Una critica a Francesca Albanese, "punta il dito" su qualsiasi ebreo, anche se non li odia, lo fa solo se si difendono per il genocidio

Voce da confessore woke, dito sempre puntato su Israele, vittimismo da palcoscenico: non odia gli ebrei, solo quando si difendono

La mia è una critica a Francesca Albanese, la nostra diva ONU del momento, quella che trasforma ogni briefing in un monologo da Oscar per la recitazione drammatica. Voce da confessore che ha visto troppi documentari Netflix, sorrisetto da “io so la verità e voi siete tutti complici”, e quel tono da maestrina che ti sgrida perché hai osato respirare senza il suo permesso. Ovviamente, le sue posizioni sul genocidio a Gaza sono lodevoli, va ammesso.

Albanese non è antisemita. Non odia gli ebrei, odia solo quando si difendono, quando osano non sparire: “Non sono antisemita, sono antisionista… ma se capita che il sionismo coincida con l’esistenza ebraica, pazienza, è un effetto collaterale”.

Ultimamente poi si ha rilasciato altre dichiarazioni: parla di “nemico comune dell’umanità” (qualcuno ha montato un video per far sembrare che puntasse Israele, ma lei giura di no, era il “sistema”, i soldi, gli algoritmi…). Intanto, i Governi europei la chiamano fuori, gli USA la sanzionano da un pezzo per “virulento antisemitismo e sostegno al terrorismo”, e lei? Reagisce con l’aria offesa della vittima predestinata: “È una campagna diffamatoria! Disinformazione!”. Classico: quando ti beccano, grida al complotto.

E i modi? Critico anche questo. Quel dito indice puntato come un’arma, quel “noi dobbiamo cambiare il sistema” detto con la sicurezza di chi ha appena scoperto l’acqua calda ma la spaccia per rivoluzione copernicana. Sembra una influencer woke che ha letto due pagine di Foucault e ora salva il mondo dal divano.