dimostrato compassione.
Davvero una vita è importante soltanto se si è capaci di lasciare una traccia del proprio passaggio? Mi tornò in mente una delle vecchie frasi, trite e ritrite, del catechismo: La vita di ogni creatura di Dio è sacra. Lo so, sono banalità da quattro soldi. Forse, mi ero bevuto il cervello. Ma a furia di ripetermi quella frase, ebbi compassione di me stesso.
Così, la sera che quella ragazza tornò, semplicemente per vedere come stavo, la ringraziai, cosa che l’altra volta non mi era venuto in mente di fare. Lei sorrise e mi rispose:
“Noi siamo della comunità Emmaus. Da noi, si è liberato un letto, se vuole, può occuparlo lei.”
Gli occhi mi si riempirono di lacrime, non ebbi neppure la forza di risponderle. Annuii, la aiutai a raccogliere i miei stracci e — vergognandomi della mia sporcizia - montai in macchina.
Ogni inverno mi torna in mente quella notte e credo che sarà così per sempre. Oggi, quando ripenso a come sono arrivato qui, rivedo la mia vita come un insieme di decisioni sbagliate o semplicemente intempestive, una lista di errori concatenati a fatalità.
Ora che ho avuto il tempo di riflettere, mi appare evidente che molti errori si siano ripetuti a causa di processi mentali sbagliati e ricorrenti.
La precoce consapevolezza di avere un talento mi ha portato alla rovina.
Sono cresciuto solitario e malinconico e l’unica presenza che ammettevo era quella di nonno Joseph. L’infelicità di mia madre per essere stata abbandonata dall’uomo che amava — mio padre - e il senso di colpa che ogni bambino prova constatando di non essere in grado di rendere felici le persone che più ama mi hanno spinto a chiudermi in me stesso, a cercare nella realizzazione di una vera opera d’arte, la mia opera originale e inconfondibile, il senso della vita.
Ho disprezzato il mio prossimo e per molto tempo ne ho pagato le conseguenze. Nei momenti di collera ho sfogato tutta la mia rabbia e sono persino diventato violento. Ho gridato a Sylvie: “Tu sei una stupida” e lo pensavo — e forse era vero, perché è finita con un povero cristo che a stento intuisce di essere vivo e — di certo — non si pone domande sul perché.
Eppure, sono il primo a sapere che la mia intelligenza non mi è mai stata della minima utilità, che avrei preferito nascere stupido e vivere felice come gli altri, senza tormentarmi e senza tormentare.
Ora è tardi, non troverò una donna che mi capisca e non mi resta che il rimpianto per avere sprecato gli anni in cui ancora era possibile trovarla. Mi conosco meglio e non per questo mi voglio più bene: l’istinto di autodistruggermi è sempre presente e non c’è mattina in cui, passeggiando prima di andare in laboratorio — quello della comunità — a lavorare, io non pensi a farla finita.
Sono qui perché è l’unico luogo dove un ordine che mi sono imposto mi aiuta a tenere a bada i miei istinti suicidi, a non pensarci.
La mia solitudine non è pace: la mia voce interiore continua a porre domande. Però qui la vita scorre sempre uguale, mi sono dato compiti precisi che ho imparato a svolgere diligentemente e in questa mia umile attività ho compreso per la prima volta il concetto di utilità sociale — che non significa che la vita sia utile in assoluto, ma significa che si può essere di qualche utilità per gli altri.
Vivere o morire per me non fa differenza, ma questa mia nuova vita è l’unica che mi sembri tollerabile.
Io non ho più sogni. So di avere avuto molto se mi paragono ad altri e di avere sprecato molte occasioni. Soprattutto con Sylvie. Forse, se la avessi rispettata, se avessi condiviso le sue aspirazioni semplici, condiviso la sua ingenua visione del mondo, perdonato con indulgenza i suoi difetti, non sarei solo. Ma è evidente che chi non sia capace di perdonare se stesso, chi si giudichi sempre spietatamente, non possa essere indulgente, nemmeno verso chi lo ama.
Ho perduto Sylvie. Ho abbandonato la mia vita, l’uomo che ero. Faccio il falegname per chi non ha niente, per chi non può permettersi di comprare un mobile e ne ha bisogno. Cerco di farlo bene, semplice e robusto, a volte persino bello, per il gusto di fare bene il mio lavoro. Lavoro tutto il giorno, perché fa parte dell’ordine che mi sono dato: è un’attività che mi tiene occupato, lontano da un uomo - da un mondo - che non c’è più e nemmeno rimpiango.
Nonno Joseph aveva ragione: Ho imparato a trarre piacere dalle piccole cose.

Di Alfredo Tocchi

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