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"La libertà al singolare esiste solo nelle libertà al plurale"
Benedetto Croce

Nina

Con 'Nina' continua la collaborazione di Alfredo Tocchi con il nostro giornale. I racconti brevi dello scrittore milanese verranno ospitati, con cadenza indicativamente settimanale, fino al termine dell'estate

Di Alfredo Tocchi

13 Agosto 2021

nuvole

Arrivò una sera di novembre, forse il 17.

Parcheggiò la sua Cadillac proprio lì, prese il suo cappello da cowboy (ma non se lo mise in testa) ed entrò, andando dritto verso il bancone. Parlava francese, ma con un forte accento canadese. Domandò dove si trovasse una via, si fece dare le indicazioni da Jean e uscì, salutando con un sorriso e un gesto della mano.

Nessuno sapeva chi fosse, ci sembrò semplicemente un turista smarrito.

Dopo un paio di giorni, lo incontrai sulla spiaggia.

Faceva freddo e lui passeggiava assorto nei suoi pensieri, con un giaccone di montone e il suo cappello in testa. La Cadillac era parcheggiata sul molo. Notai che era targata Ontario.

Poi, per una settimana, non lo rividi - pioveva quasi sempre, del resto - finché una sera, verso le otto, entrò e domandò un tavolo. Jean gli indicò il tavolo in fondo alla sala, quello là e lui andò a sedersi, dopo essersi tolto la giacca di montone. Sotto indossava soltanto una camicia rossa, ne sono sicurissima. E un paio di jeans, naturalmente, non l'avevo mai visto con altri pantaloni.

Andai a porgergli il menu e lui lo prese, fissandomi negli occhi, senza dire nulla ma facendo un cenno di ringraziamento con il capo. Appena lo chiuse, presi l'ordinazione: daube e una bottiglia di beaujolais nouveau.

Quando lo servii, per la seconda volta mi fissò negli occhi, ma questa volta mi ringraziò. Era alto poco più di un metro e ottanta, sui cinquant'anni avrei giurato, e aveva gli occhi azzurri. Ma quello che notai furono le mani: era la prima volta che avevo occasione di osservarle: dita affusolate e unghie lunghe e curatissime e un anello d'argento all'anulare della mano destra. Pensai che non potesse essere un uomo che lavora con le mani, né un professionista, del resto, con quel cappello da cowboy e quell'aria da vagabondo.

Lo osservai mentre mangiava, lentamente, educatamente, sorseggiando appena il beaujolais nouveau. Il ristorante era quasi vuoto, c'erano soltanto altre quattro persone.

Radio nostalgie trasmetteva vecchie canzoni francesi e la serata non sarebbe potuta essere più autunnale. Intendiamoci, io amo l'autunno, il paese deserto, la spiaggia coperta di alghe, le burrasche nella notte, la pioggia che bagna le vetrate... Però quella sera oltre a tutto questo c'era come una malinconia delle cose, una malia che permeava tutti noi e che ci faceva sentire un po' più soli, se intendete cosa voglio dire.

Lui non mangiava a testa bassa, al contrario, osservava tutti noi, altri clienti inclusi, con un'aria serafica, come chi sia arrivato in un luogo nuovo dopo un lungo viaggio e, stanco ma curioso, voglia immergersi nella nuova atmosfera.

Poi, quando alla radio venne trasmessa Helpless, il suo viso s'illuminò di uno strano sorriso, bello e triste al tempo stesso. Già da un po' lo stavo fissando. Lui, sempre sorridendo, si voltò verso di me. Fu un istante interminabile, fu come se mettesse a fuoco, a poco a poco, senza fretta. Non abbassai lo sguardo e lui continuò a sorridermi, senza staccare gli occhi dai miei e vi giuro, ve lo giuro, che di colpo vidi distintamente le sue lacrime: rideva e piangeva, fissandomi... E io gli sorrisi a mia volta e intuii, anzi capii, che tutto ciò che volevo era abbracciarlo, accarezzargli la testa e sussurrargli parole d'amore.

Quando, andandosene via, passò davanti alla vetrina con la sua Cadillac, mi morsi le labbra per il rimorso di non avergli rivolto la parola.

Le storie d'amore, a volte, sono una questione di fortuna. Per qualche giorno, non lo vidi più. Poi, un lunedì mattina, lo incontrai a Villefranche. Mi venne incontro e mi porse la mano. Portava i soliti vestiti, ai piedi un paio di stivali. Mi domandò se abitassi a Villefranche e gli risposi di no, che ero lì perché ero stata a trovare mio figlio.

"Ah, è sposata, dunque.”

"No, sono semplicemente una madre.”

"Anch’io sono un padre, tre volte", rise.

"E come si chiama suo figlio?”

"Ferdinand.”

