Il lusso ridotto a disgusto: perché ormai provo ripulsione per ciò che un tempo era sigillo di eleganza e stile

Instagram, YouTube e TikTok hanno prodotto molti danni — moltissimi — ma il più irreparabile è questo: hanno reso il lusso e l’eleganza qualcosa di osceno nella loro esposizione perpetua, di vomitevole nella loro pornografia quotidiana

Quanti di voi, oggi, si vergognano a indossare un Rolex o guidare una Porsche? Non siete una moltitudine, ma esistete. E io sono uno di voi. Potrei elencare marchi che furono emblema di esclusività e misura, e che ora galleggiano nella palude dell’ostentazione come insegne al neon sopra una bettola.

Aprite un social qualsiasi — quello che preferite — e vi imbatterete in rivenditori d’ogni risma: dallo stranoto Ruzza ad altri con catenacci d’oro al collo e tatuaggi ovunque; per non parlare di scappati di casa dalle periferie cittadine che esibiscono oggetti, accessori, automobili e abiti di grandi marchi con l’eleganza di una lavandaia che bestemmia in croato.

Costoro comprano e rivendono Chanel, Rolex Submariner, Porsche e via enumerando, discettando di “investimenti”, di eleganza, di valore. Parole che, fino all’altro ieri, non abitavano neppure il loro lessico. Diventano idoli di quelli che oggi chiamiamo, con lessico da cronaca bassa, “maranza”: devoti che si indebitano per un orologio, convinti che il debito sia una forma di consacrazione sociale.

La discrezione violata, l’eleganza esposta al banco del pesce, la ricchezza ridotta a réclame. Il bello trascinato tra le mani del volgo non è democratizzazione: è desacralizzazione. È la merce che si improfuma come una cortigiana per fingersi distinta, ignorando che la fragranza non copre la provenienza.

Ecco cos’è divenuta una certa “eleganza”: una fiera permanente, un suk digitale dove tutto è quotato, recensito, spacchettato, rivenduto. La liturgia del silenzio sostituita dalla televendita.

Per carità: nell’era dell’immagine tutto fa brodo. I vari protagonisti di questo circo fanno ciò che il mercato impone, e forse fanno bene. Li trovo cafonal, ma coerenti con il tempo che li genera.

Chi ama l’eleganza — quella vera, quella che non chiede di essere fotografata — oggi ha una sola via di fuga: la sartoria artigianale (che fu e resta aristocrazia del gesto), uno Swatch portato con nonchalance ironica, un’automobile d’epoca che non grida ma sussurra. Diversamente, accomunatevi a Sfera Ebbasta e la trap.

Il resto è rumore. E il rumore, per sua natura, non sarà mai lusso.