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"La libertà al singolare esiste solo nelle libertà al plurale"
Benedetto Croce

Noi due

Con 'Noi Due' continua la collaborazione di Alfredo Tocchi con il nostro giornale. I racconti brevi dello scrittore milanese verranno ospitati, con cadenza indicativamente settimanale, fino al termine dell'estate

Di Alfredo Tocchi

09 Luglio 2021

Noi due

Nighthawks (I nottambuli) (1942) - Art Institute of Chicago

Ti ho visto la sera che sono arrivato, di fianco allo specchio del bagno. Certo, non sei bello. Non ti preoccupare, la coda ti ricrescerà – privilegio di voi gechi. Sei ancora piccolo, lungo meno di due falangi di un mio dito ed evidentemente ancora inesperto, se hai lasciato che qualcuno ti mozzasse la coda. Sono stato felice di rivederti in camera da letto, dopo avere cenato al ristorante. Oriana Fallaci ha scritto che Alekos Panagulis in carcere non aveva altro amico che uno scarafaggio – e tu sei molto più simpatico di uno scarafaggio, naturalmente. “Siamo soli, noi due e ci faremo compagnia”, ho pensato subito e così è stato perché tu mi segui in ogni stanza e ora sei qui sopra la mia testa, mentre scrivo. Dovresti mangiare: ho ucciso un’ape e uno scarafaggio, non so se ti piacciano. Se vuoi andare in giardino, la finestra è sempre aperta: sono un paladino della libertà, un vecchio anarchico fuggiasco che ha lasciato non una ma due mogli. No, non me ne vanto. Ho scritto tante volte che la solitudine è un anticipo di vecchiaia e lo credo davvero. Ora però mi sento vecchio – sono vecchio – e la solitudine mi pesa meno. No, non credere che non mi piacciano le donne. La cameriera l’avrei portata qui e ci saremmo divertiti, ma poi cos’altro avrei potuto offrirle, dopo una mezz’ora di “dolce su e giù”? Io non sono niente, non ho più niente e in questo mio secondo naufragio sono se possibile ancora più povero che nel primo – e sette anni più vecchio.
Noi due staremo bene, in questa casa. E’ grande (l’avevo affittata per mia suocera) e c’è un magnifico giardino. Dalla camera al primo piano si vede il mare ed è molto bello, al mattino guardare l’alba. Tu non lo puoi sapere, tu te ne stai nella camera al piano terra, dove dormo anch’io, perché è più fresca. Lì c’è lo scarafaggio, almeno assaggialo: è un mio regalo. Ti voglio bene, non esagero. Forse, semplicemente, mi manca quel pazzo rompiscatole di Wigo. Tu sei più indipendente, non mi svegli tutte le mattine alle sette per uscire, non mi stai sempre accucciato sui piedi, quando scrivo. Oggi scrivo, lo vedi dall’alto. Vedi, noi uomini siamo strani. Ci poniamo tante domande sul perché siamo vivi, sul senso di tutto questo sia dentro sia intorno a noi. E abbiamo paura della morte – anche tu l’avrai provata, quando qualcuno ti ha mozzato la coda – così cerchiamo di comunicare le nostre sensazioni, di lasciare una traccia del nostro passaggio. Siamo soltanto costruttori di ricordi, hardware che all’improvviso smette di funzionare e finisce in discarica: lo sappiamo bene e l’unica nostra ribellione è trasmettere le nostre memorie ad altro hardware. Tu, piccolo amico, devi soltanto pensare a sopravvivere e a riprodurti. Io mi sono già riprodotto due volte e l’idea di abbandonare una bambina di un anno mi provoca un dolore intollerabile. Bontà o egoismo? Forse è onesto dire entrambe le cose. Certo, se un domani diventassi uno scrittore (sì, perché per un altro dei misteri degli uomini si può diventare scrittori da morti, senza esserlo stati in vita) tutto sarebbe giustificato: “Lasciò la famiglia per ritirarsi in solitudine a scrivere e compose un capolavoro…”.
Verosimilmente tutto questo non accadrà mai e io verrò giudicato per ciò che sono: UNO PSICOPATICO FIGLIO DI PUTTANA.
Ma siamo sinceri: “Chi meglio di uno psicopatico può esserti amico?”
Non ho nessun altro, ovvio che mi affezioni a te.
Così, bevendo una bottiglia di verdicchio, controllo che tu sia sempre lì sopra e… per fortuna ci sei!
Vorrei proteggerti, sfamarti, persino farti divertire, ma ho imparato la lezione di Siddharta: Se anche io accettassi di morire cento volte per te, non riuscirei ad aiutarti a portare il peso del tuo Destino. Sì, con la d maiuscola. E’ una lunga storia, amico mio e neppure tante divertente. Poi, l’ho già raccontata e a nessuno è importato nulla di me, del mio cammino, della mia sofferenza. Sarà così anche per te, non t’illudere. Sì, magari qualcuno si fingerà interessato. Tu diffida, diffida sempre delle persone caritatevoli, prediligi i duri, quelli che soffrono – tutti soffriamo – ma lo fanno in silenzio, con dignità. E c’è una piccola lezione che voglio darti: quando sceglierai una compagna trovane una che – nonostante tutto – possieda il tesoro più bello: la gioia di vivere. La trasmetterà a te e ai tuoi figli e tu – e voi – sarete felici.