Annuì, ma non disse nulla. Avrei voluto domandargli dove fosse sua moglie, cosa ci facesse in inverno sulla Costa Azzurra, ma lui fu più rapido e mi sussurrò:

"Ha tempo di fare una passeggiata?”

Annuii e, senza dire una parola, camminammo verso il porto vecchio. Poi iniziò a piovere e ci riparammo in uno dei vecchi magazzini e lui mi ci condusse posando una mano sul mio braccio: il nostro primo contatto. Vedete, io non sono più una ragazzina. Ormai ho passato i quaranta da un pezzo. Non sono neppure una santerellina. Quell'uomo aveva qualcosa di magnetico, intuivo che con lui... beh con lui sarebbe stato magnifico. Così mi sono attaccata al suo braccio, mi sono lasciata condurre all'interno e lì, senza neppure avergli detto il mio nome — o conoscere il suo - l'ho baciato.

Sì, inutile mentire, l'ho proprio baciato io. Lui si è come irrigidito, sembrava quasi sorpreso, poi ha preso a stringermi, accarezzarmi, baciarmi con una tale foga che per poco non ci siamo spinti più in fondo e ci siamo presi lì, appena al riparo dalla strada. Passata la follia di quell'istante, mi ha detto dolcemente:

"Non so neppure il tuo nome.”

E così ci siamo presentati. "Neil", mi ha detto soltanto, senza cognome e io gli ho risposto: "Nina.” Quando l'acquazzone si è ridotto a una triste, pigra pioggerella, siamo saliti al parcheggio e mi ha riaccompagnato al ristorante: ero arrivata con l'autobus. L'avevo baciato, ma giuro che non avevo idea di chi fosse. Del resto, era invecchiato rispetto ai suoi poster che si vendono qui in Francia. Mentre aprivo la portiera, mi domandò:

"A che ora finisce questa sera?”

"Alle undici, se non ci sono tiratardi.”

"Posso passare a prenderla?”

"Sì.” Lo dissi senza esitazione. Era stata una richiesta straordinariamente gentile, aveva persino continuato a darmi del lei! Non posso negare che una donna della mia età e condizione che accetti un invito sa cosa l'aspetti. Così, dopo il turno di mezzogiorno, mi feci una doccia, mi depilai e indossai la mia biancheria migliore. Abito in un vecchio bilocale nella parte vecchia del paese, sotto la ferrovia. Misi anche un po' in ordine, nel caso in cui fosse voluto venire da me. Alle undici meno un quarto vidi passare la Cadillac. Si fermò proprio alla fermata dell'autobus, spense i fari e restò ad aspettarmi. Quando finalmente l'ultima coppia di clienti lasciò il locale, uscii più in fretta possibile, per evitare che Jean mi vedesse salire in macchina. Lui mi fissò, non disse una parola, poi partì verso Montecarlo.

"Dove andiamo?”

"A casa mia, ti dispiace?”

"No.” Lo dissi senza falsi pudori. Lo ripeto, per me era soltanto un turista vestito in maniera stravagante. Mi piaceva per come si era comportato, per l'uomo che era. Perché non lo nego, era proprio un bell'uomo. No, più che bello, figo. Perfettamente a suo agio con i suoi stivali e il suo cappello. Sfido chiunque ad andare in giro così senza rendersi ridicolo.

Soltanto venti minuti più tardi, quando apri la porta del più incredibile appartamento che io abbia mai visitato e vidi sul tavolo la sua fotografia a un concerto a Toronto, beh, lì capii che era proprio lui, Neil Young. Scoppiai a ridere, mi coprii il viso con le mani... Lui le prese, mi baciò e mi sussurrò:

"Il passato non esiste, Nina. Non pensiamo ad altro che a noi.”

Ci siamo amati, quella notte. No, non intendo che abbiamo fatto l'amore. Ci siamo amati davvero, come se il passato davvero non esistesse, come se l'unico significato della vita fosse starsene lì, uno tra le braccia dell'altra, a darci e ricevere piacere.

Poi, la mattina, ci siamo seduti sulla terrazza (tutti gli appartamenti del Roccabella hanno una terrazza affacciata sul mare) con due accappatoi bianchi e abbiamo bevuto un caffè, che ha fatto lui, mangiando pane e marmellata.

È stato così bello, naturale. Gli ho dato tutto, proprio tutto ciò che potevo e lui è stato dolcissimo e forte, un amante magnifico. Non sapevo se desiderasse chiacchierare, così siamo rimasti in silenzio, sorridendo per sciocchezze come un dito sporco di marmellata, un seno che spunta dall'accappatoio.

Non pensate male, ho avuto molti uomini ma a mio modo sono una donna seria: non mi concedo al primo venuto. Eppure, di lui ho avuto fiducia, e per una volta sono stata ripagata.

