La Russa, il Senato e la Repubblica delle pernacchie: cronaca tragicomica di un’istituzione ridotta a bar sport, quando il problema non è “il coglio*e”, ma i coglionazzi della maggioranza

Tra insulti sussurrati e sarcasmi da cortile, il Presidente del Senato regala l’ennesimo sketch: il Governicchio Meloni guida l’Italia nel luna park del declino civico e del trash

C’è stato un tempo – remoto come l’età dei dinosauri ma parliamo di pochi decenni fa – in cui il Presidente del Senato era una figura austera, istituzionale, quasi marmorea. Oggi invece abbiamo Ignazio La Russa, che più che un Presidente d’aula sembra il commentatore di una partita di calcetto tra amici nervosi.

Il video circolato in queste ore è un piccolo capolavoro del teatro politico italiano. Prima la chiosa da tribuna: “Interventone”. Poi la domanda filosofica destinata a entrare nei manuali di storia costituzionale: “Come si chiama quel coglione che continua a urlare?”. E infine la giravolta istituzionale degna del miglior avanspettacolo: “Nicita abbiamo apprezzato il suo intervento”. Sipario, applausi, pernacchia.

La scena è perfetta perché racconta molto più di mille analisi politologiche. È il ritratto di un potere che scivola sempre più verso il cabaret di provincia, dove la battuta grossolana sostituisce l’argomento e il ghigno prende il posto dell’autorevolezza.

Ignazio La Russa non è un semplice senatore: è la seconda carica dello Stato. Ma in questa fase storica sembra incarnare piuttosto la seconda carica della comitiva al tavolo della sagra. Quella che commenta a mezza voce, ride della propria battuta e poi si ricompone quando qualcuno se ne accorge.

Naturalmente non si tratta di un incidente. È lo stile. È il clima. È l’atmosfera culturale di una destra che da anni confonde la forza con la cafoneria e l’ironia con lo sberleffo permanente. Non stupisce: quando una classe dirigente nasce politicamente nelle nostalgie del dopoguerra e cresce a slogan identitari, il risultato è questo curioso mix di arroganza e provincialismo.

Il governicchio guidato da Giorgia Meloni ama raccontarsi come il trionfo della serietà patriottica. Peccato che poi la quotidianità offra scene da commedia dell’arte: ministri in polemica social, sottosegretari in perenne battaglia culturale contro fantasmi ideologici e presidenti del Senato che bisbigliano insulti pensando di non essere ascoltati.

Il problema non è l’insulto in sé – il Parlamento italiano ne ha visti di peggiori – ma il livello culturale che emerge. È quella sensazione di sciatteria istituzionale, di degrado linguistico e politico che lentamente trasforma le istituzioni in un talk show permanente.

E così il Senato, che dovrebbe essere uno dei luoghi più solenni della Repubblica, finisce per sembrare il retrobottega rumoroso di una lite condominiale. Con La Russa nel ruolo di portiere che commenta dalla guardiola.

In fondo è questa la vera fotografia del tempo presente: il potere che si prende tremendamente sul serio mentre scivola nella caricatura. E il Paese che, tra un “interventone” e un insulto sussurrato male, scopre di essere governato da una compagnia di giro convinta di recitare Shakespeare (che probabilmente neanche conoscono) mentre mette in scena la farsa. 

Lo ripeto, il problema non è dare del coglione a un parlamentare, il problema è il numero spropositato di coglioni che compongono la maggioranza.