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"La libertà al singolare esiste solo nelle libertà al plurale"
Benedetto Croce

Una volta non basta

Con 'Una volta e basta' continua la collaborazione di Alfredo Tocchi con il nostro giornale. I racconti brevi dello scrittore milanese verranno ospitati, con cadenza indicativamente settimanale, fino al termine dell'estate

Di Alfredo Tocchi

01 Luglio 2021

Una volta non basta

Forse è vero ciò che ha scritto un filosofo: "L'uomo è un costruttore di ricordi." Almeno, è vero per me. Non ho mai preteso d'insegnare nulla, tutta la vita ho cercato soltanto di capire. E di vivere, naturalmente, senza paura di fare nuove esperienze. Ho sognato tante cose e sogno anche oggi, a cinquantadue anni. Ma non riesco più a costruire il mio futuro. Vengo trascinato in avanti, istante dopo istante, giorno dopo giorno senza una prospettiva, in balia delle necessità, degli eventi contingenti. Mi manca la forza per guardare avanti e scorgere una meta. Così mi volto verso il passato, per capire chi sono stato. Eppure, so che tutti mutiamo col tempo, so che in me c'è ben poco di ciò che ero. E non ha senso rimpiangere quei momenti, o peggio pentirsi di ciò che non è stato. Lo so e non posso farci nulla. La stagione delle notti bianche è finita, il viale è coperto di foglie morte. Il sognatore di un tempo è un uomo disilluso, ferito, tormentato.

Forse sono un poco più saggio. Ho imparato, dalla vita e dai libri, molte cose. Non dirò mai, come quel filosofo, che sapevo già tutto a vent'anni. Eppure, come lui, penso che sapere può essere molto doloroso. No, non farò mai l'apologia del Mužik come fece Tolstoj. Non sarò così ingenuo da pensare che un paesano ignorante sia un modello da imitare. Del resto, come potrei imitare chi non sono? Posso soltanto imitare il me stesso, il giovane pieno di sogni di un tempo. Ma anche questo, quando si è in balia del Destino, è difficile. Vivo così, come tanti immagino, pensando che una volta non basta per imparare e nulla capita davvero due volte esattamente allo stesso modo. Non sono triste, sono rassegnato a improvvisare la parte di me stesso e a criticarmi per i miei errori, perché sono un perfezionista e vorrei fare tutto come si deve. L'insoddisfazione che provo è umana: in me c'è la nozione di cosa si deve fare, innata o acquisita, sempre ben presente. Ma il mondo non corrisponde affatto a ciò che ho in mente, non dovrebbe essere così, mi delude e mi punisce per le mie aspettative. Un tempo, cambiarlo sembrava alla mia portata. Non oggi, non più. Così m'interrogo sul senso della mia vita, inutile come tutte le vite individuali. O forse utile soltanto alla prosecuzione della vita in generale. Ma allora qual è il senso della vita umana? Sono diventato un maschio noiosissimo, un misantropo amante della notte, forse per fuggire da un letto vuoto. Ma cosa cambia, a chi importa davvero qualcosa?

Spesso, sogno di spegnere il cervello. Vivere come una creatura guidata dall'istinto. Ugualmente la mia vita non avrebbe senso, ma almeno io non m'interrogherei. Già il verbo riflessivo tradisce l'assurdità di porsi domande e cercare in se stessi le risposte. Per questo scrivo, per condividere l'angoscia. Ma a voi bastano le vostre, non sentite il bisogno di portare il peso della mia. Quindi, scrivere è inutile e se vado avanti è perché nel compiere un gesto inutile al meglio delle proprie possibilità vi sono un po' di follia e di coraggio. Il vigliacco non scrive e se scrive vi prende in giro. Non è mai sincero, sa di essere ignobile. Vi lusinga costruendo illusioni, vi fa credere a mondi immaginari nati dalla sua fantasia al solo scopo di rassicurarvi e di rassicurarsi. Vi sussurra, avvolgente come la coperta di un neonato, che tutto andrà bene, quando la fine è lì, sempre identica, davanti a tutti noi.

Io l'ho osservata da vicino, non c'è eroismo possibile. Ci può essere rassegnazione, sollievo, dolore, sacrificio, squallore, disperazione, ma non lo stupido gesto d'eroismo cantato dai cattivi scrittori. Poi, tutto finisce, sempre.

Quando hai passato molte notti accanto a moribondi – e molte altre sveglio a ripensare a quei momenti – tutto ti appare più semplice e naturale.

Forse, la cognizione della morte ci potrebbe ridare la gioia di vivere. Se riuscissimo a capire fino in fondo la nostra fragilità, ci vorremmo un po' di bene. Io ci ho provato, ma si fa in fretta a dimenticare, a confondere la realtà con incubi grotteschi da quattro soldi. Viviamo nell'epoca del grottesco, si muore mascherati, con protesi di ogni genere e lineamenti stravolti. E' una pagliacciata, ma era la nostra unica parte: non ce ne saranno altre, non qui, non da esseri umani. E' tutto ciò che mi pare di sapere e mi sembra tragico. Non è sempre stato così, sono cambiato. Ne prendo atto e vado avanti trascinato dal tempo inarrestabile. Posso fermare istanti del passato, ricordi che appartengono a me soltanto e concentrarmi per non cadere, come una ballerina durante una pirouette. E' l'unico modo che mi è rimasto per mantenermi in equilibrio e so che è poco. Altri guardano alla resurrezione, io non ho la fede. Quasi tutti s'illudono di essere ancora capaci di realizzare qualche sogno, anche i moribondi. "Nessuno fa più progetti di un moribondo" non vale sempre, ma a volte è così. Le filosofie orientali non fanno per me: i desideri sono vivi - li voglio vivi – ma non m'illudo più di realizzarli. Si è davvero felici snaturandosi fino a somigliare a un vegetale? No, grazie, non avrei più motivi per vivere. Un giorno, con un po' di fortuna, la corrente potrebbe trascinarmi per caso verso ciò che desideravo: allora sì, che sarei felice, almeno per un attimo. E non m'importa se tutto finisce, se dopo quell'attimo tornerei come prima. Io ho saputo godere di tanti attimi e il loro ricordo è sempre in me e mi conforta. Illusione, forse l'ultima e per questo così importante.

Sono solo, è notte e non ho sonno. Prima dell'alba, uscirò con Wigo al guinzaglio e guarderò il giorno che comincia: i portinai che mettono per strada la spazzatura, i baristi che alzano le saracinesche, il panettiere stanco che lascia il posto alla commessa. Ognuno al suo posto, in una rassicurante normalità. Io non ho un posto preciso in questa quotidianità, non faccio nulla di utile. Scrivo. Tutti lo fanno, oggi. Molti raccontano una storia ordinata: scrivere è dare un ordine personale all'immaginazione. Pochissimi hanno ricreato il disordine dei nostri pensieri. Occorre essere inquieti per farlo, un po' come Fernando Pessoa. E' l'ultima possibilità di scrivere per chi guarda la vita senza il filtro delle illusioni. Un romanzo richiede leggerezza e cinismo, doti che non ho mai posseduto. La poesia è morta, sopravvive nei testi delle canzoni. Non mi resta altro che il vaniloquio. 

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