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"La libertà al singolare esiste solo nelle libertà al plurale"
Benedetto Croce

Una seconda chance

Con 'Una seconda chance' continua la collaborazione di Alfredo Tocchi con il nostro giornale. I racconti brevi dello scrittore milanese verranno ospitati, con cadenza indicativamente settimanale, fino al termine dell'estate

Di Alfredo Tocchi

31 Luglio 2021

Una seconda chance

Fonte: Pixabay

La Medusa non ci ha impietriti. Non ci siamo lasciati impietrire dalla lenta nevicata dei giorni (Primo Levi).

Ogni volta che scendo a passeggiare in Khreschatyk Street, provo la stessa sensazione: sono vecchio.

Le ragazze hanno le gambe lunghe e magre e le scarpe col tacco. Le fisso negli occhi verdi o azzurri, non abbassano lo sguardo. A volte sorrido, raramente faccio un complimento. Ne sono felici, sono fiere della loro gioventù, seduttrici nate.

Eppure la loro bellezza è sfolgorante e breve, come le estati qui a Kiev. Vogliono godersela, in fondo sono nate dopo l’indipendenza, sono cresciute nel più sfrenato materialismo, dove i più forti hanno tutto e i deboli niente.

Andando verso Piazza Maidan, ci sono tre chioschi di gelati. Tra un chiosco e l’altro, la notte i barboni dormono accanto ai loro fagotti. Ora è sera, una babushka vende frutti di bosco dentro bicchieri di plastica. Le lascio pochi Grivnia, mi fa un sorriso sdentato.

Mi sono sentito vecchio fin dalla prima volta, due anni fa. Eppure avevo quarantanove anni, non troppi per corteggiare una ragazza, almeno qui a Kiev. Allora non lo capivo. Mi ripetevo che la mia vita era finita, che non potevo più aspettarmi nulla. Pavel Kisselyov era soltanto il nome di uno dei tanti oligarchi di questo strano paese e io un avvocato di mezz’età.

Paola e Alessandro erano morti da un anno. Io ero vivo, ma morivo lentamente insieme a loro, giorno dopo giorno. Continuavo a lavorare, in uno stato di trance permanente. Cercavo di andare avanti come prima, ma niente era più come prima - e non lo sarebbe mai più stato.

La vita è sempre unica: quella di una farfalla come la nostra. A volte, scorre serena. Più spesso è una lotta. Qualche volta, tutto cambia in un istante. La mia vita era stata sconvolta: in un istante ero rimasto solo. Il come è talmente banale da non meritare commenti: un macchinista ha spinto il treno a 190 km/h in un tratto dove doveva andare a 80. Il perché non lo conosco. Del resto, sono troppo colto per non pensarla come Auguste Comte sull’inutilità di cercare il “perché ultimo.” Per molto tempo sono rimasto solo, chiuso nel dolore. Nessuno ha il monopolio del dolore e basta ascoltare gli altri per comprendere che non c’è vita senza sofferenza. Essere solo a quarantotto anni: tardi per rifarsi una vita, presto per dedicare al ricordo gli anni che mi restavano. Io sono agnostico. Paola e Alessandro credevano in Dio: andavano a Santiago de Compostela in una sera d’estate e sono morti prima di arrivare. A volte mi domando se le vittime siano loro o se invece siamo noi, rimasti a piangerli. Ma non è una domanda a cui possa rispondere, è il mistero della vita. Della vita e della morte, perché non c'è l'una senza l'altra. Mi ripetevo: “Non chiederti perché, se non vuoi impazzire. Non esiste un perché, è stato semplicemente il tuo Destino.”

E cercavo di tirare avanti, come tutti, nonostante tutto.

Poi, una sera di luglio, giunse la telefonata di Kisselyov.

La vita è così: fino all’ultimo respiro tutto può cambiare.

“Avvocato, ho in linea un signore che parla inglese. Non ho capito il cognome.”

“Passamelo, Erika.”

“Good evening, my name is Pavel Kisselyov. I’ve got your number from the Nepali Ambassador in Moscow, Mister Gurung.”

Kiran Gurung era il mio migliore amico. Non lo vedevo da quasi vent’anni. Ascoltai la storia di Kisselyov in piedi, guardando fuori dalla finestra. Mi parlò lentamente, con una voce bassa, profonda. Il suo inglese era perfetto. Mi raccontò di avere un problema in Italia. Il suo avvocato lo stava ricattando. Voleva un avvocato indipendente, onesto e capace. Kiran gli aveva parlato di me, così aveva deciso di chiamarmi. “Could you come to Kiev on Wednesday and stay till Thursday? Don’t worry about the hotel; I have an apartment downtown for my guests, just book the flight.”

