Cecchini di Sarajevo, Ezio Gavazzeni al GdI: "Civili uccisi come fosse una battuta di caccia, Sismi sapeva ma non è intervenuto"

Ezio Gavazzeni, autore de 'I cecchini del weekend', è stato intervistato dal Giornale d'Italia in merito alla sua inchiesta sui 'safari umani' a Sarajevo, episodio drammatico della guerra in Bosnia Erzegovina durante la quale facoltosi stranieri pagavano per andare a sparare ai civili nella città assediata

Negli anni '90, durante il drammatico assedio di Sarajevo, la popolazione era vittima dei cecchini serbo-bosniaci, i quali sparavano su chiunque capitasse nel mirino: militari, civili, donne e bambini. Non solo i soldati però erano responsabili di queste barbarie, bensì anche dei "turisti" stranieri: cittadini internazionali, spesso persone abbienti e di una certa fama, pagavano per recarsi a Sarajevo e sparare sulla popolazione della città, come fosse una battuta di caccia. Dei veri e propri "cecchini del weekend", che conducevano una doppia vita: durante la settimana stimati professionisti, nel weekend insaziabili cacciatori di umani.

La vicenda, già riportata al tempo dai media ma ben presto dimenticata, è stata riportata alla luce dal documentario 'Sarajevo Safari' del regista sloveno Miran Zupanic, e viene descritta in tutta la sua crudeltà: bossoli di proiettili come souvenir (ad esempio rosa se veniva uccisa una bambina, blu un bambino), un tariffario dedicato a seconda della vittima e le più disparate nazionalità coinvolte.

Da questo documentario prende il via l'inchiesta di Ezio Gavazzeni, scrittore e redattore, da cui deriva il libro 'I cecchini del weekend' (Paper First). Qui vengono raccolte testimonianze inedite di chi questi episodi li ha visti con i suoi occhi e viene offerta una ricostruzione della vicenda dettagliata, che permette di far luce su dei crimini volutamente nascosti e dimenticati. Come ricorda Gavazzeni ai nostri microfoni, "il 50% di questi 'cecchini' era italiano ma il Sismi, nonostante fosse informato, non ha smantellato l'organizzazione".

Il lavoro di Gavazzeni e del suo team, composto dall’ex magistrato, oggi avvocato, Guido Salvini, dal legale Nicola Brigida e dalla criminologa Martina Radice, si è trasformato in un esposto alla Procura di Milano che ha avviato un’indagine in pieno svolgimento. 

Il Giornale d'Italia ha intervistato Ezio Gavazzeni, interpellandolo su cosa lo abbia spinto ad affrontare una tale inchiesta e sui dettagli di questa aberrante vicenda, cercando di scavare più a fondo sulla storia dietro i 'cecchini del weekend' di Sarajevo.

Cecchini di Sarajevo, Ezio Gavazzeni al GdI: "Civili uccisi come fosse una battuta di caccia, Sismi sapeva ma non è intervenuto"

Partiamo dal libro 'I cecchini del weekend' (Paper First): da dove arriva la volontà di scrivere di questa terribile e drammatica vicenda?

Io di questo fatto ero venuto a conoscenza il 30 marzo del 1995, perché il Corriere della Sera aveva pubblicato l'articolo Vacanze in Bosnia, caccia all'uomo compresa e poi l'informazione era uscita anche sulla Stampa lo stesso giorno. Perché? Perché dei profughi che provenivano dalla Bosnia testimoniavano questa cosa, dicevano: "Ci sono turisti occidentali che pagano per venire a sparare". Questa informazione mi era rimasta impressa, mi aveva colpito.

Quello che mi ha colpito dopo è che la procura di Milano e la procura di Torino, non si erano preoccupate di chiamare questi profughi che erano stati interrogati o comunque erano stati intercettati dal Tribunale Permanente dei Popoli della Fondazione Lelio Basso, una sorta di Corte dell’Aia italiana. Mi era rimasta impressa questa informazione e dicevo sempre che mi sarebbe piaciuto scrivere di questa cosa, addirittura avevo scritto anche un soggetto che però poi non è andato avanti. La svolta c'è stata nel 2023, quando per puro caso scopro che era uscito il documentario del regista Miran Zupanic; ne leggo alcune critiche, alcune review, alcuni giornali online, soprattutto un pezzo a firma di Tatjana Dordevic e allora cosa ho fatto? Ho scritto al regista dicendogli che di questa storia ne sapevo, ne avevo sentito parlare.

Lui allora mi risponde, mi dà accesso al documentario, lo vedo e lo trovo molto d'impatto. Mi colpiscono le testimonianze di Edin Subasic e dell''uomo coperto'.

