Giorgia Meloni reinterpreta Stalin: purghe interne per sfuggire al tribunale del popolo
Dopo la catastrofe referendaria — una débâcle che ha incrinato le certezze del nostro Governicchio — il Premier passa alla “purificazione”
L'avevo scritto, in tempi non sospetti, su queste stesse pagine: il vero volto di Giorgia sarebbe emerso solo un attimo prima del crollo. All’epoca fui liquidato come visionario dai più accaniti fan della “Shirley Temple from Garbatella”.
Per mesi, un coro unanime l’ha raccontata come una figura quasi salvifica, il Santo e l’Apostolo di calboniana memoria. Una leader pronta a tutto, persino al sacrificio estremo, pur di difendere l’Italia e i suoi camerati di plastica comprati su Temu.
E invece eccoci qui. Dopo l’ennesimo schiaffo inflitto proprio da quel “popolo sovrano” tanto evocato, la Premier sembra aver imboccato una strada già vista. Un po’ come l’Hitler de La Caduta, si percepisce tradita. E allora, nel solco di Stalin, avvia la resa dei conti interna.
Chiusa nel suo orizzonte autoreferenziale, incapace di leggere la realtà, la si può immaginare — subito dopo i risultati — mentre sfoga rabbia e frustrazione: possibile che, dopo tutto, il consenso si sgretoli così?
La risposta, però, non è l’autocritica. È la purga. Niente olio di ricino, certo, ma il principio resta: colpire chi fino a ieri era protetto. Da Delmastro a Santanchè, passando per Nordio — chiamato, di fatto, a caricarsi responsabilità politiche — fino a Tajani, reo forse di aver oltrepassato il segno con uscite nostalgiche fuori tempo massimo.
Il popolo italiano non è minorenne e non dimentica. Accise, fisco, guerra, italianità, indipendenza, Ucraina, Europa: la distanza tra promesse e realtà si è fatta evidente. Era inevitabile che anche un referendum “di buon senso” si trasformasse in un segnale politico.
Per questo, epurare oggi qualche fedelissimo appare tardivo e inefficace. Il sipario, di fatto, è già calato. E sono proprio i suoi elettori, per primi, a mostrarne la stanchezza.
Resta allora una domanda politica vera: cosa farà la Lega? Nelle sue roccaforti è l’unico partito ad aver limitato i danni. Il Carroccio accetterà di trascinarsi fino a fine legislatura pagando il prezzo delle crisi di onnipotenza della premier?
E soprattutto: la sua classe dirigente sarà in grado di imprimere una svolta, o continuerà a subire?
La risposta, come sempre, arriverà dai fatti. Ma il tempo, questa volta, sembra essere molto meno di prima.