27 Febbraio 2026
Il progettista Riccardo Morandi e l’impresa costruttrice del viadotto venuto giù il 14agosto del 2018 provocando 43 vittime, sono stati accusati in aula, nel processo per il crollo, dall’avvocato Antonio Veropalumbo, difensore dell’ingegnere di Spea Marco Vezil. “Riccardo Morandi, la cui relazione del 1981 è utilizzata come una sorta di sacra scrittura dall’accusa – ha detto l’avvocato – era a conoscenza dell’incidente occorso nella costruzione della pila nove ed era quindi a conoscenza del pericolo che correva il ponte, ma quel difetto venne volutamente occultato”. Veropalumbo ha parlato senza mezzi termini di una “condotta criminale” da parte del progettista (scomparso nel 1989) e dei costruttori dell’epoca che non lasciarono volutamente traccia di quell’incidente (il collasso di una griglia in cima all’antenna al momento della gettata di cemento, che avrebbe provocato il successivo vuoto interno alla pila) nel giornale dei lavori.
Secondo il legale si trattò di una scelta precisa: “Il viadotto Polcevera era il primo viadotto in cui Morandi utilizzava il proprio brevetto e i tempi di costruzione erano stati lunghi, quasi cinque anni. In parallelo era stato costruito, in soli due anni, il viadotto sul Bisagno con un altro tipo di progettazione. Se fosse stata demolita e ricostruita la pila nove per rimediare all’errore in fase di costruzione ci sarebbero stati ulteriori ritardi. E sarebbe stato come ammettere il fallimento di quel brevetto. Per questo non dissero nulla e di quel difetto non fu lasciata traccia”. Secondo Veropalumbo Morandi poi “cercò di rimediare con quella relazione del 1981” in cui si parla di “fessure” nei tiranti, di “avanzatissima ossidazione delle pile, ma senza che sia accompagnata da nessuna foto e da nessun calcolo, né prove fisiche”.
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