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Geronimo e la racchia

Era buona e dolce. Cosa puo' esserci di meglio in una donna?

Di Alfredo Tocchi

28 Agosto 2021

Geronimo e la racchia

Monet, la Promenade (Fonte: pinterest)

Da Caldè a Maccagno, lo conoscevano tutti. Lo chiamavano Geronimo per via dei capelli lunghi, lisci e neri. Lui era entrato nella parte: quando giocava a tennis, portava un nastro in testa, come quelli degli indiani. Suo padre, e prima ancora suo nonno, erano i proprietari del negozio di ottica davanti al caffè Clerici, a Luino. Abitavano a Curiglia, un paesino abbarbicato al fianco della montagna: poche case di pietra, muri a secco e vecchi avvisi del podestà, oggi come allora. Fin dal primo anno di scuola, Geronimo scendeva tutte le mattine a Luino e rientrava a casa la sera, sulla Land Rover del padre. Una mezz’ora buona di strada. Il pomeriggio lo passava in negozio, a giocare nel retro. Poi, quando andò alle medie, i genitori lo convinsero a fare sport, per non vederlo annoiato a ciondolare in giro: tennis, judo e barca a vela. Il suo vecchio 4.70 è ancora all’AVAV (nota, Associazione Velica Alto Verbano), ora lo usa suo figlio Piero.

Alto, bello, benestante, con quei capelli sulle spalle non passava inosservato. Fin da ragazzino fece sognare più di una coetanea. Lui pensava soprattutto allo sport e, dai sedici anni, alla caccia al cinghiale. La Val Dumentina è invasa dai cinghiali. Geronimo imparò presto a sparare, su e giù per i boschi vicino a casa, inseparabile dal suo cane Apache, un bracco di Weimar - grigio ferro, naturalmente.

Dopo il liceo a Luino, il padre volle che andasse a Milano all’università. Geronimo ci andò più che altro per noia, perché Luino gli andava stretta. Finse di studiare per un anno, poi trovò il coraggio di affrontare suo padre e dirgli che forse sarebbe stato meglio smettere. In quell’anno, da Milano tornò un paio di volte con ragazze bionde. Inutile dire che questo provocò pettegolezzi, pianti e invidie. Nessuno si stupì di vederlo in centro con ragazze un po’ troppo belle e vistose per Luino. Geronimo era nel suo periodo migliore: sapeva di piacere.

Poi, una sera d’autunno, mentre inseguiva un cinghiale vicino a Poppino, perse l’equilibrio mentre sparava. Al posto di ucciderlo, ferì l’animale, che caricò Apache squarciandogli il ventre con le zanne. Disperato, con il grosso cane in braccio, corse alla casa più vicina per chiamare il veterinario. Era una casa modesta, proprio sulla strada. Gli aprì una ragazza alta e secca, con due occhi scuri e capelli crespi tenuti indietro da un cerchietto. La guardò e le chiese se poteva telefonare. Non poteva entrare con Apache in braccio, perdeva troppo sangue, così lo adagiò sulla soglia. Il cane provò a rialzarsi: non voleva restare senza il suo padrone, ma la ragazza fu rapida: senza timore né disgusto, l’abbracciò e lo tenne fermo, carezzandolo tra le orecchie. Lui telefonò, diede l’indirizzo al veterinario – che sarebbe arrivato, ma non prima di mezz’ora - e tornò fuori. Così, col sole già da un pezzo dietro la montagna, restò con Apache fino al crepuscolo, senza parlare. Faceva freddo, l’umidità penetrava nelle ossa, ma la ragazza non li lasciò. Finalmente i fari dell’auto del veterinario li illuminarono e Apache, ormai stremato, emise un guaito disperato. La ragazza gli carezzò il collo e senza volerlo sfiorò la mano di lui. Fu un istante: Geronimo la fissò negli occhi e pensò: “Non è bella, ma è una persona buona.”

No, non era bella. Era una montanara scialba e modesta, come la sua casa. Alta e secca. Non si poteva dire che fosse brutta: era racchia, che è qualcosa di diverso: nessuna femminilità, una giovane donna rustica come il suo paese, del tutto diversa dalle bionde tinte milanesi. Si lasciarono con una stretta di mano, senza nemmeno presentarsi. Lei in realtà lo conosceva di vista, da molti anni lo vedeva passare sulle Land Rover del padre.

Apache guarì. Ci volle molto tempo, ma prima di Natale era di nuovo ben saldo sulle zampe. Così, proprio la vigilia, Geronimo decise di portarlo a fare una passeggiata. Faceva freddo e dal cielo bianco iniziava a scendere un leggero nevischio. Apache era felice di essere di nuovo a spasso col suo padrone e gli camminava davanti, sulla strada in discesa verso Poppino. Arrivarono alla casa poco dopo le due del pomeriggio. Lei li vide dalla finestra della cucina e fu felice. Felice per Apache, naturalmente, ma soprattutto per lui. Uscì e andò a salutarli prima che suonassero. Si rividero così, la vigilia di Natale e non si lasciarono più. Nessuno, vedendoli anno dopo anno sposati e felici, capiva perché lui, Geronimo, avesse sposato una racchia. Lui sapeva che non era bella; con l’età era diventata ancora più racchia. Ma non diede mai a nessuno la soddisfazione di un commento su sua moglie. E soltanto al figlio Piero, molti anni dopo, rivelò il suo segreto: “L’ho sposata perché ho capito che era buona. Ed è rimasta sempre dolce e buona come il giorno che l’ho conosciuta. Cosa può esserci di meglio in una donna?”.

Di Alfredo Tocchi

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