Morte del giurista Fabio Roversi Monaco: Bologna prima del “mortadellificio”, il laboratorio d’Europa, da Liber Paradisus a Berlusconi
La città delle strategie invisibili e della cultura che inventò il potere moderno. La fine della Bologna che ha scritto l’Europa: università, rivoluzioni, imperi e la fine di un’epoca della conoscenza
Ricordatevi chi siete e da dove venite! Negli ultimi anni è stato questo il refrain del giurista Fabio Roversi Monaco (87 anni), scomparso nei giorni scorsi a Bologna, città che ha segnato le strategie europee, anche se pochi lo sanno. Rettore dell’Università dal 1985 al 2000, con la sua Fondazione Carisbo o con il museo Genus Bononiae (che hanno cercato di smantellare) ha messo al centro del suo lavoro la forza creatrice del sapere. E lo ha fatto da una città piccola ma fondata sulla cultura, accessibile e riproducibile dagli appartenenti ad ogni ceto sociale. Tessitore politico, abile disegnatore del contesto urbano, proprio con Genus Bononiae, una delle ultime creazioni, Roversi ha tentato di mostrare quanto fossero importanti le innovazioni di un luogo di passaggio ma aperto, erudito, conflittuale e che al tempo stesso sia capace di pensare al mondo.
Oggi Bologna sembra un “mortadellificio” senza identità, come scrive nel 2024 il New York Times, irriconoscibile "inferno turistico" della ristorazione usa e getta, inospitale per chi non ha il portafoglio pieno e un lessico piatto. Eppure basterebbe ricordare “chi siete e da dove venite!”
Come nel 1257 con la borghesia bolognese (mercanti, notai, giuristi e artigiani) che distrugge le famiglie nobili feudali ridisegnando il mondo. Senza guerra ma erodendone le fondamenta economiche e giuridiche: “liberando” migliaia di servi della gleba con l’editto Liber Paradisus. Dietro la narrazione ideale, il Comune che compra gli schiavi dai nobili, liberandoli, prende forma il nuovo potere che presto sarà il modello occidentale: niente più servi ma gli stessi che vengono sottomessi, come cittadini tassati, al nuovo controllo, quello delle istituzioni civiche e delle reti economiche. Una città figlia dell’Università più autonoma e antica del mondo occidentale (1088), con studenti e maestri che continuamente negoziavano spazi di potere con la borghesia al comando. La “Dotta" (per l'Università più innovativa d'Europa), "La Turrita" (per le innumerevoli torri, simbolo di competizione al fulmicotone tra le potenti famiglie), "La Grassa" (per la strabordante ricchezza culinaria). A Bologna si formerà la tradizione dei glossatori del diritto romano e canonico: le basi per chiunque voglia amministrare, governare, scrivere leggi in occidente.
Come nel 1527, con la città che chiude il caos europeo e ridefinisce i poteri del continente. Dopo mesi di trattative in un palazzo della città si sigla il patto tra Sacro Romano Impero e Chiesa, dopo il Sacco di Roma voluto dall’imperatore Carlo V: nella Basilica di San Petronio papa Clemente incorona l’imperatore e ne riconosce il potere. O il ruolo giuridico nella Repubblica Cispadana e poi Cisalpina (1800 circa), nel nuovo modo di concepire lo Stato, il diritto, la cittadinanza. Ancora innovazione, altra trasformazione. L’uguaglianza giuridica, con diritti e doveri dei cittadini definiti dallo Stato e non dalla nascita. La laicizzazione dello stesso con il potere civile che si separa dall’ecclesiastico e le istituzioni pubbliche, amministrative, educative che passano sotto il controllo statale con funzionari nominati per competenza.
O la Bologna della massoneria di Giosuè Carducci, centrale nella costruzione culturale dell’Italia moderna, il primo Premio Nobel per la Letteratura dato a un italiano, nel cui carattere si intrecciano ribellismo e ordine. E poi la Bologna assediata dagli studenti nel 1977, al centro di un dibattito europeo per le vecchie amministrazioni di sinistra incapaci di cogliere le nuove pulsioni sociali e richieste creative giovanili. Ma anche i passaggi decisivi della fondazione del nuovo centrodestra moderno nel ‘92-93, dopo il crollo dei vecchi partiti con Tangentopoli, con Silvio Berlusconi che va a Bologna per siglare il patto (a Casalecchio di Reno) con la Lega e Alleanza Nazionale. E poi la nascita dell’Ulivo di Romano Prodi.
Bologna è sempre stata la città del sapere come mito trasformativo, dell’innovazione, dove gli studenti da tutta Italia arrivavano cercando il sogno dell’ascensore sociale, la diversità come possibilità di vita, il riconoscimento del proprio valore perché ci si era consumati gli occhi a studiare, non la favoletta che è diventata malattia del Paese: non sappiamo niente ma siamo onesti, lasciateci governare!
Roversi Monaco rappresentava quel vecchio potere, capace nel Novecento, di tenere insieme mondo accademico, mondo economico-finanziario e istituzionale/politico, un potere vero, spesso invisibile e temuto ma che si basava su idee capaci di risegnava strategie per un continente. Nel 1988 firmò la Magna Charta Universitatum che sancisce i principi fondamentali di tutte le università: autonomia, libertà di ricerca e di insegnamento, l'inscindibilità tra didattica e ricerca e l'idea che il sapere non ha confini e deve essere sempre libero. Oggi la Carta è sottoscritta da quasi 900 università in 85 Paesi. Inventò il Processo di Bologna per il dialogo di sistemi universitari di decine di Stati con culture giuridiche diverse: permettono ad esempio di studiare in Spagna, fare un esame in Germania e vederselo riconosciuto in Italia, equiparando l’istruzione superiore in Europa.
Una città piccola può diventare laboratorio del mondo se fondata sul sapere. Roversi quando lo ha fatto non “comandava” attraverso algoritmi, uffici stampa, social media e il mero denaro. Era uno di quei vecchi uomini di potere capaci anche di sorprenderti e da Rettore di chiamarti per nome per strada (conoscendo tutti i tuoi dati anagrafici) e confliggere dialetticamente con te per un quarto d’ora, anche se eri uno sconosciuto studente del suo ateneo, reo solo di avere ideato qualche manifestazione contro la sua autorità. Un potere che non c’è più in una città ancora divisa tra massoni, ex comunisti e Curia, dove ci si mette d’accordo su tutto e la conoscenza è un suppellettile non in grado di abbattere barriere o conoscere se stessi. Una città dove chi ha due idee è meglio che si faccia da parte. Pensare sì ma tutti allo stesso modo. Se si prova a uscire dal coro si viene sbranati.
La sua morte arriva mentre il centro storico viene progressivamente svuotato di residenti e studenti, riempito di B&B, salumerie per turisti e la città diventa un conglomerato di lavori permanenti in cui le classi popolari vengono espulse perché non servono più, sostituite dai banglaschiavi dei pony express che sfrecciano sulle biciclette elettriche, per appagare i ricchi sfizi di borghesi annoiati. L’eredità di Roversi, palazzi recuperati, università diffusa, la cultura come motore vitale è muta, a testimoniare ciò che la città è stata é ciò che sta perdendo per sempre. Si chiude un’epoca.