Lettera da una professoressa: l'incredibile dogmatismo pedagogico di una appena scampata a una coltellata mortale
C'è un fanatismo progressista che non si arresta neppure al limite dell'autolesionismo pur di rinunciare alla propria alienazione. Pericoloso, però, se si incarica di allevare giovani zombie al culto dell'irresponsabilità.
La lettera della professoressa accoltellata è un delirio narcisistico mascherato da bontà, anzi da buonismo: una sbobba estenuante che non ci si aspetta da una appena salvata, uscita a malapena dalla prognosi riservata, che trasuda didascalie di buoni sentimenti, buoni propositi, buon vivere in salsa woke: i ponti non i muri, poverino bisogna ascoltarlo, siamo tutti colpevoli e il rosario di fregnacce all'insegna del garantismo morale che partoriscono una società criminale. Quella professoressa è una irresponsabile fortunata, ma non memore della fortuna, le sue idee sono luoghi comuni, di quelli pericolosi perché estremi, tutti puntati sulla elusione delle responsabilità e quindi della realtà. Dice che il mondo non ha saputo ascoltare chi ha cercato di farla fuori? Potrebbe dire meglio che lei non è adatta al suo ruolo, che come educatrice è la sua stessa Nemesi, invece preferisce, come sempre, spalmare la colpa sulla società. La verità è che si piace tanto, con le sue convinzioni di marmo, con la sua faccia ostentatamente volonterosa, coi capelli arruffati da professoressa, fiera del suo non capire, e oggi, nei panni della martire scampata, si piace ancora di più, si esalta di più, nutre la convinzione che lei è giusta, giusto è il suo operato, e che, come sempre, a sbagliare è il resto del pianeta, non abbastanza alienato, illuso, munito della buona volontà degli stupidi che non è volontà buona ma pessima, è inerzia, mancanza di volontà vera. E dice noi ma è chiaro che l'ecumenismo maschera aggressività: siete voi, voi che non siete come me, ad aver fatto tutto questo, ad aver portato un balordo tredicenne (a proposito: si può sapere questo che cazzo di origini ha?) a pianificare l'omicidio dei genitori, ripiegando poi su una insegnante, “tanto non possono farmi niente”.
I deliri narcisistici si specchiano, esiste solo un moccioso viziato fino alla ferocia, che tiene esplosivi in cameretta, che si veste e si atteggia da killer e infatti ammazza per capriccio o almeno ci prova, come esiste solo la sua professoressa viziata fino alla presunzione, che si fa ammazzare pur di non cedere alle sue fantasticherie sociali. Ma si mettono al centro dell'universo allo stesso modo e allo stesso modo, seppure rovesciato in prospettiva, accusano: “vendetta”, la maglietta del balordo criminale, “ponti non muri” lil monito vittimistico ma perentorio, apodittico, scritto dalla vittima. Un dialogo tra sordi e pazzi, ti ammazzo, fai pure, ciascuno nelle sue alienazioni, un non voler capire altri che se stesso fingendo di voler capire, o “farsi capire”, da un universo che sta lì solo come quinta, come riscontro del proprio egocentrismo. Che senso ha mandare una lettera pedagogica, strampalata, dal letto di ospedale, per rassicurare urbi et orbi, ossia per ammaestrare la società che non ha capito, che va indottrinata un altro po'? Che dobbiamo fare, esaltata professoressa, dopo le coltellate in pancia passare direttamente alla decapitazione? “Stiamogli vicino, poverino”: ma stagli vicino tu, se non ti è bastato.
Si dice tanto che (anche) la scuola è al disastro, si dà la colpa alla politica, alle istituzioni, tutto vero ma bisognerebbe aggiungere le colpe degli insegnanti, ossia di un sistema cattocomunista che monopolizza l'istruzione imponendo i suoi deliranti tesserati, i quali poi non possono che dire, scrivere ciò che ci si aspetta da loro. In psicologia siamo alla rimozione, in senso sociale alla complicità. Stride che una così tiri in ballo il Padreterno, “Se Dio vuole tornerò a insegnare” (molti sui social hanno polemicamente precisato: se Allah vuole, per dire la difesa d'ufficio del maranzato, delle idee sconclusionate che finiscono di distruggere un Paese), ma la verità è che Dio, o chi per lui, non dovrebbe rimettere al suo posto una così, perché continuerà a fare danni e più ancora di prima. C'è un fanatismo progressista che non si arresta neppure al limite dell'autolesionismo pur di rinunciare alla propria alienazione. Pericoloso, però, se si incarica di allevare giovani zombie al culto dell'irresponsabilità. E questo non voler capire quasi isterico, questo ostinarsi a restare fuori dalla realtà, da ogni realtà, da ogni suo riscontro e drammatico riscontro, questo ottuso continuare negli sbagli che generano conseguenze fatali è irresponsabile perché oggi è andata bene, domani finirà peggio. E a nessuna professoressa esaltata, a nessuno dei suoi facili solidali passerà per la mente che la colpa morale è anzitutto loro, della loro impunità buonista mascherata da garantismo etico. Anzi diranno come sempre che è la conferma che loro hanno ragione, che ci vuole più ideologia, più ponti, più ferite, più sacrifici umani, che non basta prendere un aspirante omicida minorenne, ben edotto sulla sua impunità, e metterlo in una comunità residenziale con la playstation e i social, bisogna motivarlo di più, viziarlo di più, “ascoltarlo” di più, accontentarlo di più. Ascoltarlo in cosa, per cosa? Perché vuole a tutti costi ammazzare qualcuno come gesto di superomismo, superbambinismo neanche tanto inconsapevole? Perché non vuol rendersi conto che al mondo ci stanno anche gli altri e non sono bersagli da abbattere? Questa è la logica terroristica, solo le motivazioni apparentemente divergono, non “politiche” ma esistenziali. E come gliela fai passare la voglia, con le parole inclusive? Col cambio di sesso? Chiamando un prete cattolico a spiegargli la bellezza del Ramadan?
La lettera da una professoressa è altrettanto scellerata della lettera ad una professoressa di quel complessato irrisolto di don Milani, uno che ha gettato le basi per lo sfascio educativo all'insegna del classismo cattocomunista. Non a caso portato in processione dalle professoresse che non capiscono, non vogliono capire, e forse tutto sommato è bene che non capiscano, perché se capissero i danni che fanno sarebbero le prime a suicidarsi. Ma per smontare il loro delirante dogmatismo pedagogico basta un apologo, provocatorio, sopra le righe, ma definitivo: un professore con la luna storta entra in classe, prende il primo studente che gli sta antipatico, gli gira la faccia con un manrovescio, gli confisca lo smartphone e lo fa volare dalla finestra: a quel punto lo studente ha una alternativa: protesta o abbozza. Se protesta, se chiede giustizia al preside, al padre, agli amici, è un fascista, uno che erige muri, non ponti, uno dalla parte sbagliata; se abbozza sta dalla parte giusta e gliene verranno maggiori e peggiori conseguenze perché è un vile, un ipocrita, un matto che dice: ho subito un sopruso, dove ho sbagliato? O meglio, dove abbiamo sbagliato? Meglio ancora, dove avete sbagliato? E la ricetta è: insistere più di prima sulle stesse ricette che gli hanno provocato il sopruso, mai punito. La morale della lezione è che una società fondata sul sopruso non è più una società. E insegnamento vuol dire educazione, educazione vuol dire rispetto, rispetto vuol dire giustizia, giustizia vuol dire responsabilità, responsabilità vuol dire punizione. Ma stiamo a fare gli aforismi di Frank Zappa, che in un mondo di fanatici lasciano il tempo che trovano.