Era venerdì. Aprii l’agenda, anche se sapevo che non avrei più avuto udienze fino a settembre. Gli chiesi se ci volesse un visto, rispose di no. Dissi che andava bene.

Mi domandò la mail, per mandarmi il suo indirizzo. Poi ci salutammo.  

“Erika, per favore, vieni un attimo.”

“Arrivo, avvocato.”

“Mercoledì andrò a Kiev a conoscere questo signor Kisselyov. Per favore, occupati tu del contratto di Borghi, io tornerò in studio venerdì mattina.”

“Va bene, avvocato.”

Le passai il fascicolo di Borghi e lei mi sorrise dolcemente, ubbidiente, silenziosa, nonostante ormai fosse avvocato da due anni.

“Lei vada pure avvocato, io resto ancora una mezz’ora. Viene a prendermi mio padre.”

Il padre è un tranviere in pensione. Tutto fiero che la sua unica figlia sia diventata avvocato, come se essere avvocato, in un paese dove gli avvocati sono duecentoventimila, fosse qualcosa che conta.

“Come vuoi. Spegni tu i computer?”

“Sì, certo.”

“Grazie, buon fine settimana.”

“Anche a lei, avvocato.”

Il mio studio era a Milano, in Via Gesù. Ma abitavo sul lago Maggiore, a Portovaltravaglia. Era la casa di campagna del mio bisnonno, importatore in Italia degli orologi Movado. Mi ci ero trasferito dopo la morte di Paola e Alessandro. Avevo venduto il nostro appartamento di Milano, abitarci era troppo triste.

Tutte le sere guidavo verso casa. Quello del venerdì era il viaggio più triste: sapevo che avrei passato il fine settimana buttato sul divano, solo.

La solitudine è un anticipo di vecchiaia. Senza Paola e Alessandro io ero diventato di colpo vecchio. Vivevo per il mio lavoro: sono stato un bravo avvocato e ne sono fiero. Mio padre era un artigiano, e mi ha insegnato l’etica del lavoro. Aveva studiato al Technicum di Le Locle, una delle scuole migliori del mondo – forse la migliore – per diventare orologiaio. Era un uomo gentile, tranquillo, schivo. Sempre elegantissimo: scarpe, abiti e camicie su misura, fatte dai suoi pochi amici, artigiani come lui.

Un sabato pomeriggio, avrò avuto dodici anni, mi portò nel suo laboratorio. Sul banco, pulito, ordinato, un Patek Philippe 1518 smontato.

“Vedi Milo, questo è l’orologio più bello del mondo.”

“Costa molto, papà?”

“Come quattro automobili, più o meno.”

“È molto difficile aggiustarlo?”

“Sì, è composto da più di trecento pezzi, alcuni piccolissimi. Bisogna essere capaci di smontarlo e rimontarlo, senza fare neppure un graffio.”

“Papà, non hai paura di non essere più capace di rimontarlo?”

“No Milo, a Milano sono il più bravo a riparare questi orologi. I collezionisti lo sanno. Per questo me li portano.”

Mi sorrise. Ero orgoglioso di essere suo figlio e lui lo capiva.

“Tanti anni fa - ero poco più che un ragazzino – mio padre mi regalò un libro intitolato Lo Zen e il tiro con l’arco, scritto da un filosofo tedesco dopo un lungo soggiorno in Giappone. Imparai che non è importante colpire il bersaglio, ma colpirlo al termine di un’esecuzione perfetta, dopo un rituale che ci consenta di raggiungere il risultato, dimenticandolo al tempo stesso. Un giorno – forse – capirai cosa voglio dire. Quel rituale, abbinato a una perfetta padronanza della tecnica, fa sì che mentre siamo completamente tesi nello sforzo, pure non proviamo fatica e non sentiamo il peso delle nostre responsabilità. Nell’armonia dell’esecuzione perfetta, non nel colpire il bersaglio sta il segreto della vita.”

Lo fissai annuendo col capo, anche se avrei compreso le sue parole soltanto molti anni più tardi. Lui proseguì: “Vedi Milo, se vuoi essere felice, devi avere il coraggio di fare le cose difficili, dimenticando che sono difficili. Quelle facili sanno farle tutti, non possono darti soddisfazione. Ricordatelo.”

“Sì papà.”

Tornato a casa, corsi in cucina da mamma. “Mamma, cos’è la cosa più difficile da cucinare?”

“Non lo so Milo. Forse i soufflé.”

“Mamma, m’insegni a fare un soufflé?”

