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Nitto Santapaola morto a 87 anni, il boss mafioso era al 41bis ad Opera, tra i mandanti delle Stragi di Capaci e Via d'Amelio

Dal 25 febbraio era ricoverato nel reparto carcerario dell'Ospedale San Paolo di Milano. Era stato arrestato nel 1993 dopo 11 anni di latitanza

03 Marzo 2026

Nitto Santapaola morto a 87 anni, il boss mafioso era al 41bis ad Opera, tra i mandanti delle Stragi di Capaci e Via d'Amelio

Nitto Santapaola (Fonte: Lapresse)

È morto a 87 anni all’ospedale Ospedale San Paolo di Milano, per cause naturali, Nitto Santapaola, all’anagrafe Benedetto, ritenuto uno dei boss più potenti e sanguinari di Cosa Nostra. Era detenuto al 41 bis nel carcere di Opera, dove stava scontando l’ergastolo. Il ricovero risaliva al 25 febbraio e la Procura di Milano ha disposto l’autopsia. Considerato il mandante di numerosi omicidi e stragi, tra cui l’attentato di Capaci del maggio 1992, in cui persero la vita Giovanni Falcone, la moglie e gli agenti della scorta, e quella di via d'Amelio nel luglio 1992, dove morì Paolo Borsellino, era stato arrestato all’alba del 18 maggio 1993 in un casolare di Mazzarrone, nel Catanese, dopo undici anni di latitanza.

Nitto Santapaola morto a 87 anni, il boss mafioso era al 41bis ad Opera, tra i mandanti delle Stragi di Capaci e Via d'Amelio

Figura di primo piano della criminalità organizzata catanese e siciliana, dagli anni Settanta è stato considerato uno dei vertici di Cosa Nostra. Nato a Catania nel 1938, ha guidato a lungo il clan Santapaola-Ercolano, esercitando un’influenza significativa nel territorio etneo. Coinvolto in numerosi procedimenti per associazione mafiosa, omicidio e traffico di stupefacenti, dopo l’arresto del 1993 è stato condannato a diversi ergastoli. Il suo nome ricorre frequentemente nelle inchieste e nei processi legati alla stagione delle stragi mafiose che hanno segnato l’Italia tra gli anni Ottanta e Novanta.

Storico capo di Cosa Nostra a Catania, consolidò il potere della sua organizzazione estendendo il controllo su appalti pubblici, estorsioni e traffico di droga. Per la passione per la caccia era soprannominato il “cacciatore”, ma già negli anni Settanta si mosse anche come imprenditore, aprendo concessionarie d’auto insieme a rappresentanti delle istituzioni locali e contando sull’appoggio della cosca alleata degli Ercolano, legata anche da vincoli di parentela.

La sua organizzazione fu protagonista di sanguinose faide mafiose: negli anni Ottanta contro il boss rivale Alfio Ferlito e, all’inizio degli anni Novanta, contro i clan dei Cursoti, Cappello e Pillera. Quest’ultima guerra, in due anni, provocò oltre 220 omicidi tra Catania e provincia. Santapaola poteva contare anche sull’appoggio della cosca guidata da Giuseppe Pulvirenti, detto “Malpassotu”, che dopo l’arresto collaborò con la giustizia accusandolo di diversi delitti.

Il “cacciatore” fu alleato dei Corleonesi e sostenne ufficialmente la strategia degli attentati, ma si rifiutò di compiere omicidi “eccellenti” a Catania per evitare un’eccessiva attenzione dello Stato sul territorio sotto la sua influenza.

Condannato a più ergastoli, tra cui quelli per l’omicidio del giornalista Giuseppe Fava nel 1984, per le stragi del 1992 a Capaci e in via D’Amelio e per l’uccisione dell’ispettore di polizia Giovanni Lizzio, fu catturato il 18 maggio 1993 nelle campagne del Calatino insieme alla moglie Carmela Minniti, che non lo aveva mai lasciato. La donna venne uccisa nella sua abitazione il 1° settembre 1995 dal collaboratore di giustizia Giuseppe Ferone, ex affiliato al clan Ferlito-Pillera, che dichiarò di aver agito per vendetta.

Detenuto sempre al 41 bis nel carcere di Opera, Santapaola è stato più volte accusato di aver continuato a impartire ordini dal carcere; per questo le richieste di arresti domiciliari o di detenzione in strutture sanitarie, nonostante le gravi condizioni di salute, sono state respinte. Da anni soffriva di una forma severa di diabete e negli ultimi giorni il quadro clinico si era aggravato, rendendo necessario il trasferimento in ospedale.

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