Allora Miran mi dà l'e-mail di Edin Subasic e cominciamo a scriverci, da quel momento siamo diventati amici (tuttora ci sentiamo quasi tutti i giorni) e lui comincia a raccontarmi qualcosa, perché lui dopo la testimonianza del documentario del 2022 non si è fermato, ma è andato avanti nelle sue indagini. Quelle informazioni mi hanno fatto da assist per allargare la mia inchiesta. Anche perché erroneamente molti si rivolgono a Sarajevo per cercare la verità, mentre invece la verità sta qui.

La verità sta in Europa, non sta a Sarajevo: a Sarajevo ci sono le vittime, ma non la verità

Adesso il libro è concluso, ma io sto continuando a collezionare testimonianze, più o meno interessanti, ma ancora persone mi scrivono, mi telefonano e io registro tutto. Anche proprio ieri mattina una signora svizzera mi ha raccontato alcune cose, siamo stati quasi due ore al telefono. È un'indagine che non è ancora chiusa.

Una cosa che mi è dispiaciuta molto è non essere riuscito a inserire nel libro, perché mi è arrivata la testimonianza qualche giorno dopo, è che ho individuato dove i cacciatori si riunivano prima di partire e superare il confine.

Parlo del Friuli, non posso dare la località, però c'era un posto dove questi individui si fermavano. C'erano questi B&B, probabilmente due o tre, io ne ho individuato uno, dove i cacciatori sostavano prima di superare il confine con la Slovenia. 

La partenza era da Milano (il ritrovo era in un magazzino di via Mecenate n.d.r.). Gli italiani comunque rappresentavano il 50% del totale dei cacciatori, che arrivavano da tutti i paesi occidentali, però l'Italia aveva questo triste primato di essere quella più rappresentata.

La crudeltà della vicenda è sconvolgente. Tu che hai fatto questa ricostruzione meticolosa e hai sentito le testimonianze dirette, qual è stata la cosa che ti ha colpito di più?

L'indifferenza. Il fatto che questi individui partissero come se andassero a fare un safari al fagiano, una caccia al fagiano. L'indifferenza era totale, l'empatia era zero, l'unica emozione era quella provata dal punto di vista del cacciatore che cerca quel tipo di adrenalina; il denaro era l'unica cosa che circolava, che veniva utilizzato e scambiato per effettuare questi 'safari'. Una vuotezza insomma, un vuoto completo di persone ricche e realizzate, perché è tutta gente che nel proprio ambiente è considerata realizzata, ma che alla fine si dimostrano persone assolutamente vuote. Cercano questa emozione dell'uccidere il bambino, uccidere una donna e questo per loro diventa una specie di trofeo. Queste persone che vivono una doppia vita, una vita pubblica rispettata, ricca, con una reputazione molto alta ma invece nascondono tutto questo.

Immagino che tu conosca l'identità di queste persone

'Il francese' (un testimone in passato coinvolto nell’organizzazione dietro le quinte di questi viaggi n.d.r.parlava di persone "che si vedono ancora in televisione". Di uno so il nome e cognome, però non si può dire perché io sono arrivato a ricostruire la sua identità ma posso incolparlo solo al 95%. Altri i nomi sono stati fatti dopo che ho presentato l'esposto alla Procura di Milano, il 28 gennaio del 2025, con quello che avevo trovato fino a quel momento.

L'esposto era finalizzato a segnalare alla Procura anche che Edin Subasic aveva testimoniato nel documentario che il Sismi era stato avvertito.

Una cosa che dovresti chiederti è: come mai il documentario 'Sarajevo Safari' non è stato acquistato da nessuna TV occidentale? Perché il documentario, che fatto benissimo, è stato premiato, è stato visto in tutti i Balcani, è stato visto in tutti i Paesi arabi, è stato visto in gran parte dei paesi dell'Asia, non è mai stato visto o acquistato da nessun paese europeo né da Stati Uniti e Canada. Come mai tutti sono a caccia di notizie, di informazioni, ma questo documentario non viene acquistato? Credo che, da una parte, ci sia un senso di colpa, ma dall’altra anche qualcosa da nascondere. Dire in prima serata che un servizio segreto di un Paese occidentale era a conoscenza di queste operazioni, aveva individuato i responsabili, scoperto l’organizzazione e dichiarato di averla smantellata — quando invece non è così, e io posso dimostrare che non lo è — solleverebbe molte domande. Perché un servizio occidentale dovrebbe fornire una versione falsa?

Pensa la ricaduta che avrebbe avuto se in prime time in Germania, in Spagna, in Francia, si fosse saputo che c'era un servizio segreto occidentale, collegato sicuramente anche agli altri servizi segreti, perché in quel momento i servizi erano tutti collegati, che sapeva tutto? Sarebbero state aperte interrogazioni parlamentari, inchieste giornalistiche. Perciò come un corpo unico nessun Paese occidentale ha acquistato il documentario. 

La tua inchiesta ha svelato un sistema di bossoli di proiettili usati come souvenir di questi "safari": di cosa parliamo nello specifico?