Mamma insegnava al liceo, filosofia. Amava Voltaire, diceva che era il filosofo più spiritoso, l’unico capace di mettere in ridicolo la bibbia con un geniale paradosso, una battuta. “E ricordati Milo, chi mette in ridicolo la bibbia, ha il coraggio di mettersi contro il mondo.” Ripeteva spesso che capire il mondo non porta alla disperazione, ma all’accettazione di ciò che siamo. Sono morti una dopo l’altro – lei appena dopo di lui - amandosi fino alla fine. In fondo, quella casa un po’ buia di Via San Maurilio a Milano e la nostra vita tranquilla erano illuminate dal loro amore. Senza più amore, senza l’illusione che la vita abbia un altro senso che quello di alimentare se stessa, ci vuole molto coraggio ad andare avanti.

La nostra memoria imprime i ricordi come fotogrammi di una pellicola. Il film completo è la nostra vita, ma nessuno lo vedrà mai, a parte noi. Anche la più semplice delle immagini viene memorizzata da ciascuno di noi in maniera differente. I miei ricordi – senza mia moglie e mio figlio - non interessavano più a nessuno. Questa è la vera solitudine. Dovevo accettare il mio Destino, anche se non ne comprendevo il significato, “il perché ultimo.” In fondo, sono soltanto un uomo, un piccolissimo essere costretto a vivere sopra una palla che gira intorno a un’altra in un ordine – se esiste un ordine – troppo grande perché io ne percepisca il significato, con i miei cinque sensi. Cinque sensi, così pochi da contarli sulle dita di una mano. Niente altro, niente altro per capire ciò che siamo.

Come Wittgenstein, penso che la metafisica sia priva di senso. Come mia madre, penso che la Bibbia sia un libro di favole. Ma non è stata la mancanza di fede a rendermi così cinico. È stata la morte delle persone che amavo.

Lunedì mattina, accesi il computer e comprai il biglietto per Kiev. Poi, cercai su Google Pavel Kisselyov:

Pavel Kisselyov (in russo: Па́вел Киселёв; Kiev, 17 novembre 1966) è un imprenditore e politico ucraino. Nel marzo 2008 viene indicato dalla rivista Forbes tra i duecento uomini più ricchi del pianeta. Pavel Kisselyov è famoso al di fuori dell’Ucraina per essere il presidente e proprietario della Dynamo Kiev. Kisselyov avviò le sue attività imprenditoriali alla fine degli anni ottanta, all'epoca in cui il presidente Gorbachov varò una riforma che consentiva la nascita di piccole imprese private nell’URSS. Dal 1991, anno della dichiarazione di indipendenza dell’Ucraina, si dedicò alla compravendita di immobili e alla costruzione di opere pubbliche, diventando il più importante immobiliarista ucraino. Il gruppo Volya (in russo: ВОЛЯ), comprende diciassette società.

Digitai Pavel Kysseliov su Google immagini: c’erano una decina di fotografie, quasi tutte prese allo stadio, con la sciarpa azzurra e bianca della sua squadra. È un uomo alto e robusto, con i capelli a spazzola e occhi chiarissimi, dal taglio allungato. Ripensai alle sue parole: “Il mio avvocato mi sta ricattando.” Mi domandai chi fosse questo avvocato, sperando proprio di non conoscerlo. Guardai fuori dalla finestra. Era estate, c’era il sole. Digitai Meteo Kiev: previsti trenta gradi di media, sole tutta la prossima settimana. Poi lessi qualche informazione sulla città, per ingannare il tempo. La verità è che non avevo niente da fare, niente. Persino scendere a fare una passeggiata era meglio, in due. A volte, avevo voglia di morire. Poi mi dicevo: “Io non sono uno che scappa. Andrò avanti accettando il mio Destino, cercando di essere felice – nonostante tutto.” Del resto, la vita, per me che sono agnostico, è la nostra dimensione, l’unica occasione. Non esiste una via di fuga, l’unica alternativa è tra accettazione e rifiuto di vivere. No, non ho mai pensato seriamente di suicidarmi. Ci ho riflettuto spesso, soprattutto la notte, quando mi svegliavo da solo nel letto matrimoniale dei miei bisnonni. Era magnifico illudersi che la morte potesse venire a prendermi nel buio, con gli occhi di Paola: “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi…” (Cesare Pavese). Ma la morte è eterna e gli occhi ce li chiude. Così, tra la morte e la vita io ho scelto la vita, e sono andato avanti.

Magari il Destino mi avrebbe concesso ancora un po’ di felicità, una seconda chance.

