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Milano, dal Libano del 1982 a oggi: una cena di solidarietà nel ristorante "La Meza", raccolti €2610 per la Croce Rossa libanese

Le organizzazioni umanitarie operano in condizioni estreme, con risorse sempre insufficienti rispetto a un bisogno che cresce ogni giorno. La Croce Rossa Libanese è in prima linea, come sempre, con quella discrezione operativa che non fa notizia ma salva vite.

27 Marzo 2026

Milano, dal Libano del 1982 a oggi: una cena di solidarietà nel ristorante "La Meza", raccolti €2610 per la Croce Rossa libanese

Più di cinquanta persone sedute a tavola in un ristorante libanese in via Giuseppe Tartini, con un obiettivo preciso: mangiare bene e fare del bene. La Meza ha fatto sold out, i proprietari hanno devoluto l'intero incasso della serata — 2.610 euro — alla Croce Rossa libanese. Una cifra concreta, guadagnata attorno a un tavolo, mentre fuori dal ristorante il Libano continua a sanguinare. L'iniziativa è stata organizzata da Majdi Karbai, ex parlamentare tunisino oggi residente in Italia, uomo di frontiera nel senso più nobile del termine: uno che i confini li conosce, li ha attraversati, e sa quanto costano.

Tra i presenti, il direttore de Il Giornale d'Italia, dott. Luca Greco, diversi redattori della testata, e un gruppo di giovani funzionarie della casa editrice Santelli — dall'amministrazione al marketing, dalla redazione — a testimoniare che la cultura, quando vuole, sa scendere in strada. Durante la serata un attore ha letto alcune pagine de "Il Fornaio Libanese", il mio romanzo ambientato nell'invasione israeliana del Libano del 1982. Pagine scritte guardando indietro, ma che quella sera sembravano scritte guardando fuori dalla finestra. Perché quello che Israele sta facendo oggi in Libanoassomiglia, con agghiacciante puntualità, a quanto accadde quarantaquattro anni fa: bombardamenti su civili, villaggi rasi al suolo, bombe al fosforo bianco che avvelenano i terreni.

E sullo sfondo, l'intenzione dichiarata di spingersi oltre il fiume Litani, come se il Libano fosse terra di conquista e la comunità internazionale un sipario da ignorare. I numeri parlano da soli e fanno male. Oltre 1.000 morti dall'inizio della ripresa del conflitto, secondo il Ministero della Salute libanese: tra questi 118 bambini, 79 donne e 40 operatori sanitari. I feriti sono 2.584 (fonte: L'Osservatore Romano).  Gli sfollati hanno superato il milione, di cui circa 350.000 bambini, privati anche dell'istruzione scolastica (fonte: Vatican News).  Le violenze hanno colpito il sud del Libano, la valle della Bekaa e la periferia meridionale di Beirut, costringendo intere famiglie ad abbandonare le proprie case in pochi minuti, portando con sé solo pochi effetti personali. Numeri che non sono statistiche: sono volti, famiglie, storie spezzate.

Le organizzazioni umanitarie operano in condizioni estreme, con risorse sempre insufficienti rispetto a un bisogno che cresce ogni giorno. La Croce Rossa Libanese è in prima linea, come sempre, con quella discrezione operativa che non fa notizia ma salva vite. Majdi ed io abbiamo tenuto un piccolo discorso quella sera. Non servivano grandi parole. Bastava guardarsi intorno: cinquanta persone che avevano scelto di essere lì, di spendere una serata e qualche euro non per sé, ma per qualcuno che non conoscono e che forse non incontreranno mai. È una forma di umanità che resiste, nonostante tutto. La somma raccolta è una goccia nel mare del fabbisogno delle famiglie libanesi. Ma il mare — lo sappiamo — è fatto di tantissime gocce. Se ognuno fa la sua parte, goccia dopo goccia, possiamo costruire anche noi un mare di solidarietà. E forse è l'unica risposta dignitosa che possiamo dare, noi che stiamo a guardare da lontano, a chi quel mare lo sta attraversando ogni giorno per sopravvivere

Di Eugenio Cardi

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