Questa cosa nasce da una domanda. Io sono stato a casa di qualche cacciatore e come nei film e nei cartoni animati qualcuno aveva il trofeo impagliato, cioè aveva la testa dell'animale, il cervo piuttosto che il cinghiale, impagliato e sul caminetto di casa. Perciò la domanda che mi sono fatto è: ma tutti i cacciatori vogliono una prova di quello che hanno fatto? Adesso ci si fa il selfie che è anche meno complicato che portarsi a casa la testa di un animale di 150 kg. Ma se tu spari da 500 metri a una persona, non puoi andare vicino al cadavere a tagliare i capelli o un orecchio, che sono i classici trofei da film. Allora ho chiesto al 'francese' che accompagnava questi gruppi: ma come facevano queste persone ad avere un trofeo di caccia? E lui mi ha detto: "i bossoli sono il trofeo".

Secondo 'il francese', c'era un sistema di colori che identificava le vittime: "Sul bossolo l’accompagnatore indicava con un colore quale era il bersaglio colpito: azzurro o rosa per un bambino-bambina, ragazzo-ragazzina; rosso per uomo; rosso e verde se militare; giallo se donna; giallo e verde se donna militarenero e azzurro se anziano; nero e rosa se anziana".

Le testimonianze però sono due, una del 'francese' e una di un ufficiale della legione straniera. Questo ufficiale della legione, in un'intervista che rilascia a un documentarista tedesco, afferma sì che i bossoli erano i souvenir dei 'safari', ma che al posto dei colori per segnare le uccisioni venivano usate delle tacche: una tacca per un bambino, due tacche per una donna, tre tacche per un uomo. Il trofeo aveva un duplice significato, un duplice uso. Il primo era quello di lasciare al cacciatore un trofeo, si portava a casa il bossolo e diceva "questo bossolo è quello che ha ammazzato un bambino", dall'altra parte serviva per la contabilità: siccome i bambini costavano 100 milioni di lire e le donne 70, gli uomini 50, gli accompagnatori dovevano sapere quanto far pagare. Allora il bossolo aveva questo duplice uso, questa duplice funzione di dare un trofeo al cacciatore e quello di fare la contabilità.

Questa storia a Sarajevo è considerata quasi una leggenda metropolitana. Come vivono ora gli abitanti della città queste rivelazioni, scoprire che in realtà è tutto vero?

La popolazione di Sarajevo sta prendendo questa cosa come una rivincita, perché a loro hanno sempre detto che questa era una leggenda metropolitana, che questa era una storia inventata dai paesi occidentali per screditare i serbi, la parte serba della Bosnia e anche la Serbia in generale.

Loro hanno vissuto questa cosa con una enorme frustrazione, perché per trent'anni si sono sentiti dire che i loro morti sono figli della guerra e non figli anche di questo commercio. E ora c'è una rivalsa, un riscatto in qualche modo. Quando sentono che se ne parla sono felici: mi ha scritto Edin Subasic proprio l'altro ieri, il 17, quando è uscito il libro, e mi ha detto che la notizia dell'uscita del libro a Sarajevo è la prima notizia. Loro di me parlano tantissimo, dicono che io sono una delle persone più famose a Sarajevo, perché è come se avessi restituito loro una dignità.

Ti svelo anche questa informazione. La città di Sarajevo, con un percorso che è cominciato nel mese di ottobre, ha votato per assumere l'avvocato Nicola Brigida per rappresentarla nel procedimento in corso, nel quale si costituisce parte offesa.

Questo cosa comporta? Comporta che noi, prima di tutto, abbiamo questo onore di rappresentare la città di Sarajevo in questo procedimento penale. E poi questo ci dà la possibilità di avere accesso a tutti gli atti della Procura e di svolgere anche indagini difensive. E questo è tanto, nel senso che è proprio il riscatto di Sarajevo. La città non solo non deve più subire questa chiacchiera, chiamiamola così, questa infamia di sentirsi dire che quella dei "cecchini del weekend" era una leggenda metropolitana. A questo punto la città vuole la verità.

L'Italia è l'unico paese dove si è aperto un procedimento penale su questa cosa. Non c'è nessun paese al mondo dove sia stato aperto un procedimento analogo. I cecchini venivano dalla Francia, dalla Spagna, dalla Germania, dall'Inghilterra, da tutti i Paesi, eppure all'estero non si è aperto un procedimento penale o un'inchiesta, davvero. Soltanto dopo il mio lavoro anche altri, come Germania e Francia, stanno iniziando a fare interrogazioni parlamentari e si parla di avviare delle indagini; alcune testate mi hanno chiamato per chiedere la mia partecipazione alle inchieste nei loro paesi. Siamo in trattativa, vediamo come evolve questa cosa, però diciamo che dalle altre parti siamo ancora indietro, siamo ancora molto indietro.

È una situazione scioccante: va bene l'Italia è sicuramente la prima rappresentata, ma anche se ci fossero solo 15 tedeschi, ci fossero solo 10 francesi, è giusto cominciare a capire le responsabilità.