Il volo per Kiev dura meno di tre ore. L’aeroporto è moderno, la periferia orribile. Quella prima estate faceva caldo. In meno di venti minuti il taxista mi lasciò davanti al portone di un palazzo di quattro piani, in una via stretta in leggera salita. Riconobbi il nome ВОЛЯ sull’elegante targa d’ottone. Un portinaio mi indicò l’ascensore, dicendomi, in inglese, quarto piano. L’ascensore era nuovo, il palazzo, probabilmente costruito alla fine dell’ottocento, completamente ristrutturato. L’ascensore si aprì davanti a una reception. Una ragazza bionda, bellissima, mi salutò con una specie di inchino: “Mr. Sonzini?”

“Yes.”

“Please follow me.”

Camminai nel corridoio dietro di lei. Passammo davanti a cinque o sei stanze dove giovani impiegati lavoravano alle loro scrivanie. L’ultima porta a sinistra era chiusa. La ragazza bussò e aprì, senza attendere una risposta, e si fece da parte, facendomi cenno di entrare. Kisselyov si alzò in piedi, restando dietro la sua scrivania, e mi porse la mano. Due grandi finestre alla sua sinistra si affacciano su un giardino che non avevo notato scendendo dal taxi. Notai che era alto, ma la vera sorpresa fu lo sguardo: ha occhi verdissimi, da gatto e fissa le persone con una straordinaria intensità. Era molto elegante, abito gessato fumo di Londra, camicia azzurra col collo all’inglese, probabilmente di Turnbull & Asser, mocassini neri. 

Ci sedemmo e, lentamente, iniziò a raccontarmi la sua storia.

Un anno e mezzo prima, a una festa a Montecarlo, aveva conosciuto l’Avvocato Cesare Carpi. Mi domandò se io lo conoscessi e risposi di no, mai sentito nominare. Mi spiegò che era un avvocato romano, specializzato nella compravendita di immobili, soprattutto alberghi. Alla festa, Carpi gli aveva chiesto un appuntamento, per proporgli un investimento a Milano e lui aveva accettato volentieri d’incontrarlo, perché Milano è una delle sue città preferite, viene spesso al Four Seasons per fare shopping in Via Montenapoleone. Gli dissi che il mio studio era proprio lì di fronte. Mi rispose sorridendo: “Lo so.” Fece una pausa e aggiunse, indicandomi con la mano, che gli uomini italiani sono i più eleganti del mondo. L’investimento consisteva nell’acquisto di una società immobiliare, proprietaria di uno stabile vicino a Piazza del Duomo e di un’area edificabile lì accanto, in pieno centro. Il prezzo richiesto, ventidue milioni di Euro, era quello di mercato ma Carpi aveva contatti in Comune che avrebbero consentito di recuperare il sottotetto dell’immobile e di avere un aumento della cubatura, con un immediato incremento di valore di almeno tre milioni di Euro. Aveva richiesto a Kisselyov un incarico scritto, in inglese, dove aveva quantificato l’importo dei suoi compensi, 60.000 Euro di anticipo – comunque dovuti - e 600.000 Euro a conclusione dell’operazione, a titolo di success fee. 

Kisselyov aveva studiato la documentazione e, dopo un nuovo incontro a Milano, una visita dell’immobile e una due diligence sulla società immobiliare fatta da una nota società di revisione, aveva concluso l’operazione.

“Vede, per me era un piccolo investimento. Non è stata la prospettiva di guadagno che mi ha fatto decidere - anche perché il margine non era così interessante - ma la voglia di avere una scusa per venire a Milano, ogni tanto.”

“La capisco, i soldi non sono tutto, nella vita.”

Mi osservò attentamente e annuì, come soddisfatto del mio commento.

Su richiesta di Carpi e nonostante si trattasse di un success fee, la parcella – 660.000 Euro - era stata pagata insieme al prezzo della società. Dopo una settimana, Carpi gli aveva telefonato domandandogli un nuovo appuntamento, per discutere i dettagli della prosecuzione del suo lavoro. Aveva chiesto un nuovo incarico scritto – in italiano perché rilasciato dalla società immobiliare italiana, “necessario per mostrare alle autorità competenti che sono il vostro mandatario”, questa volta senza indicare l’importo dei suoi compensi, ma garantendo che sarebbero stati “pochi spiccioli”, perché lui conosceva il responsabile del Settore Edilizia Privata del Comune di Milano e gli sarebbe bastato presentare un progetto firmato da un uomo di sua fiducia per ottenere sia il recupero del sottotetto che l’aumento della cubatura. Da quel momento erano iniziate le richieste di soldi. Per due volte Kisselyov aveva versato 50.000 Euro in nero a Montecarlo, per “gli amici in Comune.” Poi Carpi aveva chiesto altri 100.000 Euro e Kisselyov si era infuriato. Così Carpi – nella stanza del Four Seasons - lo aveva ricattato: “O mi dai altri 300.000 Euro, o io ti metto contro il Comune di Milano.” Kisselyov lo aveva messo alla porta: in fondo, poteva permettersi di dimenticare l’investimento.