Dopo quella prima volta, è venuto a prendermi al ristorante tutte le sere. Qualche volta, mi portava subito da lui. Un paio di volte siamo andati a passeggiare a Montecarlo, alle giostre di Natale, fino alla Rascasse o allo Yacht club. Mano nella mano, a volte sotto lo stesso ombrello.

Una notte, dopo l'amore, ho trovato il coraggio di parlargli:

"Sono soltanto una cameriera, perché hai scelto me?”

Ero triste, naturalmente, perché capivo che tutto sarebbe finito. Lui sarebbe ripartito e io sarei tornata alla mia solita routine. L'amore, quando si sa che è a termine, raggela il cuore. Lui ha preso la mia mano, l'ha baciata, poi ha sussurrato:

"Sei una donna stupenda. Vorrei non essere Neil Young.”

Noi seguiamo le loro vite, sappiamo tutto dalle riviste, li immaginiamo diversi, distanti, felici... Invece in lui c'era una serenità velata come da una malinconia, una nostalgia di qualcosa — o forse di qualcuno — che non gli consentiva mai di essere del tutto allegro.

Soltanto una volta è successo un miracolo. No, non pensate che io esageri. Mi vedete, sono soltanto una cameriera di un ristorante per famiglie, in un luogo di vacanza. Mia madre era una cameriera come me, di Belfast, così io sono cresciuta parlando inglese e non ho mai fatto fatica a trovare un lavoro, qui in Costa Azzurra. Lui era (è) una celebrità mondiale, un uomo che tutti conoscono eppure nessuno riconosceva, tanto era fuori posto, straniero qui in mezzo a noi.

Bene, un mercoledì, il mio giorno di riposo, volle andare a Mougins a vedere il presepe. Camminammo tra i vicoli per un po': era una magnifica giornata di dicembre, come a volte capita qui da noi. Lui era radioso. Gli piaceva ogni sasso, ogni albero, il panorama. Mi pregò di sedermi su un muretto e di aspettarlo per qualche minuto. Tornò con una chitarra. La teneva sempre nel baule, io neppure lo sapevo. Camminammo fino alla fine del paese e ci sedemmo sulla panchina davanti al monumento ai caduti della grande guerra (o forse delle guerre mondiali, non ricordo). Tolse la chitarra dal fodero, con sulle labbra il sorriso di una Gioconda fatta uomo. Già ero commossa. E lui, sempre sorridendo, iniziò a suonare Birds. L'ho già detto, sono cresciuta parlando inglese. Quando, con la sua voce inimitabile, cantò: "When you see me fly away without you... It's over, it's over", sono scoppiata a piangere e - lo giuro - erano le prime e uniche lacrime di gioia, o forse d'amore, della mia vita.

Noi pensiamo tante cose, che il dolore e la gioia non siano universali, che quelli che noi vediamo sui giornali — o alla televisione — siano davvero diversi. Beh, forse lo sono, ma non davanti all'amore.

Sì, ho fatto l'amore con Neil Young. Senza scambiarci altro che gesti d'amore. Quasi senza parlare. Ed è stata la cosa più bella della mia vita. Sapevo che doveva finire ma ero rassegnata: mi godevo ogni istante e sono grata al Signore di ogni istante. Poi, poco prima di Natale, mi ha detto:

"Nina sto per partire.”

Gli ho risposto soltanto: "Quando?”

"Dopodomani.”

Ho abbassato la testa, lui me l'ha sollevata, mi ha fissato negli occhi e per la seconda volta, ve lo giuro, ho visto le sue lacrime, tanto da vicino che l'ho stretto forte e siamo rimasto così, abbracciati, sul suo divano. Poi, mi sono staccata da lui. Ho trovato il coraggio di dirglielo:

"Non diciamoci nulla. lascia soltanto che ti dica che è stato magnifico.”

"Anche per me.”

Il giorno della partenza, il primo dell'inverno, volle che lo accompagnassi all'aeroporto. All'ultimo istante, prima di essere riconosciuto dalla ragazza del check-in che gli chiedeva il passaporto, si voltò e mi porse un astuccio. Dentro c'era questo anello. Poi, mi baciò per l'ultima volta, si voltò verso la ragazza, che lo fissava con aria estasiata e non vedeva l'ora di raccontare a tutti chi fosse quell'uomo alto con in testa un cappello da cowboy. Non ci siamo più sentiti. La vita è andata avanti per entrambi come sempre. Leggo volentieri gli articoli su di lui, qualche volta ascolto le sue canzoni e non mi sembra vero, mi sembra di avere sognato. Poi, guardo l'anello e mi dico: "È tutto vero, ho amato Neil Young.”

E da allora, il primo giorno dell'inverno, mi sento sola.

E da allora, a Mougins non sono più voluta tornare.

Di Alfredo Tocchi

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