“Fascismo dai balconi”, il controllo sociale e l’etichetta data dalla sinistra alle reazioni dei cittadini alla microcriminalità

L'obiettivo non è la sicurezza dei cittadini. È colpire il governo di centrodestra, delegittimare le forze dell'ordine, alimentare la narrazione in cui il delinquente è vittima sociale e chi lo insegue è il carnefice

Quando una novantenne viene trascinata per terra da uno scippatore e i residenti scendono dai palazzi per fermarlo, la sinistra italiana ha un nome per questo: fascismo. Quando un commerciante napoletano spiega a un branco di maranza che nel suo quartiere si porta rispetto, è fascismo.

Quando i pendolari della metro di Roma cacciano le borseggiatrici dal vagone perché lo Stato non è in grado di farlo, è fascismo. Quando un cittadino filma una ladra recidiva con il telefonino, è violenza. Quando uno youtuber documenta quello che accade ogni giorno nelle stazioni metropolitane, la CGIL scrive al Prefetto.

Si chiama controllo sociale. In ogni società funzionante opera su due livelli: lo Stato, con il monopolio della forza; la comunità, con il monopolio della disapprovazione. In Germania funzionano entrambi: il cittadino chiama la polizia, la polizia arriva, il magistrato condanna. Nessuno scende in strada. Perché non serve.

In Italia il primo livello è crollato. E quando crolla il primo, il secondo si attiva. Perché quando è troppo, è troppo.

Quartieri Spagnoli, Napoli, agosto 2025. Un gruppo di maranza si piazza davanti al murale di Maradona, atteggiamento provocatorio, fanno i prepotenti con i passanti. Un giovane del quartiere si avvicina e gli impartisce quella che a Napoli si chiama "imparata la creanza". Tono fermo, nessuna violenza. Cinque minuti e se ne vanno con le pive nel sacco.

Quarticciolo, Roma, settembre 2023. Un indiano di ventisei anni scippa una novantenne, la trascina per terra. Le donne urlano dai balconi. Scendono i ragazzi. In sette lo fermano con decisione. Arrivano i carabinieri. Lo scippatore viene arrestato per rapina. Libero il giorno dopo. Prima cosa che fa: denuncia i sette che lo hanno bloccato.

Risultato: condannato a due anni, poi sparito nel nulla. Nome falso, lo stesso di un campione di cricket indiano. Irreperibile. I sette del quartiere, invece, identificati, schedati, denunciati. Chi difende una vecchia, lo Stato lo trova ed è pronto a punirlo. Chi scippa una vecchia, lo Stato lo perde.

Non è un paradosso. È il sistema. Un sistema che non funziona non per incompetenza delle forze dell'ordine, quelle fanno il loro lavoro quando le lasciano lavorare. Il problema è l'architettura normativa. La riforma Cartabia ha trasformato borseggi, furti con destrezza e scippi in reati procedibili solo a querela di parte. Se la vittima è un turista giapponese che riparte il giorno dopo, il fascicolo muore prima di nascere.

E la magistratura non fa da sponda. A Roma una borseggiatrice con trentasette precedenti viene arrestata alla Fontana di Trevi. Il PM chiede la custodia cautelare. Il giudice rigetta: ha un figlio minore. Trentasette volte lo Stato l'ha presa. Trentasette volte l'ha rilasciata. Il carabiniere che l'arresta la trentottesima volta sa già come andrà a finire. E la trentanovesima, forse, non la arresta più.

Le forze dell'ordine sono scoraggiate. Il caso Ramy Elgaml lo dimostra.

Milano, novembre 2024. Fares Bouzidi, tunisino, senza patente, fugge su uno scooter a oltre 120 all'ora, contromano, con Ramy in sella. Otto chilometri di inseguimento. Schianto. Ramy muore. E comincia il linciaggio mediatico, non di Bouzidi, ma dei carabinieri. Franco Gabrielli, ex capo della Polizia, ora delegato alla sicurezza del sindaco Sala, sentenzia a Radio 24: bastava segnare la targa.