Due mesi e due lettere di diffida più tardi, Carpi aveva inviato una nota pro forma per l’importo di 323.000 Euro alla società italiana, sostenendo di avere “svolto una complessa attività professionale finalizzata al perfezionamento di un’importante operazione immobiliare nel centro di Milano.”

Kisselyov non voleva pagare. “Per me è una questione di principio. Non è certo per l’importo, peanuts, ma per non darla vinta a quel prepotente di Carpi.”

Avrei dovuto bloccare la richiesta. Cercai di non darlo a intendere, ma ero deluso. Mi aspettavo che si trattasse di qualcosa di importante e invece sembrava essere una sciocchezza. Una causa del valore di 323.000 Euro… Abbassai lo sguardo e Kisselyov, come se mi leggesse nel pensiero, aggiunse: “Carpi mi ha già rubato 100.000 Euro. Mi ha minacciato e ricattato. Per me è una cosa importante.” Mi fissò serissimo, si alzò e mi invitò a seguirlo: “Ora andiamo a mangiare.”  

Chiamò la segretaria, le disse qualcosa e uscimmo dall’ufficio.

In strada, proprio davanti al portone era parcheggiata una Ferrari 612 Scaglietti col motore acceso. Un ragazzo tarchiato – di certo una guardia del corpo – gli aprì la portiera. Salii anch’io e Kisselyov – indossato un paio di occhiali da sole Persol PO 714 – partì accelerando nella via in salita.

“So cosa sta pensando, che una Ferrari dovrebbe essere rossa.”

“No, la sua è magnifica.”

“Vede, sono il presidente della Dynamo Kiev. L’ho voluta dei colori della mia squadra.”

“Azzurro interni sabbia, davvero bella.”

“Le piace il calcio?”

“Sì, ma non sono un tifoso. Sono anni che non vado allo stadio.”

“Milan o Inter?”

“Milan.”

“Allora abbiamo qualcosa in comune: Andriy Shevchenko.”

Sorrisi: “Sì, indimenticabile.”

“Se le fa piacere, questa sera può venire con me allo stadio. C’è una partita importante, almeno per me, giochiamo contro lo Shaktar Donetsk.”

“Volentieri.”

“È mai stato a Kiev?”

“No, è la prima volta.”

“Posso permettermi di organizzarle un piccolo tour della mia città?”

“Volentieri, Lei è molto gentile.”

Telefonò a qualcuno, sentii che discuteva. “Tutto organizzato. Dopo pranzo la accompagnerò nel suo appartamento. Alle quattro verrà a prenderla una signora che le farà vedere la città e poi la porterà direttamente allo stadio.”

Il centro della città è molto bello. Giunti a una grande piazza davanti a una basilica ortodossa, Kisselyov mi mostrò una fila di palazzi gialli con stucchi bianchi e mi disse: “Il mio primo investimento, appena prima dell’indipendenza, quando ero soltanto un ragazzo che sognava l’Italia. Vede, l’America era il nostro nemico – mio padre era un ufficiale dell’Armata Rossa, morto da eroe in Afghanistan.”

“Mi dispiace.”

“Sono rimasto orfano a quattordici anni, mi ha cresciuto mia madre. Lei ha ancora i genitori?”

“No, sono morti da molti anni ormai.”

“Triste. Avere una famiglia è importante. Ha figli?”

Abbassai gli occhi: “Avevo un figlio, ma è morto insieme a mia moglie l’anno scorso, in un incidente.”

“Terribile. Perdoni la mia curiosità.”

“Non si preoccupi.”

Dopo un attimo d’imbarazzo, come per riallacciare il discorso, mi domandò: “Ha un bellissimo orologio, di che marca è?”

Sorrisi, per fargli capire che l’imbarazzo era passato: “È un Claude Meylan una piccolissima manifattura artigianale. È l’orologio più simile a un Patek Philippe 1518 che io potessi permettermi. Il meccanismo di base – ébauche – è lo stesso, anche se questo è un calendario semplice, non perpetuo. Mio padre era un orologiaio e io sono diventato molto competente, un po’ per farlo felice, un po’ per passione.”