Bisogna essere forti per essere felici – nonostante tutta la brutalità della vita, con la piena consapevolezza che la vita non è meravigliosa, eppure ancora capaci di godersi una giornata di sole.
Sei una creatura notturna, magari una giornata di sole non fa per te. Bene, trova ciò che ti rende felice, lotta per ottenerlo. Non ti garantisco di farcela – io non ce l’ho fatta – ma è nella misura dello sforzo che all’ultimo istante giudicherai la tua vita.
La tua vita non vale meno della mia, questo è evidente e non c’è bisogno di scriverlo. La vita è un mistero, per noi due come per tutti. Se c’è davvero un Dio creatore, pensi che ti abbia creato a casaccio? E se non c’è, amico mio, siamo soli al mondo. Sì, amico mio, siamo noi due, in questo piccolo spazio, in questo breve tempo. Per questo non voglio perderti, perché è difficile, senza un amico, accettare la realtà.
Ho amato uomini come Richard Yates, che hanno detto chiaro e tondo che occorre coraggio per vivere pienamente consapevoli e ho persino paura di trasmettere alle mie figlie questa consapevolezza. Anche per questo ho scritto un romanzo sull’illusione, perché illudersi è un aiuto a buon mercato.
Ma Dio che pesantezza! Credi che non sappia ridere, divertirmi? Mi giudichi male. Michael Stipe canta Shiny happy people e io sto sorridendo, non lo vedi.
Voglio raccontarti una cosa magnifica che mi è capitata ieri. Va bene, ho cinquantacinque anni, tanti per un essere umano, un’eternità per un geco. Sinceramente, non sono volati via. Li ho vissuti e questa è proprio una cosa che mi consola che siano trascorsi. Bene, anche alla mia età abbordo le cameriere. Così in spiaggia – la spiaggia più alternativa e disorganizzata, di questo posto di vacanza per famiglie – due giorni fa ho attaccato discorso con Domenica. Bella donna, molto punk: capelli rossi, piercing, tatuaggi colorati. Mi ha raccontato di essersi sposata due volte con lo stesso uomo e di averci fatto due figlie. Ha vent’anni meno di me, ma l’avrei portata volentieri qui a giocare: già mi piaceva. D’accordo, non è una bellezza classica. Però ha un magnifico sorriso storto, da ragazzina povera che non poteva permettersi l’apparecchio. Le ho detto: “Sei come Liz Taylor. Quello per tuo marito deve essere stato un grande amore. E’ bello come Richard Burton?”
“No, e io non ho gli occhi viola”.
Abbiamo riso, poi le ho domandato: “State ancora insieme?”
“No, mi ha lasciata ed è scappato in Tailandia. Non paga neppure gli alimenti, né a quelle grande né a quella piccola: non voleva fare favoritismi”.
L’ho amata: spiritosa nella tragedia! Ti sembrerà poco, ma è un segno di coraggio.
“Devi essere una donna molto passionale, te lo si legge in faccia. E hai un sorriso magnifico”.
E’ diventata timida, mi ha versato un’acqua e menta ed è tornata a servire a tavola.
Ieri sono andato alla spiaggia soltanto verso sera: ho corretto le bozze del mio romanzo tutta la giornata, con te sempre in qualche angolo vicino al soffitto… Ho parcheggiato, aperto la portiera e sono stato investito dalla musica degli Aristogatti. A tutto volume! Domenica ballava con l’altra cameriera, avevano preso due ombrelloni e ballavano, abbracciate agli ombrelloni, ridendo come matte!
Quella donna è un’artista, te lo dico io. Non ha trovato la sua strada, ma guardarla ridere è contagioso. Certo, le signore benpensanti, le borghesucce della spiaggia accanto la reputerebbero soltanto una pazza drogata o una ritardata mentale. Io no, perché loro sono proprio le lettrici di best-seller che mi giudicheranno uno psicopatico figlio di puttana se non venderò un milione di copie. E io so perfettamente di non potere vendere un milione di copie. Il giudizio è puramente economico, come tutti i giudizi di questo mondo contemporaneo. Del resto, del valore di uno scrittore, loro, cosa ne capiscono?
Infatti io non ce l’ho con loro, sono povere deficienti. Ce l’ho con lei, la signora bionda, quella che mi ha stroncato perché “maschilista, volgare e deprimente”.
Linda, si chiama Linda. L’ho incontrata di sfuggita, giusto il tempo di lasciarle il manoscritto (abbiamo un amico comune, altrimenti non mi avrebbe dedicato neppure quei venti secondi).
