28 Marzo 2026
Antonio Tajani verrà probabilmente ricordato non per ciò che ha fatto, ma per ciò che è riuscito a rappresentare: il punto più basso a cui può arrivare una carriera costruita per inerzia. Un politico che ha attraversato decenni senza mai lasciare traccia, salvo poi riuscire nell’impresa di diventare protagonista proprio quando sarebbe stato meglio restare sullo sfondo.
Reggente di Forza Italia per mancanza di alternative, si è comportato come se fosse una scelta. Come se fosse inevitabile. Come se fosse all’altezza. Tre ipotesi smentite sistematicamente dai fatti.
Il partito, sotto la sua guida, non è morto: è rimasto in una sorta di coma vigile. Quel famoso 8% non è consenso, è accanimento terapeutico. Un numero che resiste non grazie a lui, ma nonostante lui.
Alla Farnesina, poi, Tajani ha compiuto il salto definitivo: da irrilevante a controproducente. Tra uscite fuori luogo, banalizzazioni del diritto internazionale e momenti che oscillano tra il surreale e l’imbarazzante, ha trasformato un ministero chiave in un palcoscenico involontario. Il cappellino MAGA? Folklore. Le frasi da “bar dello sport”? Routine. Le domande in stile Filini? Metodo di lavoro.
E poi c’è il dettaglio perfetto, quello che riassume tutto: il post su X per Gasparri con la foto… di sé stesso. Non è distrazione. È coerenza. Tajani non riesce a non essere Tajani, nemmeno quando dovrebbe scomparire.
Ora Marina Berlusconi interviene. Non per rilanciare, ma per evitare il definitivo collasso reputazionale. Più che politica, manutenzione straordinaria.
Perché il rischio, a questo punto, non è perdere voti. È perdere definitivamente il senso del ridicolo.
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