Mi osservò stupito: “Si vede che era un bravo ragazzo. Mi piacciono gli orologi, ma non ho nessuna competenza. Magari un giorno m’insegnerà qualcosa.”

“Volentieri, se le fa piacere.”

Arrivati davanti a un ristorante con una terrazza all’aperto, Kisselyov lasciò la Ferrari con le chiavi nel cruscotto e scendemmo. In un attimo, da un’automobile che evidentemente ci seguiva senza che me ne accorgessi, scese lo stesso ragazzo tarchiato di prima, salì in macchina e la portò via. Una signora venne ad accogliere Kisselyov all’ingresso e gli fece strada verso un tavolo d’angolo.

“La nostra cucina è molto semplice, zuppe – come il borsc, ravioli - che qui chiamiamo varenyky, carni arrosto.”

“Non si preoccupi, mangio di tutto.”

“Allora le farei assaggiare dei varenyky di patate e un arrosto ussaro.”

“Perfetto, grazie.”

“Scelga lei il vino e mi raccomando, non si preoccupi del prezzo, il ristorante è mio.”

Sorrisi per l’ennesima volta e risposi: “Io bevo pochissimo, se per lei va bene, preferirei una birra.”

“Buona idea, le farò compagnia. Qui a Kiev abbiamo un’ottima Weiss.”

Chiamò un cameriere e ordinò, cortese ma deciso. In un attimo avevamo davanti due grandi boccali di Weissbier.

Lo osservai mentre beveva il primo sorso: era un uomo di poco più di quarant’anni, bello e ricchissimo. Di nuovo, mi domandai se fosse felice. Mi raccontò del suo primo viaggio a Milano, di come sua madre, che ora abitava in una villa sul Mar Nero, fosse emozionata all’idea che suo figlio sarebbe stato all’Ovest, nella città di Celentano. Mi confessò sottovoce, quasi fosse un gran segreto, di essere stato molto aiutato da amici di suo padre, che gli fecero avere i primi finanziamenti per i suoi investimenti. “Vede, l’Ucraina non è un paese come gli altri. Siamo nel mezzo, tra la Russia e l’Unione Europea. Dipendenti da Mosca per l’energia, ma rivolti a Ovest nella speranza di entrare a far parte a pieno titolo del mondo occidentale. Prima o poi dovremo decidere da che parte stare, e non sarà una scelta facile. Il paese potrebbe spaccarsi in due, l’Est è russofono. Per L’Europa siamo l’ennesimo paese povero che bussa alla porta, per la Russia poco più di un’ex colonia.”

“Lei da quale parte vorrebbe stare?”

“Io vorrei che l’occidente allargasse i suoi confini fino alla Russia, ma so che non è possibile, non ora. Vede, il nostro è il secolo dell’Asia. L’Europa è ancora un modello per il benessere diffuso, la tutela dei diritti, il welfare state e molte altre cose, come il buon gusto di voi italiani, ma io sono un imprenditore. Vivo nel mio tempo e approfitto delle opportunità che le generazioni di mio padre e dei miei nonni non hanno avuto: compro i miei abiti a Londra o a Milano, faccio affari con tutti ma, onestamente, se devo scegliere scelgo la Russia. Un’Europa in crisi non può aiutare il mio paese, i problemi sono troppo grandi. Poi, in fondo, sono quello che voi chiamate un oligarca. Capisco perfettamente che non sia giusto vivere in un paese col quaranta per cento di disoccupazione e un reddito pro capite pari a poco più di un quinto di quello italiano, ma io non posso farci nulla.”

Avrei avuto voglia di fargli qualche domanda sulla tassazione. Ma non volevo sembrare scortese, sorseggiai la mia birra e annuii.

“So di essere stato molto fortunato, ma non deve pensare che sia stato facile. Ho colto tutte le occasioni, rischiando ogni volta. Ma soprattutto vivo la mia vita come se da un momento all’altro tutto potesse cambiare: un cambio di governo, una nuova rivoluzione, qualcosa di straordinario che mi porti via quello che ho accumulato. Per questo, come tutti i ricchi prudenti, investo una parte del mio patrimonio in paesi economicamente e politicamente stabili. Se non potrò restare a Kiev, verrò a Milano, Londra o Montecarlo, come tanti miei amici hanno già fatto. Ma io amo Kiev, mi piace la mia gente. Poi, tutti mi conoscono, perché sono il presidente della Dynamo Kiev. La fama è qualcosa a cui credo che sia difficilissimo rinunciare.”

“In un attimo, tutto può cambiare signor Kisselyov, è così. Ma questa consapevolezza non deve impedirci di cercare di essere felici.”

