L’uomo sta davvero creando Frankenstein: un cervello vero dentro un computer; l’innovazione di una start up USA che apre a uno scenario spaventoso

Si vogliono innestare dentro i robot sistemi simili a cervelli umani completi: l’uomo gioca a fare Dio. L’ingegnere sogna la vita artificiale. Il bambino nel Sahel sogna una cena e muore di fame

Copiare un cervello biologico virtuale dentro un computer e farlo vivere in un mondo digitale è fattibile. Alcune aziende della Silicon Valley, come la Eon Systems, ci lavorano davvero. L’azienda statunitense ha diffuso un video che mostra una mosca della frutta virtuale guidata da una replica digitale del suo cervello. Il progetto propone un obiettivo ambizioso: dimostrare che una mappa completa delle connessioni neuronali può generare comportamento reale anche dentro una simulazione.

Hanno già simulato il cervello di una mosca della frutta. La nuova mosca vive, apprende, si evolve. Il cervello di quella mosca ha circa 125 mila neuroni. Il cervello umano ne ha 86 miliardi. Quindi siamo ancora lontani dal nuovo Frankenstein ma l’esperimento serve a capire che si può fare. Gli scienziati fanno un passo in più per comprendere come nasce un movimento, come funziona l’orientamento, come un organismo reagisce agli stimoli.

Il punto delicato arriva adesso. Un cervello, anche simulato può imparare dall’esperienza. Se riceve informazioni dall’ambiente e produce azioni, può adattarsi. Succede negli animali, può accadere anche in una simulazione e il comportamento può cambiare nel tempo.

Nell’ambiente scientifico ora si sta ragionando sui topi, su organismi più complessi e si sa che ogni sistema del genere potrebbe sviluppare comportamenti meno prevedibili. Non perché diventa un mostro intelligente, perché ogni cervello funziona come una rete che cambia con l’esperienza.

Immaginate ora tre ingredienti messi insieme: simulazione completa di un cervello, grandissima potenza di calcolo, sistemi di intelligenza artificiale. Si sta praticamente mettendo in piedi non una creatura biologica nuova, ma una macchina che apprende e si modifica. Una macchina autonoma, difficile da prevedere e contenere.

E’ facile immaginare che questa mente digitale possa essere capace di migliorare se stessa e progettare nuovi sistemi di vita, cambiando alle fondamenta il mondo in cui l’essere umano vive dall’alba dei tempi. L’uomo gioca a fare Dio e potrebbe procurare la distruzione di tutto o la riduzione dell’essere umano a una formica. Nel frattempo il pianeta resta un luogo molto più semplice e brutale. Ogni anno milioni di persone muoiono per fame o per cause legate alla fame, non per mancanza di tecnologia, per mancanza di volontà politica. 

La civiltà contemporanea, devastata dalle guerre, costruisce algoritmi che imitano il cervello umano ma fatica a costruire sistemi che garantiscano pane e acqua. L’ingegnere sogna la coscienza artificiale. Il bambino nel Sahel sogna una cena. L’uomo del XXI secolo possiede satelliti, supercomputer e laboratori che promettono di copiare il cervello dentro una macchina ma le stime delle Nazioni Unite ci dicono che oltre 700 milioni di persone vivono ancora in povertà estrema. Il New York Times ricorda che circa 45 milioni di bambini sotto i cinque anni soffrono di malnutrizione acuta. Forse la nostra cultura generale, così poco empatica, sta tendendo verso la follia? Che il deliro di onnipotenza dell’essere umano sia il problema?