23 Marzo 2026
Fonte: Fb @Lavinia Marchetti
Mentre Roma annega in una palese decadenza, con costi degli affitti alle stelle, eserciti di poveri e microcriminalità e mentre le associazioni di quartiere vengono sfrattate con la solerzia tipica dei regimi burocratici, il Campidoglio decide di farsi notaio di un feudalesimo di ritorno. L’operazione Sant’Ambrogio alla Massima, orchestrata dall’assessore (alle politiche abitative di Roma) Tobia Zevi con una spregiudicatezza che sfiora il ridicolo, trasforma un complesso monumentale del centro storico in una sorta di dote nuziale per la Comunità Ebraica. Cinquant’anni di concessione a titolo gratuito (o quasi) rappresentano a dir poco l’ennesima anomalia (ma sarebbe anomalia se fosse un’eccezione e non lo è) del diritto pubblico che regala a un istituto privato, il Liceo Renzo Levi, una roccaforte d’oro tra le vestigia del Rione Sant’Angelo. L’amministrazione Gualtieri ha scelto di abdicare alla funzione di garante del patrimonio per indossare i panni del vassallo (siamo abituati in questo paese, per questo dire anomalia fa ridere), sospendendo la legge del bando pubblico che invece flagella ogni altro cittadino intenzionato a toccare un mattone comunale.
Questo mio scritto è antisemita? Notare un’irregolarità, una generosità sospetta e istituzionale è antisemitismo? Si agita lo spettro dell'antisemitismo ogni volta che si prova a contare i soldi in tasca al potere e così qualsiasi critica diventa un perverso tabù morale. La verità è molto semplice, assistiamo al potere di una lobby che sa perfettamente come muovere le leve del Campidoglio, ottenendo per via diretta ciò che a un comitato di periferia costerebbe anni di carte bollate e probabili sgomberi coatti. Insomma quello che in altri tempi, quando si usavano parole più aderenti al reale, avrebbero chiamato: privilegio. Un privilegio mascherato da riparazione storica. Un’offesa all’intelligenza di chi osserva le scuole pubbliche romane cadere a pezzi mentre si regala un immobile di lusso a una struttura paritaria che di pubblico ha solo il suolo che calpesta e che peraltro ha già una sede e in quella sede, se alziamo lo sguardo al cielo, vediamo sventolare una bandierina israeliana. In una città, la capitale, che ha rimosso con ipocrisia vomitevole le bandiere palestinesi dai balconi e quelle russe dai contesti istituzionali, il vessillo di Israele sventola sovrano, protetto da una zona franca di impunità diplomatica.
Cosa ci dice tutto questo? Che siamo antisemiti? No. Ci dice solo che non sopportiamo più i soprusi. E che queste decisioni sono il marchio di fabbrica di uno Stato che oggi cammina sul filo dei crimini di guerra e noi dovremmo accettare supinamente l’ennesimo soprusi istituzionale? Farci andare bene, con un silenzio complice, che un bene comune (regalato in modo quasi truffaldino) finisca sotto l’ombra di una bandiera che rappresenta, per gran parte del mondo, l’occupazione e il genocidio? Il Campidoglio sta appaltando un pezzo di sovranità cittadina a una scuola privata che si sente in diritto di non pagare l'affitto perché protetta da un'aura di intoccabilità politica. Io la definirei l'istituzionalizzazione del doppio standard. Il patrimonio pubblico (nostro) diventa una specie di bancomat per pochi eletti, mentre ai romani resta solo la polvere di un centro storico sempre più simile a un fortino per privilegiati con la scorta diplomatica.
Di Lavinia Marchetti
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