Mi fissò negli occhi, aveva capito perfettamente che alludevo alla mia vita: “La felicità a volte ci è data e a volte ci è tolta. La vita è una ricerca di equilibrio nel continuo movimento.”

“È così, perpetuum mobile.”

“La ricchezza, naturalmente, mi dà molte possibilità. Sono padrone della mia vita in un paese dove la maggior parte delle persone inizia soltanto adesso a viaggiare. Posso permettermi qualche svago e qualche giocattolo molto costoso. Ma se sono felice – a modo mio, naturalmente - è perché sono orgoglioso di essere Pavel Kisselyov.”

Abbassai gli occhi, mi sembrava di risentire mio padre: “Mio padre era soltanto un artigiano, ma era orgoglioso di essere un bravo orologiaio.”

“Anche il mio era fiero di essere un ufficiale. Brindiamo ai nostri padri.”

Dopo pranzo, Kisselyov mi accompagnò, per la prima volta, all’appartamento in Khreschatyk Street. “Spero che si trovi bene. Ha un’ora per riposarsi, poi verrà la sua guida. E, se lei accetta l’incarico, le farò portare tutta la documentazione.”

Gli strinsi la mano dicendogli senza esitazioni: “Accetto con piacere e la ringrazio.”

Ho accettato quell’incarico, apparentemente così semplice, andando incontro al mio Destino. Ho lavorato per mesi. Prima ho fatto un’azione in prevenzione avanti al Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Roma, poi una causa di opposizione a decreto ingiuntivo. Ho ottenuto una sospensione della provvisoria esecutorietà – un grande risultato. Ho incontrato Carpi a Roma: non ha salutato né me né Antonio Sigillò, il Cassazionista che mi ha accompagnato al Consiglio dell’Ordine. Pacche sulle spalle e strafottenza tra i colleghi romani: una pena all’italiana. Mentre uscivo dall’aula, il più giovane consigliere dell’Ordine mi ha fissò e mi disse: “Non lo conosce il dovere di colleganza? Non si agisce contro i colleghi.” Gli risposi d’impulso – strano non lo faccio mai: “A Roma scambiate colleganza con connivenza, poi vi stupite se al Nord votano Lega.” È una risposta incredibile data da me, che detesto i leghisti e tutta la loro sottocultura paesana fatta di origini celtiche, ampolle di acqua del Po, becero qualunquismo e triti luoghi comuni sull’operosità dei nordisti.

Detesto i leghisti ma amo i luoghi della mia infanzia. Il lago d’autunno. Il giardino in ombra. I funghi nei prati. Le bacche rosse sulla siepe. L’umidità che attraversa i vestiti e ti gela le ossa. Il telone verde sulla piscina. Il paese tranquillo, senza turisti. I camini accesi. I falò di rami secchi. Le castagne. La polenta. Il vino novello. Gli svassi solitari che s’immergono davanti a casa. Le coppie di cigni. Le famiglie di anatre. La Volvo coperta di foglie. Le luci sull’altra sponda, che si accendono presto. Il silenzio delle notti, rotto soltanto dal passaggio lontano dei treni merci. Le nubi basse quando piove, l’altra sponda che s’intravede appena, sconosciuta, diversa. Non per me, che al lago sono cresciuto e conosco ogni sasso oltre la nebbia.

Ho perso i miei cari, coloro che amavo, molto tempo fa. La mia vita è cambiata per sempre. Eppure, ancora oggi, che sono così lontano, se penso al lago d’autunno, sempre uguale, capisco che la vita va avanti, scorre sempre da un punto all’altro, da A a B. E che, forse, dovremmo lasciarci andare, senza farci domande su ciò che poteva essere. Ma non è stato.

“Non domandare, uomo, non cercare di sapere, ma vivi il tuo giorno (Simeone).”

Arrivò di nuovo l’estate, la mia seconda estate a Kiev. Kisselyov mi aveva chiesto di tornare a Kiev per decidere se fare una proposta transattiva. Decidemmo di non farla, di andare avanti. Ogni volta che scendevo a passeggiare in Khreschatyk Street, provavo la solita sensazione: ero vecchio.

In questo paese di giovani, in queste estati che esplodono brevi e magnifiche, la mia malinconia e i miei cinquant’anni sembravano fuori luogo.

Una sera, comprai un gelato in Piazza Maidan e salii verso il monastero di San Michele.

Molte cose erano successe quell’anno, ma io ero ancora solo. Quando un elefante sta per morire, i compagni di branco gli si stringono intorno e lo sostengono sulle quattro zampe, come se volessero prolungarne la vita. Morto, lo vegliano per ore, tutti insieme. A volte, ricoprono il cadavere con ciò che trovano, come se comprendessero l’oscenità della morte.