Poi, giusto per dimostrare al nostro amico che aveva fatto il suo compitino, mi ha inviato – con copia a lui – quella mail ignobile. Io non sono una persona violenta, un maschilista meno che mai. Deprimente lo ammetto, giusto qualche volta. Ma volgare lo divento in rarissime occasioni, quando proprio perdo la pazienza e non ho altre risorse: l’avrei schiaffeggiata, amico mio. E sarei stato felice, appagato di avere compiuto un atto di giustizia. L’eccitazione – tu sei piccolo – può nascere da un gesto d’amore (e allora è meraviglioso), dallo sfogo di un istinto, da una necessità fisica (e allora è simile ad andar di corpo) oppure da un atto di sopraffazione (e questo può essere molto eccitante per l’aggressore, anche se si tende a non dirlo in giro per evitare stupri di massa, che poi puntualmente si verificano appena l’uomo si riappropria della brutalità che ha in sé, come nelle guerre).
Cosa credi che possa capire dell’arte una maestrina come Linda? Certo, lei va ai musei. E guarda estasiata i quadri di Gauguin, senza pensare che lui per quei quadri e per le tahitiane aveva abbandonato moglie e famiglia. Soprattutto, non capirà mai che c’è una relazione diretta tra quei capolavori e l’abbandono di moglie e famiglia. Perché l’artista ha bisogno di solitudine, dolore e amore per creare un’opera un capolavoro.
STOP. Non vorrei essere frainteso, non mi sto giustificando. Sono qui - noi due siamo qui – perché me ne sono andato. Se fossi qui con loro, dovrei fare la spesa, cucinare, scarrozzarli, ascoltare i loro discorsi, persino i capricci e come potrei starmene a scrivere in santa pace? Quindi siamo alle solite: s’io fossi uno scrittore di successo, tutto sarebbe normale e giustificabile. Non lo sono – non lo sarò – quindi sono quello che sono.
Anche Linda è quello che è e anche se la schiaffeggiassi cento volte resterebbe così com’è.
Mia moglie (le mie mogli) sono come lei. Non mi capiscono, non mi hanno mai capito e non mi capiranno. Chissà come saranno le mie figlie. Con loro è diverso. Loro le amerò sempre, a prescindere da ciò che penseranno di me. E, in fondo, cosa posso pretendere? Le ho abbandonate per inseguire un sogno, scrivere, senza successo.
Gli alimenti li ho sempre pagati alla prima e li pagherò alla seconda: anch’io non voglio fare favoritismi.
Non so come voi gechi vi comportiate coi figli: siete padri affettuosi e presenti oppure lasciate il compito di crescerli alle madri?
Ho osservato Domenica con le sue bambine: sembrano equilibrate e felici. Forse un padre non è indispensabile come crediamo, sono luoghi comuni, buonismo da quattro soldi. Io il mio non l’ho mai sopportato. Tu sei lì da solo – e sei minuscolo, ancora un cucciolo.
Sarebbe bello se sapessi ballare: ballerei sulle musiche degli Aristogatti o di Mary Poppins abbracciato a un ombrellone e credo che mi farebbe bene. Forse dovrei finalmente lasciar perdere il verdicchio e farmi di qualcosa di serio, come Jim Morrison: la mia creatività verrebbe fuori. E poi? Avrei fottuto la mia vita per scrivere cose di nessun interesse per chi davvero ha il potere di rendermi uno scrittore: Linda.
Cinquantacinque anni e sono ancora capace di innamorarmi – giusto un po’ – di una donna come Domenica. Per una notte sarebbe magnifico, ne sono certo. Poi, la realtà del mattino ferirebbe le nostre anime sensibili, come una luce accecante. Vivi l’attimo, se sei davvero un artista. Scusami, l’arte è una cosa da esseri umani e tu sei un geco. Però vivi l’attimo anche tu, perché “It is an hypothesis that the sun will rise tomorrow: and this means that we do not know whether it will rise” (Ludwig Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus).
Sì, mi piace Wittgenstein e non ne faccio mistero. Il Tractatus l’ho letto in inglese. Molte parti sono davvero oscure, lo ammetto. Ma a quell’uomo che puliva la casa con le foglie di tè io devo molto.
Preferisci la casa pulita o sporca? Per me è lo stesso, sono una persona adattabile. Sono molto ordinato, faccio una lavatrice ogni due giorni, ma la polvere se vuoi la lascio. Alzo la testa, hai appena mangiato un insetto. Un moscerino forse o una zanzara. Bravo, io mi bevo un altro po’ di verdicchio e mi mangio una fetta di crostata.
Il sole sta calando, tra poco uscirò in giardino e mi metterò a scrivere sotto il bersò. E’ bello, lì fuori, ma forse per te è pericoloso. Ci sono i due gatti del vicino, rane, lucertole e qualche calabrone. Il mondo è pieno di pericoli, ma io ti consiglio di non lasciarti condizionare: esci, vivi! Ricorda, lo ripeto: è nella misura dello sforzo che all’ultimo istante giudicherai la tua vita. Qui oggi abbiamo tutto ciò che ci serve: una bella casa comoda, un giardino, acqua e cibo, un computer.
Quello serve a me, per scrivere di noi due.
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