A uno scooter a 120 all'ora contromano di notte. Guidato da un pregiudicato senza patente. E se lo scooter è rubato, mandiamo i carabinieri ad arrestare il derubato?

Ad ascoltare la sinistra sembrano matti, ma non lo sono. Sono in malafede. L'obiettivo non è la sicurezza dei cittadini. È colpire il governo di centrodestra, delegittimare le forze dell'ordine, alimentare la narrazione in cui il delinquente è vittima sociale e chi lo insegue è il carnefice.

Sette carabinieri indagati. E Bouzidi? Condannato a due anni e otto mesi per resistenza. Libero. Il 7 febbraio 2026 arrestato di nuovo a CityLife: sta rubando una moto da 15.000 euro con tre complici. A segnalarlo, i residenti dalla finestra. Lo stesso meccanismo che la sinistra chiama fascismo.

E la sinistra? Silenzio. Nessuna piazza per il recidivo. Nessuna scusa ai carabinieri. Quando i fatti smentiscono la narrazione, la narrazione tace.

Ma non tace quando si tratta di attaccare chi reagisce. A Milano, Monica Romano, consigliera PD transgender targata Schlein, ha definito "violenza" filmare le borseggiatrici in metro.

A Roma, la CGIL ha scritto al Prefetto contro lo youtuber Cicalone, colpevole di documentare i borseggi. Il sindacato che non ha mai scritto al Prefetto per la sicurezza dei pendolari. Lo stesso sindacato che proclama scioperi generali per la Flotilla diretta a Gaza. Trecentomila in piazza a Roma, treni cancellati in tutta Italia. Per Gaza. Non per le pensionate scippate al Quarticciolo.

Non è confusione mentale. È malafede ideologica.

Una strategia precisa: etichettare come fascismo ogni reazione dei cittadini alla microcriminalità per non ammettere che il sistema che la sinistra ha contribuito a costruire ha fallito. Difendere la privacy della borseggiatrice e scrivere al Prefetto contro chi la filma non è antifascismo. È classismo travestito da progressismo. La sinistra che discute di sicurezza percepita ai convegni di Capalbio.

Il controllo sociale dal basso non è fascismo. Non è una scelta ideologica. È una necessità.

Nessuno di loro ha letto un manifesto politico. Sono persone normali che hanno raggiunto il punto di rottura. La borseggiatrice che rivedi per la terza volta nello stesso vagone. Lo scippatore che sparisce con un nome falso. Il giudice che rilascia. Il politico che parla di "percezione".

Fino al momento in cui qualcuno dice: basta. Non perché vuole. Perché deve. Perché nessun altro lo fa.

E se anche questo livello viene criminalizzato si apre lo spazio per il terzo. Articolo 52. Ronde organizzate a Milano. Vigilantismo con matrice ideologica, legami con Forza Nuova, spedizioni punitive su Telegram. Quello sì è un problema serio.

Ma chi ha creato le condizioni perché ci si arrivi non sono i nove dell'hinterland milanese. Sono quelli che hanno svuotato gli strumenti dello Stato e gridato al fascismo quando i cittadini hanno reagito. Ogni gruppo di vigilantes che nasce è una sconfitta dello Stato. Non una vittoria del fascismo.

Serve invertire la rotta. Restituire strumenti a chi combatte il crimine: borseggio e scippo tornino procedibili d'ufficio. Tutelare chi interviene: il cittadino che ferma uno scippatore o filma una borseggiatrice non può rischiare più del delinquente. E uno Stato che risponde: perché il controllo sociale funziona solo se dietro la segnalazione c'è un'istituzione che agisce.

Altrimenti il cittadino resta solo. E chi resta solo alla fine fa da sé.

La verità che la sinistra non vuole sentire è semplice. Il fascismo – quello vero, quello che dice di combattere – nasce esattamente così: quando lo Stato smette di proteggere i cittadini e i cittadini smettono di fidarsi dello Stato. Chi ha contribuito a svuotare quello Stato non può poi indignarsi se qualcuno prova a riempire il vuoto. Prima li hanno lasciati soli. Poi li processano. E li chiamano fascisti.

Fascisti dai balconi.

Di Roberto Riccardi