Vi sono dolori troppo pesanti per portarli da soli, occorre condividerli. Io non avevo nessuno con cui condividere il mio. Questa è la vera solitudine.

Un piccolo cannone sul marciapiede davanti a un negozio mi distrasse dai miei pensieri. Lessi il nome sull’insegna: Otaman. In vetrina, vestiti tipici dell’impero ottomano, divise militari, scimitarre. È un negozio strano e bellissimo e m’incuriosì. Mangiai in un sol boccone l’ultimo avanzo del cono ed entrai. Strano, come mio padre non amo i negozi, ai commercianti preferisco gli artigiani: sarti, camiciai, calzolai.

Da dietro un manichino, spuntò una ragazza e mi sorrise. La fissai negli occhi verdi dal taglio a mandorla, orientale e per la seconda volta nella mia vita – o forse per la prima, Paola perdonami – fu un coup de foudre.

Il resto è un miracolo. Una stretta di mano: “Milo”, “Tanya”, una breve conversazione, un invito a cena subito accettato, molte serate su Skype e infine un biglietto aereo per Milano, regalo per il suo compleanno.

Un amore improvviso, travolgente.

In autunno, l’udienza decisiva. Ero stanco, nervoso. Carpi arrivò insieme all’Avvocato Crisafulli, un consigliere dell’Ordine degli avvocati di Roma. Porsi la mano a Crisafulli e me la strinse, scuro in volto. La porsi a Carpi e lui sibilò: “Non stringo la mano agli uomini di merda che fanno causa ai colleghi.” Mi guardai intorno, non c’era nessuno, eccetto Crisafulli. “Può ripetere?”

Mi fissò con un sorrisetto di scherno. Non so cosa mi prese, penso che sia stata tutta la tensione accumulata in due anni d’inferno. Posai la cartella e gli sferrai un pugno al volto, rompendogli il naso.

Il resto è una semplice conseguenza di quell’istante di follia. In tre parole, mi radiarono dall’albo: ho fottuto la mia carriera per colpa di un disonesto. No, per colpa mia, ma cosa cambia?

Erika ha vinto la causa, ma io non posso più mettere piede in Tribunale. La mia carriera è finita.   

Poi, una sera, la telefonata di Kisselyov: “Come sta, avvocato?”

“Bene, grazie. Lei?”

“È sempre innamorato della sua Tanya?”

“Certo, più che mai.”

“Sapevo che lei era un romantico, sono felice per lei.”

“Grazie.”

“Bene, si ricorda il palazzo in Piazza Santa Sofia che le ho fatto vedere?”

“Sì, certo.”

“Il negozio Patek Philippe cerca un direttore che parli inglese, francese e tedesco. Russo e Ucraino li parla già la commessa. Posso farla assumere anche subito. È una posizione ben retribuita per gli standard di Kiev e io le lascerei l’appartamento in Khreschatyk Street a un prezzo molto conveniente. In fondo, le devo un favore. Certo, non è come fare l’avvocato a Milano, ma ho capito che lei ha bisogno di lasciare tutto e di ricominciare. Cosa mi dice?”

“Accetto.”

Dicono che il tempo lenisca il dolore. Io so che non è così. Non è stato così per me. Per molto tempo, il dolore è stato sempre lì. A volte come assopito, a volte lancinante. Poi, ho imparato che il dolore può essere sconfitto soltanto dal suo opposto, la gioia.

Era la notte dell’8 dicembre 2013. Nevicava. Dalla finestra del nostro appartamento, guardavo le bandiere sulle barricate in Khreschatyk Street. Il giorno successivo scadeva l’ultimatum, forse ci sarebbe stata la rivoluzione: per la seconda volta il Destino avrebbe potuto sconvolgere la mia vita.

Dalla camera, ho sentito la voce di Tanya: “Milo, vieni a letto, ho freddo. Va tutto bene?”

“Va tutto bene, amore.” Ho pronunziato queste semplici parole e sono scoppiato a piangere: lacrime di gioia. Tanya mi aspettava nel nostro letto, tutto il resto erano dolorosi ricordi, macerie lungo il mio cammino da A a B.

Sì, la felicità ha la durata di un istante che passa e in un altro istante tutto può cambiare. Ma io, mentre ripenso alla mia storia attraversando Piazza Maidan senza barricate in questa sera d’estate, non ho paura del futuro, sono di nuovo, finalmente, felice.

Questa è la mia storia.

Il Destino mi ha concesso una seconda chance.

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